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L’attacco in Israele, la strategia jihadista e i rischi di una nuova stagione di instabilità

Gli attacchi terroristici jihadisti contro Israele possono minare i fragili equilibri geopolitici mediorientali e la stabilità della regione, mettendo a rischio il processo di pacificazione in atto tra Israele e alcuni paesi arabi avviato con gli Accordi di Abramo.

Sabato 7 ottobre il mondo è stato sconvolto dalle drammatiche notizie giunte da Israele, colpito da una serie di attacchi terroristici realizzati da Hamas, con un’azione di dimensioni tali da essere addirittura paragonata all’11 settembre 2001.

L’azione di Hamas si è consumata in una tragica ricorrenza: esattamente cinquanta anni dopo lo scoppio della guerra dello Yom Kippur, iniziata nell’ottobre del 1973 con l’attacco a sorpresa degli eserciti egiziano e siriano contro Israele. Allora, lo scoppio della guerra rappresentò letteralmente uno shock per Israele, tanto da avviare nel tempo anche un profondo processo di cambiamento interno alla politica e alla società israeliana, oltre a determinare, a livello regionale e internazionale, un'ampia crisi politica, che coinvolse i paesi arabi e l'Occidente, tra i cui effetti vi fu anche la celebre crisi petrolifera.

Oggi, il contesto internazionale e regionale in cui questa azione si è sviluppata è molto diverso dagli anni Settanta del Novecento, quando era in piena fase il confronto bipolare tra USA e URSS. La guerra del 1973 scoppiò a pochi anni dalla Guerra dei Sei giorni del 1967, che aveva visto la schiacciante vittoria di Israele contro i paesi arabi vicini. Quello attuale è un contesto internazionale, oltre che profondamente differente, complicato dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni tra USA, Russia e Cina, più instabile di cinquanta anni fa. Quanto è avvenuto con gli attacchi, e sta avvenendo in queste stesse ore, richiama l’attenzione su due questioni di particolare rilievo, di cui anche in Occidente è indispensabile essere consapevoli. Il conflitto israelo-palestinese, infatti, è di grande rilievo negli equilibri geopolitici e securitari regionali e questa vicenda può avere gravi ricadute proprio a livello regionale e internazionale. In particolare, da un lato, la minaccia del terrorismo jihadista che colpisce in tutta la sua capacità distruttiva, e dall’altro, il rischio dell’inizio di una grave crisi che potrebbe destabilizzare i fragili equilibri dell’area in un contesto già minato da tensioni esogene, allargandosi anche a territori vicini e ad altri paesi. E tra loro, i due temi, sono collegati.

Sappiamo bene che il terrorismo jihadista, in questi ultimi anni, non è affatto scomparso. Nel tempo si sono verificati numerosi attacchi, in molti paesi. Soprattutto in Africa, ma anche in Afghanistan o nello stesso Israele, dove negli ultimi mesi le tensioni sono andate crescendo. Ma la dimensione e la gravità di questo evento, come indicato da molti analisti, ha oggettivamente una portata per certi versi storica.

Quanto realizzato da Hamas ha dimostrato le accresciute capacità, sul piano militare e tecnologico, dell’organizzazione terroristica, capace di condurre simultaneamente diversi attacchi con modalità e strumenti differenti tra loro che hanno eluso le misure di sicurezza israeliane, tecnologicamente molto avanzate, e prodotto centinaia di vittime e migliaia di feriti. Non singoli attentati suicidi, come spesso avvenuto nel passato, ma un insieme di tante diverse azioni di tipo bellico coordinate tra loro e organizzate in simultanea, sfruttando l’elemento sorpresa, con l’impiego di migliaia di razzi e anche di tecniche di guerriglia urbana e insorgenza. Così facendo, Hamas è riuscita ad infliggere un colpo violentissimo, impiegando tattiche di natura tipicamente asimmetrica, già adottate da organizzazioni di natura terroristica e non-statuale anche in altri teatri di conflitto. La memoria corre certamente al Libano, ma anche alle azioni dell’ISIS in Siria e Iraq o dei Talebani in Afghanistan.

Al netto del livello tecnologico e militare raggiunto - anche se, ancora da dimostrare, sembrerebbe difficilmente realizzabile senza l’appoggio di altri soggetti esterni -, Hamas ha sfruttato falle e fragilità delle difese israeliane per colpire con la doppia finalità di ottenere un risultato sul piano militare sul campo, ma anche, come avviene sempre di più nelle moderne guerre, di infliggere un pesante colpo sul piano psicologico e politico. In una dinamica che è tipica sia del modus operandi delle organizzazioni terroristiche, che sempre di più dei soggetti che sfruttano le tattiche dell’hybrid warfare, si cerca di raggiungere una precisa finalità strategica mirante ad indebolire gli avversari colpendoli nel vivo delle proprie sicurezze, diffondendo terrore e incertezza soprattutto tra le popolazioni civili per condizionarne l’opinione pubblica e i decisori politici. Questo genere di azioni, nella logica jihadista, è anche finalizzato a raccogliere adesioni e consenso alla propria causa, tra i simpatizzanti del radicalismo violento diffusi anche in aree lontane, sfruttando le tecnologie digitali come veicolo di propaganda e arruolamento. Ma al contempo, proprio la natura terroristica degli attacchi ha ricordato a tutti quale possa essere la violenza devastante e indiscriminata che le organizzazioni jihadiste riescono a raggiungere. Infatti, sono stati consumati atti di violenza inaudita, che hanno visto come vittime soprattutto civili inermi, donne, bambini, anziani. Alcuni kibbutz, situati nelle zone di confine con Gaza, sono stati assaltati, i residenti sterminati o rapiti, mentre per strada si consumavano stragi ed esecuzioni sommarie.

