Lakurawa. Il gruppo terroristico nel mirino di Donald Trump
L’articolo di Ginevra Leganza
Il 25 dicembre 2025 dei missili americani hanno colpito il suolo nigeriano. Obiettivo: i terroristi di Lakurawa; gli uomini del gruppo affiliato allo Stato islamico – sino a pochi mesi fa misconosciuto – che è in breve diventato centrale per Washington e per Abuja. “Un’ossessione per l’amministrazione Trump”, ha scritto Afrik.com.
Ed ecco allora che Lakurawa si traduce nel simbolo di una mutazione accelerata del Jihad nigeriano: esempio di milizia locale che si trasforma, negli anni, in primo attore jihadista. Al punto che per comprendere la metamorfosi che dai margini del Sahel porta dritti al mirino statunitense, occorre forse partire dal nome. E dunque da “Lakurawa” che in hausa significa appunto “le reclute”. E che a ben vedere suggerisce la genesi di una cellula per così dire impazzita. Ossia di un gruppo nato non come organizzazione terroristica strutturata, bensì come milizia autodifensiva del Niger dove, a partire dal 1997, l’intenzione era di proteggere le comunità rurali dal furto degli armenti.
In principio erano esigenze locali, di sicurezza informale. Compiti che hanno reso i combattenti marginali sino alla scossa successiva alla caduta di Muammar Gheddafi nel 2011. E cioè sino a quando il conflitto libico, con la circolazione delle armi e dei combattenti in Sahel, non ha smosso e plasmato il gruppo, portandolo a sposare in Mali il Movimento per l’Unità e il Jihad in Africa Occidentale. Per poi disperdersi, tra Niger e Nigeria, con l’operazione francese Serval. È dal 2016 che Lakurawa s’insedia quindi in Nigeria, rovesciando man mano il suo ruolo difensivo e radicandosi nel territorio come potere armato e autonomo.
Una rapida ascesa
A cavallo tra il 2017 e il 2023, Lakurawa va incontro a una crescita esponenziale. Da meno di cinquanta combattenti, il gruppo supera i duecento membri e consolida così la propria presenza negli Stati di Sokoto e Kebbi. Secondo l’International Crisis Group, il reclutamento in questi anni avviene soprattutto tra giovani attratti da incentivi economici e bonus di arruolamento. Un milione di naira spetta agli uomini tra i 18 e i 35 anni che vengono assoldati.
Parallelamente, Lakurawa costruisce nel tempo una vera e propria infrastruttura territoriale. Nei villaggi di confine come Gwangwano, istituisce campi di addestramento proclamando “dār al-Islām”, ossia l’esenzione dalle leggi statali e la soggezione al nomos islamico, che sottopone gli abitanti locali a tassazione e a una rigorosa interpretazione della sharia.
A questo punto, però, la svolta decisiva è il colpo di stato in Niger. Perché è nel luglio 2023, con la sospensione della cooperazione militare tra Niamey e Abuja – e la fine delle pattuglie congiunte lungo il confine – che il gruppo sfrutta quasi immediatamente il vuoto di sicurezza alle frontiere.
Dapprima espulso dall’esercito nigeriano, nel 2022 Lakurawa si rifugia infatti in Niger, per poi rientrare in Nigeria con il deterioramento delle relazioni bilaterali. Ed è quindi nel novembre 2024 che il Ministero degli Esteri nigeriano ne riconosce ufficialmente l’esistenza. Soltanto un anno fa, il gruppo viene designato come organizzazione terroristica – per quanto nel gennaio 2025 Lakurawa controllasse già un territorio stimato in circa cinquecento villaggi tra Sokoto e Kebbi.
I “fratelli nigeriani” e il Messia americano
L’ultimo Natale segna così uno spartiacque. Data e bersaglio notificano l’ingresso della Nigeria nella lista delle priorità strategiche per Washington. Gli Stati Uniti – in linea con il messianismo trumpiano – colpiscono il suolo nigeriano nel giorno santo. I missili partono da una piattaforma navale nel Golfo di Guinea, e puntano i campi di addestramento di Lakurawa in Sokoto.
Sicché dopo Venezuela e Iran, Trump individua nella protezione dei “fratelli cristiani” il suo terzo asset. Il terzo paese cerchiato in rosso sulle mappe al punto che l’interventismo ha la meglio sull’isolazionismo (vieppiù selettivo e già obsoleto). Un interventismo venato di tensione spirituale, s’intende. E cioè di sentimento evangelico e afflato religioso che legano Trump a buona parte del suo elettorato (anche e soprattutto dopo il miracolo che in campagna elettorale deviò il bossolo di pochi e decisivi millimetri). Dal canto suo, il governo nigeriano si raccerta nell’allineamento al gigante occidentale, pur ribadendo che la risposta militare non possa essere risolutiva.
L’International Crisis Group sottolinea, a tal proposito, come la percezione dell’azione internazionale possa acuire tensioni interne e delegittimare lo stato agli occhi di parte della popolazione. Verosimilmente, la paura di Abuja è che la militarizzazione internazionale diventi essa stessa, per paradosso, un fattore di instabilità. Elemento che, nel caso statunitense, si carica di valore simbolico oltre che strategico.