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L’Italia nel ‹‹Grande Gioco›› tra istituti geografici, diplomazia culturale e archeologia

di Leonardo Palma

L’attivismo culturale dell’Italia in Medio Oriente e in Asia nel periodo tra le due guerre. L’analisi di Leonardo Palma

Il periodo tra le due guerre vide una fase di grande attivismo per la politica italiana in Medio Oriente e in Asia. La riorganizzazione dello spazio ottomano dopo la caduta della Sublime Porta alla fine della Grande Guerra sembrò infatti aprire a Roma prospettive fino a quel momento inedite. Il Regno aveva manifestato interesse per quelle regioni sia durante le fasi negoziali del patto di Londra (1915) sia durante le discussioni per la firma degli accordi di San Giovanni di Moriana (1917). Del resto, che l’Italia fosse attirata verso oriente era evidente già dai tempi della spedizione dei Boxer in Cina nel 1900 e dall’ottenimento di concessioni commerciali nell’area di Tientsin, vicino Pechino. Tuttavia, gli esiti della Conferenza di Parigi così come la nascita della Repubblica di Turchia (1923) imposero di ripensare il perimetro all’interno del quale dispiegare l’azione italiana, rinunciando per esempio alle mire sulla penisola anatolica. Perfino l’avvento del fascismo, tuttavia, non modificò le linee di fondo della politica estera italiana almeno fino a tutto il 1932. D’altronde, distillare nazionalismo, seppur nella variante fascista, da una carriera che ne era già pregna non dovette essere impresa ardua. Mussolini riservò sempre particolare attenzione all’Oriente inteso in senso ampio, dall’Anatolia all’India fino al Giappone. Soprattutto con la cultura nipponica egli ebbe un rapporto di reciproca fascinazione, nel mito dei guerrieri e della potenza ma anche nelle arti e nella letteratura. Con il degradarsi della situazione internazionale e di fronte al crescente antagonismo europeo, l’attività diplomatica italiana in Medio Oriente, Asia centrale ed Estremo orientale conobbe un momento di particolare vivacità. I diplomatici italiani instaurarono rapporti di collaborazione con le autorità yemenite, egiziane, con il neonato regno saudita e, attraverso i Servizi segreti, cercarono di penetrare anche all’interno dei mandati franco-britannici di Siria, Libano, Iraq e Palestina. I risultati non sempre furono quelli attesi, un po’ per la contraddittorietà di alcuni degli obiettivi perseguiti, un po’ per la discontinuità dell’azione e degli uomini preposti ad essa. In ogni caso, e a dispetto degli eventi bellici in preparazione, l’Italia dimostrava di voler mantenere una propria presenza oltre i limiti geografici del Mediterraneo per creare le condizioni possibili di una sua marcia verso l’Asia e l’Africa. La collaborazione tecnica e militare rappresentò uno dei principali vettori per la costruzione di relazioni con gli interlocutori mediorientali attraverso la fornitura di materiale bellico e programmi di addestramento, anche in campo aeronautico, ad Arabia Saudita, Yemen e Afghanistan, inviando personale in quei paesi e ospitando in Italia allievi piloti, meccanici e tecnici. Ma il settore privilegiato fu quello della diplomazia culturale, coinvolgendo soggetti pubblici e (almeno formalmente) privati come la Società Dante Alighieri, la cui rete di scuole rappresentava già all’epoca un efficacissimo strumento di propaganda e penetrazione culturale. Questo tipo di azione non fu limitato al Medio Oriente e all’Asia ma arrivò a coinvolgere anche regioni dov’erano presenti folte comunità italiane o di discendenti italiani come l’America Latina, con cui anche l’Italia repubblicana mantenne un rapporto preferenziale, e gli Stati Uniti. La presenza di questi istituti si configura non solo come strumento di promozione dell’immagine del regime ma anche d’influenza sull’opinione pubblica locale e fonte di informazioni: culturali, politiche, commerciali, sociali. D’altronde, il coinvolgimento di viaggiatori, archeologi, naturalisti, linguisti e antropologi nelle attività diplomatiche e di intelligence è ampiamento documentato. Dalle rotte dell’Asia centrale che videro contrapporsi il Regno Unito e la Russia nel così detto Grande Gioco fino alla rivolta araba fomentata dai britannici in Medio Oriente durante la Prima guerra mondiale, l’osmosi tra ricerca scientifica, diplomazia culturale, archeologia e politica estera è sempre stata influente.

