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Libia: scontri a Tripoli, crescono le tensioni

di Daniele Ruvinetti

In Libia la situazione rimane carica di tensioni e lo stallo politico che si è prodotto mette a rischio il processo di stabilizzazione del paese. L'analisi di Daniele Ruvinetti

Hussein Eddeb / Shutterstock.com

Gli ultimi violenti scontri armati esplosi in alcuni quartieri nel centro di Tripoli fotografano l'instabilità della situazione in Libia. L’Autorità di sostegno alla stabilità – affiliata al Governo di unità nazionale (Gnu) del premier Abdulhamid Dabaiba – e la Brigata Al Nawasi, considerata vicina al Governo di stabilità nazionale del primo ministro designato dal Parlamento di Tobruk, Fathi Bashagha, si sono combattute in un'area della capitale e – probabilmente – otto persone sono rimaste uccise.

Questi e altri (fortunatamente meno drammatici) fatti di cronaca raccontano l'evoluzione di una potenziale crisi in divenire. Preoccupazione su cui mantenere alta l'attenzione sia come Europa che come Italia, anche se la guerra ucraina resta in cima alle agende delle cancellerie occidentali. Anche perché, come detto, sulla Libia potrebbero pesare effetti a cascata di quel che accade "attorno a Kiev" e peggiorare la situazione.

Dabaiba resta a Tripoli, e come dimostrato dalle citate notizie di scontri potrebbe essere interessato a rimanere al potere anche con la forza. Bashaga, che ha ricevuto l'incarico dopo che il parlamento ha sfiduciato Dabaiba, all'apposto non è intenzionato a entrare a Tripoli con la forza, non volendo macchiare col sangue l'inizio del suo governo.

È anche una questione di pesi e controllo: da una parte, Dabaiba ha dalla sua una porzione della Tripolitania e l'area urbana di Tripoli, con una buona rispondenza sul campo; Bashaga – politico misuratino – ha una buona presa nella regione occidentale, legata anche alle sue attività ai tempi del precedente governo onusiano (noto come Governo di accordo nazionale, GNA), e poi ha con sé la Cirenaica e il Sud. Nella regione orientale, infatti, il suo vice-nominato per l'area, Ali al-Qatrani, così come l’altro vice-nominato Salem Maatouq al-Zedma per il Fezzan, hanno iniziato a muoversi e sostanzialmente a organizzare le attività del governo Bashaga.

Tra i problemi che rendono difficile questo tentativo di conservazione del potere da parte di Dabaiba, c'è la posizione presa dalla Banca centrale. L'istituto attualmente ha bloccato le possibilità economiche del governo uscente, tanto che alcune milizie nei giorni scorsi hanno circondato il palazzo dell'esecutivo a Tripoli perché non ricevono i pagamenti richiesti.

Senza entrate – e dunque senza possibilità di spesa, anche come forma di mantenimento del potere – e con grandi difficoltà di rapporto con la petrolifera National Oil Corporation, che continua a mettere i proventi su un conto (intoccabile per il governo) della Libyan Foreign Bank, Dabaiba sta cercando vie alternative. Per esempio, ha recentemente incontrato il gran mufti, Sadiq al Ghariani, per trovare una sponda tra la componente islamista.

Dall'altra parte, Bashaga sta cercando di lavorare politicamente, cavalcando la fase di appeasement tra Est e Ovest, cercando l'uso della moderazione e della trattativa politica per tentare di formare un esecutivo stabile – anche in questo caso con l'obiettivo delle elezioni.

Nei prossimi giorni, al Cairo, in Qatar e in Arabia Saudita ci saranno una serie di incontri in cui si affronterà il tema Libia. E se ne parlerà all'interno di cancellerie come quella turca, che ha ospitato incontri simili nelle scorse settimane.

Al momento sembra registrarsi una fase di (quanto meno apparente) allineamento tra i player esterni al Paese, che non sembrano intenzionati a vanificare – per le schermaglie interne a Tripoli – gli sforzi messi in atto per arrivare a un generale avvicinamento all'interno della regione complessa del Mediterraneo allargato. Equilibrio, quello apparentemente raggiunto, che proprio da vicende come lo scontro di potere in Libia, e le derive violente che potrebbe prendere, rischia di finire alterato. È per questo che da queste riunioni potrebbe uscire una soluzione allo stallo istituzionale che si è prodotto a Tripoli e dintorni.

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