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Misurata come segnale politico, non solo economico

In Libia, oggi, la prevedibilità resta la risorsa più scarsa. La leva economica potrà colmare le complessità interne?

La visita del ministro degli Esteri Antonio Tajani a Misurata (il 18 gennaio) è passata relativamente sottotraccia nel dibattito italiano, ma racconta molto sulla traiettoria della Libia e sul modo in cui Roma lavora per restare rilevante in un dossier che, negli ultimi anni, è diventato insieme più instabile e affollato. L’elemento distintivo del viaggio non è stato solo il consueto frame migratorio-sicuritario, bensì la saldatura esplicita tra sicurezza e investimenti nell’ottica della sempre più citata sicurezza economica. “La stabilità politica è indispensabile per il lavoro delle aziende”, ha sottolineato Tajani, tracciando un nesso che in Libia non è un esercizio retorico ma un’indicazione di priorità.

Il passaggio centrale è stato l’incontro con il premier del Government of National Unity Abdulhamid Dbeibah e la firma di una partnership strategica da 2,7 miliardi di dollari per sviluppare e ampliare il terminal portuale della Zona Franca di Misurata, con un ruolo da protagonista per MSC, insieme al fondo qatariota Maha Capital Partners e all’operatore portuale Terminal Investment Limited. Secondo le stime comunicate dai diretti interessati, il progetto punta a quadruplicare la capacità del terminal fino a 4 milioni di container l’anno, con entrate operative annue attorno ai 500 milioni di dollari e 8.400 posti di lavoro diretti, che salirebbero a circa 60mila considerando l’indotto logistico.

In una Libia frammentata, dove le istituzioni sono spesso contese o paralizzate, un investimento di questa scala funziona anche da messaggio politico. Oltre a rafforzare un hub economico, consolida il peso di Misurata — città natale di Dbeibah — come centro di gravità della Libia occidentale e quindi come asset di potere. In questo senso, le infrastrutture diventano leva di influenza e, potenzialmente, una forma di assicurazione contro l’incertezza.

Migrazione e sicurezza come cornice funzionale

Sul fronte migratorio, Tajani ha ribadito la disponibilità italiana ad addestrare la polizia libica. L’aumento degli arrivi dalla Libia nel 2025 viene collegato alle dinamiche a sud, dove nel Fezzan senza legge sfogano i risultati del conflitto in Sudan e una pressione più ampia proveniente dall’Africa subsahariana. Il punto, tuttavia, è politico quanto numerico: la migrazione resta il linguaggio più immediato per giustificare cooperazione, risorse e presenza, mentre l’obiettivo italiano è tenere insieme al contenimento dei flussi la protezione degli interessi economici ed energetici.

Questa impostazione si inserisce in una continuità operativa già consolidata. La missione MIASIT, attiva dal 2018 con personale a Tripoli e Misurata impegnato in attività di formazione e supporto, e i programmi della Marina e della Guardia Costiera italiana su Search and Rescue e coordinamento operativo, definiscono una postura che, al netto delle polemiche interne, è diventata strutturale. Anche le contestazioni legate alla fornitura di motovedette e tecnologie, confermano una costante: in Libia, le scelte di politica estera producono ricadute politiche interne significative.

Dbeibah tra investimento e vulnerabilità

Tutto si muove in una fase di fragilità prolungata del premier Abdulhamid Dbeibah. Il riemergere di proteste in diverse città della Libia occidentale, le accuse di bloccare il processo politico e di stipulare accordi esterni controversi, così come gli scontri tra milizie a lui formalmente vicine, indicano che la vulnerabilità non è solo popolare ma riguarda la tenuta del campo che dovrebbe garantire sicurezza.

Le minacce di ricorrere al dossier energetico come leva di pressione verso l’Europa e l’Italia vanno lette con cautela, ma segnalano una tendenza chiara: energia e stabilità politica vengono sempre più utilizzate come strumenti negoziali. Per Roma, questo implica un rischio strutturale. Investimenti e infrastrutture possono contribuire alla stabilizzazione, ma (come ripetuto più volte in questo ultimo decennio) in assenza di un quadro politico solido rischiano di trasformarsi in fattori di esposizione.

Contatti Est–Ovest e diplomazia discreta

In questo contesto si inserisce la ripresa dei contatti tra i due principali poli del potere libico. L’incontro informale a Parigi tra Saddam Haftar e Ibrahim Dabaiba è stato presentato come un tentativo di rivitalizzare il dialogo Est–Ovest sulla riunificazione delle istituzioni e sullo stallo elettorale. In una scena politica ancora profondamente fratturata, il fatto che le principali sedi del potere interno libico tornino a parlarsi, anche al di fuori dei canali formali, suggerisce l’esistenza di una finestra tattica, quantomeno per gestire i rischi di escalation e i dossier più sensibili.

