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La via del gas e la lotta al terrore.

Le nuove intese tra Algeri e Niamey nell'articolo di Ginevra Leganza

Tra deserto e mare, una sutura di gas. Non è una semplice porta tra i continenti, oggi, l’Algeria. Tanto che il 16 febbraio scorso, in un bilaterale col Niger, Algeri ha messo in chiaro la sua ambizione: diventare lo snodo energetico tra Europa e Africa, affondando le radici in Sahel.

Il vertice tra i presidenti Abdelmadjid Tebboune e Abdourahamane Tchiani ha dato così il via operativo a un gasdotto transahariano lungo 4.200 chilometri, per una capienza di 30 miliardi di metri cubi annuali e un investimento stimato di 13 miliardi di dollari. Un condotto che, partendo dalla Nigeria, agganci l’Europa attraverso il Niger. Tebboune – così ha dichiarato – attende la fine del Ramadan, nel mese di marzo, per iniziare i lavori che verranno appaltati all’azienda statale Sonatrach (la stessa che, insieme a Eni, è operatore e promotore chiave di Transmed).

Nell’architettura che già collega Africa e Europa, Algeri e Niamey intendono quindi aggiungere un altro innesto. Costruire una spina dorsale transahariana dai molteplici effetti e risonanze geopolitiche. Il riavvicinamento tra i due paesi – che in aprile avevano ritirato i rispettivi ambasciatori dopo una crisi tra Mali e Algeria – s’incardina, poi, su esigenze securitarie. E cioè sul consolidamento delle relazioni statuali che contrastino la minaccia jihadista e il suo fisiologico spillover. In altre parole, che arginino l’esondazione del terrore, a cominciare da al-Qā’ida nel Maghreb islamico, lungo i 950 chilometri di confine.

Il colosso del gas guarda a Sud

Per inquadrare l’ultima operazione africana, occorre però partire dal peso energetico algerino. E dunque considerare come l’ultimo gasdotto non sia soltanto un’operazione economico-industriale, ma anche e soprattutto una leva geopolitica. Un ulteriore tassello nel consolidamento dell’Algeria quale potenza energetica.

A oggi, Algeri esporta il suo gas in Europa attraverso i due gasdotti attivi Transmed e Medgaz. Il primo, che collega il Nord Africa al nostro paese, trasporta all’incirca 35 miliardi di metri cubi di gas ogni anno. Il secondo – stando ancora a Enerdata Global Energy Research – ne trasporta tra i 10 e i 12. Il collegamento, che in questo caso è con la Spagna, avviene al livello sottomarino. Attraverso il Mediterraneo, Medgaz rappresenta un’alternativa all’oleodotto Maghreb-Europe, chiuso nel 2021 dopo le tensioni diplomatiche tra Algeria e Marocco, o più precisamente destinato a una “inversione di rotta”: da Madrid a Rabat.

Il rapporto con l’Europa, tuttavia, non esaurisce l’export di gas che si dirama dal Maghreb. Se nel 2024 l’Algeria ha garantito all’Ue il 23 per cento della risorsa – se dunque l’Unione assorbe ben tre quarti dell’esportazione algerina – è altresì vero che nel 2024 Enerdata ha stimato 52 miliardi di metri cubi in partenza da Algeri. Metà della produzione interna destinata all’estero, che comprende Turchia e Vicino Oriente (dove il gas arriva perlopiù liquefatto)

I fratelli africani

In tale quadro, l’espansione algerina a Sud comincia, il 16 febbraio, con una dichiarazione di emozioni più che d’intenti. “Il Niger è un paese fratello”, dice il presidente Tebboune. Un fratello ritrovato, beninteso, dopo dieci mesi di attriti. Dopo quasi un anno di tensioni cominciate nell’aprile 2025 – a seguito dell’abbattimento di un drone maliano il 31 marzo – e precipitate così ai minimi storici.

L’aeromobile – che per Bamako non avrebbe mai attraversato il confine – fu individuato alla frontiera, nella città di Tinzaouten. Sicché dopo la sua soppressione, dopo reciproche accuse, e dopo la taccia di “governi putschisti”, i tre paesi dell’Aes ritirarono gli ambasciatori. Da allora, però, un altro elemento ha agito pian piano riaprendo i canali sino al catalizzatore del gasdotto. Un elemento sintetizzabile – per citare ancora il presidente algerino – in una vita “nella stessa trincea”.

Oltre agli aspetti energetici, infatti, un forte accento cade oggi sulla sicurezza regionale. Sicurezza che per il Niger “è inseparabile da quella dell’Algeria”. Pronta a offrire, da par suo, tutte le sue competenze nel settore per sostenere il “paese fratello”.

L’instabilità regionale, d’altra parte, va incontro a una climax notevole. Secondo Acled, tra il 2024 e il 2025 i gruppi islamici hanno intensificato le operazioni. Hanno consolidato la propria presenza lungo i confini di Benin, Niger e Nigeria. Hanno visto un aumento degli eventi violenti dell’80 per cento e un numero di morti triplicato. Stando a queste analisi, l’idea è che i militanti sfruttino le lacune di governance nonché il debole coordinamento militare regionale.

“I dati – ha detto il senior analyst Héni Nsaibia – mostrano come la violenza nella regione sia entrata in una nuova fase, con militanti islamici in crescita che consolidano la propria presenza sui territori”. Una presenza per la quale la cooperazione bilaterale s’impone, oggi, e diventa imprescindibile.

In tal senso, allora, il gasdotto transsahariano è tanto un’infrastruttura energetica quanto un dispositivo di riequilibrio regionale. Per l’Algeria significa consolidare la propria proiezione verso il Sahel e rafforzare la leva nei confronti dell’Europa. Per il Niger, è un ancoraggio strategico in una fase di vulnerabilità politica e militare. Un trait d’union che, in termini emozionali, va oggi sotto il nome di “fratellanza”.

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