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L’Italia, e la democrazia, di fronte alle nuove sfide del mondo post-Covid

di Marco Minniti

Intervento di Marco Minniti, Presidente della Fondazione Med-Or, all’evento “Here is Italy. Le lenti di Roma sulla politica estera” svoltosi venerdì 10 dicembre a Roma, per il lancio del magazine online Decode39.

Innanzitutto, grazie per l’invito. Confesso una certa emozione per una ragione semplicissima: è la prima volta che vengo qui alla Farnesina e prendo la parola. Non perché non avessi rapporti con la Farnesina – che, anzi, erano particolarmente intensi –, ma perché erano “undercover”. E quindi come tali non potevano essere rivelati.

Oggi possiamo finalmente parlarci in chiaro, e di questo vi sono particolarmente grato. Grato a Lei, signor Ministro, grato a Decode39, a cui faccio i migliori auguri. Abbiamo davvero bisogno di iniziative del genere e ritengo che questa sia estremamente utile, anche per il fatto – non banale – che sia stata pensata in lingua inglese e in lingua araba. Già questa è una sorta di carta d’identità che mostra ciò che si vuole fare. Ne abbiamo bisogno anche alla luce di quanto evidenziato dal Ministro degli Esteri, dell’importante agenda che l’Italia ha, e – aggiungo – del ruolo di rilievo che l’Italia si è conquistata. Perché – come è noto – in politica estera non viene regalato mai nulla. Tutto si conquista. Se si pensa, a un certo punto, che il viatico per poter contare nel mondo sia l’avere buoni rapporti, magari di carattere personale, con Tizio, con Caio o con Sempronio, vi do una notizia: temo non sia così. Come è noto, nella politica estera contano il prestigio, i rapporti di forza, le capacità; mettere in campo un’agenda che sia capace di convincere gli altri. L’agenda è stata segnata da uno spartiacque drammatico, dal quale ancora non siamo usciti: la pandemia.

Ancora oggi siamo – per parafrasare un bellissimo titolo di un grande autore europeo degli anni ’30 del secolo scorso – “nelle ombre del domani”. Non sappiamo con certezza quale sarà l’approdo. Tuttavia, possiamo affrontare un punto con certezza: la pandemia di per sé era una drammatica sfida nei confronti delle democrazie. Questo perché poteva sembrare che le autocrazie di fronte a una pandemia, di fronte al fatto che bisognasse intervenire su questioni di carattere individuale, fossero più capaci di poterla governare. Una sfida esistenziale, perché si trattava di diritti fondamentali, come la vita, la salute, e delle libertà, che per una democrazia sono un argomento un po’ più delicato che per un’autocrazia.

Ecco, oggi siamo ancora “nelle ombre del domani”, ma una prima fase si è conclusa. E c’è una notizia non banale: le democrazie hanno vinto questa sfida. Mentre, se guardiamo l’orizzonte delle autocrazie, notiamo che lì la partita è ancora aperta ed è molto più complessa – in parte, diciamoci sinceramente, viene anche nascosta, perché quei paesi non hanno il vincolo della trasparenza, che invece caratterizza le democrazie. Non era scontato che questo avvenisse. Io lo ritengo uno straordinario punto di partenza. E nel summit che Biden ha convocato vedo questa linea rossa: le democrazie, spesso dipinte come qualcosa di inefficiente, al limite delle strutture paralizzate, sono state in grado di affrontare la più drammatica emergenza della storia recente. Dovremmo essere più coraggiosi nel rivendicarlo, perché tutto questo avviene in un drammatico gioco di luci ed ombre.

Tuttavia, non dobbiamo dimenticarci che a metà di agosto è avvenuto un fatto traumatico per tutti quanti noi, e cioè la vicenda afghana. Dobbiamo dirci le cose con sincerità: quello è stato uno scacco. Uno scacco forte, drammatico per l’Occidente intero. Ora, io sono uno che si ostina a pensare che l’Occidente sia qualcosa in più di una mera espressione geografica. L’Occidente è insieme valori, principi, modi di vita e spesso coincide in larga parte con l’idea di democrazia. Oggi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, ci troviamo nella fase più aperta di sfida alle democrazie. E il progetto, la visione che ha qui presentato il Ministro Di Maio a me appare del tutto convincente. Anch’io sono fermamente convinto che la politica estera di un grande democrazia come l’Italia sia un collante che tiene insieme il paese. Nella storia italiana, pur avendone noi una particolarmente controversa e contestata, abbiamo sempre cercato di preservare la politica estera dalle tensioni della politica interna. Se posso dare un suggerimento al Ministro – naturalmente non richiesto –, continuiamo in questa direzione. La politica estera è un patrimonio dell’intero paese. E – lo dico sinceramente – penso che il Ministro degli Esteri abbia fatto e stia facendo di tutto per tenere viva questa visione. Ripeto: non è affatto banale, perché questo è patrimonio del sistema-paese.