Sembra confermarsi una tendenza, in una lunga linea di continuità, che nel corso degli ultimi venti anni ha visto progressivamente un crescendo di raccapricciante violenza nelle azioni jihadiste. La memoria corre al Bataclan di Parigi, alle stragi dell’ISIS in Siria e Iraq, agli attentati con camion o attacchi all’arma bianca dei lupi solitari in Europa, alla violenza di azioni terroristiche in Africa o in Afghanistan, ma arriva fino ai tempi in cui in Iraq si muoveva, tra il 2004 e il 2006, Abu Musab al Zarqawi. Capo carismatico e fondatore in Iraq della costola irachena di Al-Qaida, protagonista dell’insorgenza antiamericana e della guerra civile irachena, Zarqawi era portatore di una visione particolarmente settaria e sanguinaria del jihadismo – come racconta bene Joby Warrick nel libro “Bandiere nere. La nascita dell’Isis” – ed è stato un anticipatore e un ispiratore, a livello ideologico e operativo, delle modalità con cui prima i suoi eredi del sedicente Stato Islamico e poi anche altre organizzazioni hanno agito con efferatezza e crudeltà crescenti. Modalità che nel corso del tempo si sono consolidate tra le sigle del Jihad e che anche i miliziani di Hamas sembrano aver adottato. Con la volontà precisa di voler spettacolarizzare al massimo questa ferocia, rivolta soprattutto contro fasce indifese della popolazione, proprio per farne uno strumento di propaganda e di guerra psicologica. E nel tempo della società dell’informazione, la componente psicologica e mediatica dei conflitti, come ci ricorda ogni giorno l’Ucraina, ha assunto una centralità sempre maggiore proprio per la sua capacità condizionante verso il nemico e trainante verso i propri sostenitori.

L’attacco contro Israele è la prova che il terrorismo jihadista è una minaccia attualissima, ben presente in molte aree del globo – come è stato recentemente ricordato nel dettagliato report di Med-Or realizzato da Andrea Manciulli. E per quanto il conflitto israelo-palestinese rappresenti un caso storico particolare e complesso, proprio in questo contesto, negli ultimi anni, le organizzazioni terroristiche hanno costruito una propria forza e capacità di azione crescente e pervasiva. Non solo Hamas, ma anche la Jihad Islamica. Proprio il tema del contesto storico-geopolitico in cui questa ultima tragedia si è consumata rimanda al secondo grande tema che abbiamo di fronte. Ovvero il rischio dell’inizio di una più ampia e grave crisi che possa aggravarsi ed espandersi, andando anche oltre la reazione militare, già avviata e che immaginiamo sarà molto dura, di Israele contro Hamas.

Una nuova grave crisi potrebbe rappresentare una minaccia alla sicurezza e alla stabilità già precaria dell’area, oltre che al processo di pacificazione e di normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e molti paesi arabi. Non è stato un caso, come è stato giustamente segnalato da più voci, che l’attacco di Hamas, così violento e vasto, sia avvenuto proprio in questa fase storica, in cui, dopo gli accordi di Abramo, dopo il ripristino delle relazioni tra Israele e Turchia nei mesi scorsi, era stato avviato un complesso percorso di probabile normalizzazione dei rapporti anche tra Israele e Arabia Saudita. Un evento che avrebbe avuto e potrebbe avere una portata storica, quasi epocale. Della cui importanza, evidente a tutti, i primi e più preoccupati appaiono non solo le frange più estremistiche delle fazioni palestinesi, non solo le organizzazioni radicali islamiste, ma anche paesi come l’Iran, che temono di restare isolati da questo processo storico di riconfigurazione degli equilibri regionali. Un processo che tende, nelle intenzioni delle parti coinvolte, alla chiusura di una fase storica caratterizzata da scontri e rivalità, e all’apertura di nuove forme di cooperazione, soprattutto di natura economica, che, partendo dalla promozione dello sviluppo economico nei paesi interessati, possa favorire un nuovo benessere diffuso atto a ridurre le cause del malcontento spesso sfruttato dalle organizzazioni radicali come carburante per il rancore e l’estremismo politico.