Queste attività ricoprirono un ruolo centrale anche nella proiezione internazionale dell’Italia durante la prima metà del Novecento. Il mito della romanità coltivato dal fascismo, insieme a quello del Mare Nostrum di derivazione mazziniana, con funzione legittimante delle ambizioni imperiali italiane, costituirono tra gli anni Venti e Trenta il fondamento di gran parte dell’attività scientifica e culturale sovvenzionata dal regime. Del resto, l’intreccio tra iniziative private e intervento pubblico aveva caratterizzato anche la prima fase delle iniziative coloniali italiane in Africa orientale. Missioni sparse, disorganizzate, spesso avventure solitarie come quella di Giacomo Doria (1840-1913) in Persia nel 1862, Raffaele Rubattino (1810-1881) verso Assab nel 1869 o i viaggi non ufficiali di Orazio Antinori (1811-1882), Odoardo Beccari (1843-1920) e Arturo Issel (1842-1922) nel Corno d’Africa. Ma già questi primi esploratori intravidero la dimensione strategica di questo tipo di missioni, soprattutto laddove erano presenti genti italiane o italofone. Issel si convinse presto come fosse opportuno coordinare la raccolta informativa da parte della pletora di connazionali (mozzi, marinai, militari, coloni, agronomi, geometri, cuochi, viveur, avventurieri) che per scelta, caso o necessità si trovavano in qualche punto poco conosciuto del globo. Le “isole di italianità” come nodi di una rete più ampia, a supporto del mercantilismo e della fame imperiale italiana. Lo stesso ammiraglio Fulvio Martini, capo del SISMI dal 1984 al 1991, ricordava nelle sue memorie come le comunità italiane all’estero, similmente a quelle ebraiche per lo Stato d’Israele, fossero state nel corso della sua carriera fonti utilissime di informazioni. Nei primi anni Sessanta i marinai in servizio nel Mar Nero e sul Bosforo, molti con alle spalle esperienze nella Seconda guerra mondiale, fornirono al servizio segreto navale informazioni sul naviglio sovietico; tra il 1978 e il 1988 i tecnici italiani in Iran e Iraq rappresentarono fonti di prima mano sul regime dello Scià e su quello di Saddam Hussein; così come nel 1974 furono utilissimi gli italiani presenti ancora in Eritrea per esfiltrare attraverso il Sudan i connazionali rimasti bloccati in Etiopia.

A partire del 1910, il ministero degli Esteri iniziò a intrattenere rapporti stabili, sebbene informali, con il mondo delle missioni scientifiche e di ricerca archeologica. Presto, anche le forze armate furono coinvolte nella revisione delle proprie strutture informative, grazie all’opera di personaggi come il colonnello Felice De Chaurand de Saint Eustache (1857-1944) che tra il 1897 e il 1898 organizzò e diresse un Ufficio Informazioni presso lo Stato Maggiore. Legami informali che nel tempo diventeranno sempre più sistematici e strutturati, coinvolgendo altri apparati o ministeri come quello delle Colonie. La stessa spedizione del 1911 in Libia fu preparata da agenti diplomatici italiani inviati in Egitto e nei vilayet ottomani. Dall’Africa orientale, funzionari italiani come Vittorio Cremaschi, viceconsole a Berbera, passarono notizie di carattere militare e commerciale relativamente ai traffici che partivano da Aden.

Negli anni compresi tra le due guerre queste attività allargarono il loro campo di azione, complice una cornice internazionale caratterizzata sempre più da insicurezza e dinamiche competitive. I risvolti militari, tuttavia, rimasero tutto sommato in secondo piano mentre accrebbe il peso politico-diplomatico di queste iniziative, parte di una strategia di espansione della presenza italiana nell’area del Mediterraneo e dell’Oriente che il fascismo aveva tutto sommato ereditato dall’Italia liberale ma reinterpretava in chiave revisionista. Nel gennaio 1928, in seno al ministero della Pubblica istruzione, viene istituito un Comitato permanente per la supervisione e il coordinamento delle missioni archeologiche e degli istituti italiani all’estero. Fautore della nascita del Comitato fu Dino Grandi (1895-1988), ministro degli Esteri dal 1929 al 1932, che sempre aveva manifestato una particolare attenzione alle implicazioni politiche e strategiche della diplomazia culturale italiana.