Il contesto include la missione del consigliere presidenziale statunitense Massad Boulos tra Tripoli e Benghazi e un precedente incontro informale a Roma nel settembre 2025 tra emissari dei due campi, in una fase segnata da alte tensioni militari e timori di nuove escalation. Il quadro che emerge è quello di una diplomazia discreta che tenta di riaprire canali di comunicazione mentre, sul terreno, la competizione tra milizie e centri di potere resta volatile.

Sul versante orientale, la dimensione successoria pesa in modo crescente. Khalifa Haftar, ottantaduenne, ha consolidato una transizione interna nominando i figli in ruoli apicali, rendendo ancora più “dinastico” un agire già fortemente personalizzato. Questo riduce l’incertezza di breve periodo sul controllo della Cirenaica, ma aumenta il peso delle relazioni esterne e dei sostegni internazionali.

ONU e stallo istituzionale

Sul piano multilaterale, il processo politico resta bloccato. La roadmap presentata dall’inviata ONU Hannah Tetteh — che prevede elezioni in 12–18 mesi, una cornice elettorale condivisa, l’unificazione delle istituzioni e l’avvio di un dialogo nazionale — incontra resistenze speculari. Benghazi la contesta come interferenza esterna, mentre Tripoli respinge l’ipotesi di un nuovo governo transitorio e insiste sul referendum costituzionale come passaggio preliminare. Il risultato è un’impasse che congela la transizione e alimenta la competizione tra attori locali.

Per l’Italia, ciò significa operare in un contesto in cui il riconoscimento internazionale del GNU non coincide con il controllo effettivo del territorio né con la capacità di garantire implementazione, sicurezza e prevedibilità agli investimenti.

La variabile esterna: Russia, Golfo, Turchia ed Europa

La Libia di oggi è più affollata di attori esterni rispetto ad altri teatri mediterranei. Sul versante russo, il ridispiegamento di asset verso Tobruk e la base di Maaten al-Sarra, indicati come nuovi snodi logistici dell’Africa Corps, erede del Wagner Group, collega la Libia non solo al Mediterraneo ma anche alla proiezione russa in Africa, in particolare nel Sahel. In questa prospettiva, la Cirenaica assume una valenza regionale.

Parallelamente, la crescente frattura nel Golfo tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si riflette anche sul dossier libico. Abu Dhabi resta uno dei principali sostenitori del campo orientale, con connessioni che toccano anche il Sudan. Tuttavia, se l’allineamento tra Egitto, Riyadh e Ankara dovesse rafforzarsi, l’architettura di sostegno al LNA potrebbe diventare meno coesa, segnalando che i garanti esterni non sono statici né infallibili.

Sul piano europeo, le differenti sensibilità e priorità di Roma e Parigi hanno finora reso difficile la definizione di una strategia UE realmente coerente, limitando la capacità dell’Europa di incidere proprio mentre la posta in gioco in termini di migrazioni, energia e sicurezza cresce. Tuttavia, la crescente centralità della leva economica e l’emergere di potenziali spazi condivisi di intervento potrebbero aprire margini per un maggiore coordinamento, soprattutto laddove interessi industriali, infrastrutturali ed energetici convergano.

Cina: normalizzazione senza impegno

Il capitolo cinese aggiunge una dimensione ulteriore. La riapertura dell’ambasciata cinese a Tripoli nel novembre 2025 segnala una normalizzazione e la necessità di monitorare più da vicino il dossier libico, ma non implica un impegno politico diretto. Il parallelo con la Siria suggerisce che l’engagement diplomatico non equivale a un commitment strategico, ma riflette piuttosto una strategia di cautela e di valutazione delle opzioni aperte.

In un contesto sempre più affollato, Pechino tende a restare presente ma non vincolata, tollerando contatti con entrambe le parti come forma di assicurazione. Per l’Italia e l’Europa, l’effetto è soprattutto percettivo, alimentando letture di competizione d’influenza in un’area ritenuta cruciale.

Implicazioni per l’Italia

Nel complesso, la Libia sembra entrare in una fase in cui strumenti economici e infrastrutturali diventano centrali quanto quelli di sicurezza, ma in assenza di una cornice politica condivisa restano intrinsecamente vulnerabili. La visita di Tajani a Misurata indica la volontà di consolidare il ruolo italiano come partner economico e di sicurezza della Libia occidentale, pur nella consapevolezza delle fragilità interne del campo di Tripoli e con la necessità di colmare le divisioni tra East e West.

I contatti Est–Ovest suggeriscono l’esistenza di canali di dialogo, ma ancora intermittenti, personalizzati e condizionati dagli equilibri regionali. La presenza cinese ricorda infine che più attori stanno tornando sul terreno senza necessariamente impegnarsi a fondo. In questo contesto, l’Italia può utilizzare investimenti e cooperazione per restare un attore pivot, ma solo adottando una logica di hedging: sostenere la stabilità senza legarsi in modo irreversibile a una singola leadership e lavorare per ridurre i costi strategici della frammentazione europea. In Libia, oggi, la prevedibilità resta la risorsa più scarsa.

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