Un processo avviato anche grazie all’impegno degli Stati Uniti, e che vede come protagonisti Israele e alcuni paesi arabi di grande importanza nella regione (Marocco, EAU, Bahrein). Gli attacchi potrebbero dare luogo allo stop o ad un rallentamento di queste importanti iniziative. Di cui, invece, in una regione affetta da instabilità e insicurezza come quella del Mediterraneo allargato, vi è un grande bisogno. Soprattutto adesso, in questo delicato frangente storico, in cui sono pesantissime le ricadute economiche e geopolitiche della guerra in Ucraina e non mancano soggetti, statuali e non, che giocano a soffiare sul fuoco delle divisioni e delle tensioni esistenti, verso i paesi occidentali o tra gli stessi paesi dell’area.

È presto per fare previsioni o azzardare ipotesi sui prossimi mesi. In questo momento la strada che si apre innanzi è stretta, tortuosa e ingombra di grandi incognite e rischi. L’attacco contro Israele potrebbe rianimare le frange, i gruppi, le strutture più oltranziste e violente dell’islamismo radicale e del jihadismo. Peraltro, oltre a poter essere finalizzato ad accrescere il clima di scontro e di tensione, costituisce anche un affondo, rivolto contro l’Autorità Nazionale Palestinese, funzionale ad erodere ulteriormente consenso, all’interno della Cisgiordania, in favore proprio di Hamas e della Jihad Islamica. Ma rappresenta anche una seria minaccia per i paesi occidentali e per tutti i regimi arabi moderati, che hanno a cuore una prospettiva di stabilità, benessere e pace in Medio Oriente e in tutto il Mediterraneo.

Da sempre, fin dall’alba del jihadismo, tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, sono stati proprio i regimi arabi il principale obiettivo sia della prospettiva nazionale delle prime azioni delle organizzazioni terroristiche egiziane o in quella globale di Al-Qaida. Pur essendo passati dalla lotta contro il “nemico vicino” a quella contro il “nemico lontano”, i jihadisti hanno sempre avuto nel loro mirino proprio le autorità nazionali dei loro paesi di origine, dall’Egitto alle monarchie del Golfo. Basta rileggersi quanto affermato negli anni da Bin Laden o da Zawahiri nei loro proclami lanciati dalle grotte afgane. E oggi è proprio il coraggioso processo di modernizzazione intrapreso da alcuni paesi della regione, e la volontà di superare conflitti e divisioni del passato aprendo relazioni diplomatiche e commerciali con Israele, uno dei principali obiettivi di chi, invece, alla dialettica del dialogo e della cooperazione preferisce lo scontro e il settarismo.

Il terrorismo jihadista è da sempre uno strumento non solo militare, ma con una sua forte impronta geopolitica, atto a destabilizzare i paesi musulmani e il Medio Oriente, oltre che a colpire i paesi democratici, il “Grande Satana” americano e lo Stato ebraico. Nella storia, sono stati spesso proprio i paesi arabi e musulmani i più colpiti dalla violenza jihadista, e alcuni leader di quei paesi hanno pagato con la propria vita per le proprie azioni. Basti ricordare la morte di Sadat nel 1981.

La riconfigurazione di un nuovo equilibrio regionale in Medio Oriente fondato su una visione integralista della religione, alternativo a quello prospettato dalle leadership moderate, è un obiettivo perseguito con sempre maggiore spregiudicatezza e ferocia dai teorici del jihadismo nel tempo. Abdallah Azzam, uno dei fondatori della visione transnazionale della Jihad, considerava, come i suoi successori, la questione palestinese e la lotta contro Israele uno dei capisaldi da perseguire. E proprio nella volontà di perseguire un disegno di natura geopolitica e ideologica, il sedicente Stato Islamico, con la proclamazione del Califfato, non più tardi di dieci anni fa, ruppe un tabù, che prima di allora nessun’altra organizzazione simile aveva osato fare. Nemmeno Al-Qaida.

Hamas è indubbiamente un’organizzazione con un suo radicamento territoriale, che opera in un contesto specifico del grande mosaico del Medio Oriente, sfruttando il risentimento palestinese e cercando di farsi, da anni, unico depositario della lotta contro Israele. Il suo obiettivo principale è la distruzione di Israele. E opera appunto all’interno di una vicenda che, tutt’ora, continua a dividere ed esacerbare gli animi, a tutte le latitudini, sfruttando anche pregiudizi radicati verso Israele e simpatie trasversali a molti settori delle società arabe ed occidentali.

Potrebbe essere però sbagliato, proprio in questo frangente storico, leggere le sue iniziative come aliene dal contesto strategico, regionale e globale, in cui agiscono le organizzazioni jihadiste, e pensare che si tratti di una forma di “resistenza” locale. E che, appunto, si muova fuori da reti di alleanze e relazioni, con altre organizzazioni e strutture del radicalismo islamista. Si tratta di un’organizzazione terroristica che sta all’interno di uno schema “classico” del jihadismo, sfruttando reti di alleanze e convergenze regionali consolidate, con l'obiettivo di conseguire il proprio risultato che è non solo drammaticamente distante dalla pace, ma anche lontano dagli interessi dei popoli della regione.

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