Seconda questione. Ci sono tre parole chiave che il Ministro ha utilizzato straordinariamente bene: Europa, Stati Uniti, Mediterraneo. Mai come adesso queste tre parole devono essere messe a sistema. La forza della politica estera di un paese mediterraneo e di confine come l’Italia deve essere quella di riuscire a tenerle insieme.

Europa e Stati Uniti: un rapporto incancellabile, che tuttavia deve cambiare profondamente. Alleanza transatlantica significa che l’Europa deve assumersi la responsabilità. Perché io non sono così sciocco da non vedere come Biden sia tutt’altra cosa rispetto a Trump – è quasi lapalissiano. Ma nonostante questo, dobbiamo capire che l’asse strategico degli Stati Uniti verso il Pacifico è un asse immodificabile. Questo comporta che l’Europa debba assumersi delle responsabilità nel Mediterraneo, sapendo che Pacifico e Mediterraneo sono due aree chiave della sicurezza del pianeta. Il Pacifico unisce l’America con l’Asia; il Mediterraneo unisce l’Europa con l’Africa. E noi siamo dentro una delle aree chiave dell’equilibrio del pianeta. Pertanto, dobbiamo colmare dei vuoti. Penso, per esempio, che quello che è avvenuto, e sta in parte ancora avvenendo, al confine tra Bielorussia e Polonia sia una ferita aperta dell’Unione Europea, e segnali il fatto che l’Unione ancora oggi non abbia una politica, una visione, una strategia per il governo dei flussi migratori. Punto. E il timore è che tutto questo possa essere utilizzato dalle autocrazie come uno strumento di pressione e di destrutturazione della stessa Unione Europea.

Se tutto quello che sto dicendo è vero, dobbiamo correre per arrivare ad una strategia comune. L’accordo con la Francia, il Trattato del Quirinale, è uno strumento fondamentale, perché finalmente due grandi paesi mediterranei decidono di affrontare insieme questioni strategiche, come il governo dei flussi migratori e la difesa europea. Mi aspetto che la Francia assuma pienamente nel suo semestre queste due priorità. Mi pare, in realtà, che ciò stia già avvenendo ed è un segnale molto importante per una ragione semplicissima: perché affrontare queste questioni durante un periodo di campagna elettorale, come avviene in Francia, non è semplicissimo. Tuttavia, può avvenire un fatto clamoroso, e cioè che per la prima volta un elemento europeo riesca a portare un vantaggio in una campagna elettorale nazionale. Di fronte alle sfide che Macron ha in Francia, questi non sono elementi di fragilità e di debolezza; possono diventare un punto di forza per la stessa campagna elettorale nazionale, perché trasmettono l’idea che i grandi temi del governo dei flussi migratori e della sicurezza europea vadano affrontati di concerto e non esclusivamente dentro il cortile politico di ogni singolo paese. Se poi ci pensiamo un attimo, questo è un patrimonio straordinario anche per noi.

Infine, sono contento che mi abbiate invitato, perché questo era un po’ il senso della Fondazione Med-Or. E il fatto che sia nata questa iniziativa rivela un dato fondamentale: oggi più che mai sui temi strategici ci può essere un sistema-paese. Un sistema-paese che gode di una collocazione straordinaria dell’Italia, che non va assolutamente cambiata. Nella storia della nostra politica estera, noi siamo stati convintamente atlantisti, saldamente collocati nel blocco occidentale, ma anche il paese che meglio dialogava con quelli dall’altra parte del blocco. E proprio perché eravamo fortemente atlantisti, potevamo dialogare meglio. Oggi più che mai, quel pezzo di storia non deve essere cancellato.

Noi siamo – come ha detto giustamente il Ministro – dentro un orizzonte. E quell’orizzonte non solo non vogliamo cambiarlo, ma lo consideriamo un patrimonio straordinario del nostro paese. Ma è da quell’orizzonte che noi dialoghiamo. Perché continuiamo a pensare che un nuovo ordine mondiale, sia pur difficilissimo da realizzare, sia una necessità per questo pianeta. Perché senza un nuovo ordine mondiale non si va da nessuna parte.



È possibile trovare il video completo dell'evento su Formiche.net.

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