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Libia: la necessità urgente di un processo di stabilizzazione

Le ultime tensioni e divisioni emerse nel paese pongono con urgenza la necessità di rilanciare il processo di stabilizzazione per risolvere la crisi in atto da mesi. Il punto di vista di Daniele Ruvinetti.

Hussein Eddeb / Shutterstock.com

Nei giorni scorsi, il governatore della Banca Centrale Libica, Al-Siddiq Omar Al-Kabir, ha comunicato al primo ministro del Governo di Unità Nazionale (GNU), Abdelhamid Dabaiba, che nelle casse dell'istituto di Tripoli le disponibilità stanno venendo a mancare. Al-Kabir, in una lettera inviata al premier dell'esecutivo uscito dal Foro di Dialogo Politico libico guidato dalle Nazioni Unite, sostiene che c'è ormai possibilità di pagare solo gli stipendi dei dipendenti pubblici.

Si tratta di un brutto segnale, segno del peggioramento della situazione, e va da sé che davanti alle carenze economiche possano nascere ulteriori tensioni sociali, così come nuove azioni dei gruppi armati che pervadono il Paese. Lo Stato libico impiega attualmente più di due terzi della popolazione in età lavorativa del Paese. Le attività economiche dello Stato sono diventate del tempo fonte di arricchimento per le milizie.

Il governo è bloccato, le milizie che controllano il territorio rischiano di vedersi ridotte le loro capacità economiche – dunque la possibilità di poter influire come un attore sociale che spesso si sostituisce allo stato davanti alle collettività in difficoltà. Tant'è che sempre in queste settimane ci sono stati nuovi scontri attorno all'aeroporto internazionale di Mitiga: scaramucce tra unità armate intra-Tripolitania, forze che teoricamente dovrebbero essere allineate con il GNU, che si sono sparate l'un l'altra nel momento del cambio della guardia di controllo allo scalo. Scontri che hanno portato anche alla chiusura momentanea delle piste per ragioni di sicurezza.

La situazione è questa: il governo di Dabaiba con sede a Tripoli ha pochissima legittimità nel Paese, perché nella regione orientale non è presente ed è stato sfiduciato dalla Camera dei Rappresentanti. Nei fatti questo implica l'assenza di controllo territoriale, una complicazione per Dabaiba anche in Tripolitania, su cui però il premier ha cercato di trovare un equilibrio attraverso accordi con alcune milizie. Se però iniziano a mancare le disponibilità economiche per finanziare questi accordi, la tenuta del sistema si potrebbe complicare.

D'altronde, è noto che il risultato della complicatissima transizione post-gheddafi è stato il consolidamento di un panorama di milizie che, solo a Tripoli, coinvolge decine di gruppi armati diversi. In passato, tuttavia, questi avevano un ruolo più sottotraccia, marginale, legato al controllo di determinati interessi. Attualmente hanno assunto una presenza maggiore, cercano di negoziare intese tra i vari fronti ma spesso cambiano casacca; cercano di guidare i processi secondo i propri interessi – che spesso non si sovrappongono a quelli del Paese e dei libici.

Se questo è lo stato della Tripolitania, dall'altra parte della Libia, in Cirenaica, non c'è un'alternativa. L'ipotesi del Governo di Stabilità Nazionale, che avrebbe dovuto guidare l'ex ministro misuratino Fathi Bashagha, è scemata praticamente prima di prendere forma e solidità. Resta la presenza territoriale-militare di Khalfa Haftar, leader miliziano ben radicato a Bengasi e con contatti con forze esterne alla Libia (come il Wagner Group russo).

In queste settimane il presidente del Consiglio presidenziale, Mohammed al Menfi, sta cercando di guidare dall'interno l'iniziativa con cui le Nazioni Unite, attraverso il lavoro dell'inviato speciale Abdoulaye Bathily, vorrebbero riprendere il bandolo della matassa. Menfi ha incontrato Haftar proprio a Bengasi per sondare la sua disponibilità a spingere un rinnovato processo di stabilizzazione, anche attraverso una nuova entità di governo, per poi portare il Paese al voto.

I tempi non sono definiti, servono passaggi politici e diplomazia, a cui fare seguire una fase organizzativa non indifferente. Per ora la situazione è molto complicata: mentre crescono le difficoltà, aumentano però i rischi giorno dopo giorno del riesplodere di nuove violenze. Condizione che per diversi Paesi, per primo l'Italia, sarebbe deleteria. Ragion per cui Roma ha tutto l'interesse a continuare a giocare un ruolo propulsivo, in linea con le Nazioni Unite, nel tentativo di trovare dialogo tra le varie anime libiche.

L'obiettivo è arrivare quanto prima possibile a una efficace stabilizzazione. Un processo che nei buoni auspici, potrebbe portare nel giro di un anno, un anno e mezzo, al voto. Ma solo dopo il raggiungimento di una stabilità effettiva.

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