L’idea di creare un istituto che fosse dedicato esclusivamente alle relazioni culturali tra l’Italia e i paesi asiatici nacque tra il 1925 e il 1931 grazie ai colloqui avuti dall’orientalista e tibetologo Giuseppe Tucci (1894-1984) con varie personalità nel corso dei suoi soggiorni accademici in alcune università in India. L’idea trovò favorevole accoglienza anche in Italia e, grazie al sostegno entusiasta di Giovanni Gentile (1875-1944), nel 1933 vide la luce l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (ISMEO). Tucci, nominato vicepresidente, l’anno successivo tenne una conferenza intitolata “L’Oriente nella cultura contemporanea”. Il suo intervento in quel consesso rappresentò in qualche modo il manifesto e il programma politico dell’Istituto: una critica radicale all’impostazione accademica degli studi orientalistici e l’importanza della reciproca comprensione culturale come premessa allo sviluppo di relazioni economiche, commerciali e politiche. In base allo scopo statutario, l’ISMEO avrebbe dovuto attendere allo sviluppo dei rapporti culturali tra l’Italia e i paesi dell’Asia centrale, meridionale e orientale, provvedendo altresì all’esame dei problemi economici dell’area e all’invio di relazioni bisettimanali sugli avvenimenti del Medio ed Estremo oriente alla presidenza del Consiglio dei ministri, al ministero degli Esteri e al ministero della Cultura popolare. Dal 1940, la diffusione di questi rapporti fu estesa anche ai ministeri di Marina, Aeronautica, della Guerra e dell’Africa italiana, oltre che allo Stato maggiore. L’Istituto organizzò poi corsi di lingue e scambi di docenti, distribuì borse di studio, curò la pubblicazione di periodici e riviste, tra cui Asiatica e Yamato, ed organizzò spedizioni in Tibet, Lhasa e attraverso gli impervi valichi dell’Asia centrale. Ad una di queste missioni partecipò anche, distaccato dall’Ufficio operazioni dello Stato maggiore e selezionato dal Servizio segreto militare (Sim), il capitano Felice Boffa Ballaran (1897-1944) con compiti di fotografo e cartografo. Allo stesso tempo, l’ISMEO svolse un importante ruolo di raccordo tra le diverse anime del nazionalismo indiano, uno sforzo funzionale alla politica antibritannica fascista nel subcontinente indiano. Durante la guerra, la strategia di destabilizzazione periferica delle posizioni franco-britanniche in Medio Oriente e in Asia da parte dell’Asse avrebbe fatto uso, con alterne fortune, proprio di quelle reti create negli anni precedenti dalla diplomazia culturale e dalle missioni scientifiche. Gli eventi bellici portarono alla sospensione delle attività dell’Istituto nel 1944 per poi riprendere, sotto la presidenza dello stesso Tucci, nel 1947.

Rinvigorito e rilanciato, seppur con i limiti dettati dalla realtà di un paese sconfitto e devastato dalla guerra, l’ISMEO ampliò rapidamente il suo campo di azione, organizzando spedizioni scientifiche in Tibet (1948) e Nepal (1952 e 1954). Nel 1955 cominciò a stringere accordi con i governi del Pakistan, dell’Afghanistan e dell’Iran per l’apertura di scavi archeologici e opere di restauro nella valle dello Swat, Ghazni, Isfahan e Persepoli. Intese simili sarebbero state siglate anche con il Nepal, la Thailandia, l’Oman, lo Yemen e il Turkmenistan. Nel dopoguerra, accanto all’ISMEO, un ruolo importante fu giocato dall’Istituto Italo-Africano (IAO), erede e successore dell’Istituto Coloniale Italiano creato nel 1906. Trasformato in Istituto Italiano per l’Africa nel 1947 e divenuto infine nel 1971 Istituto Italo-Africano, esso svolse un importante attività africanista con particolare attenzione alle scienze umane e sociali. Le attività di questi istituti incrociarono, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la sensibilità politica di alcuni importanti attori della ricostruzione post-bellica come Agip, Finmeccanica, Montecatini, ma soprattutto la Mediobanca di Enrico Cuccia (1907-2000) e la Banca d’Italia di Guido Carli (1914-1993). Quest’ultime prestarono particolare attenzione al rilancio della diplomazia economica e al ritorno del capitalismo italiano nel continente africano prossimo alla decolonizzazione, promuovendo la collaborazione tra capitale pubblico e privato in Senegal, Etiopia, Algeria, Angola. Prospettive e strategie che tenevano conto altresì dello scontro bipolare e della sentita necessità di evitare che l’assistenza tecnica e finanziaria offerta dall’Unione Sovietica ai paesi del Terzo Mondo li facesse scivolare verso il blocco orientale. In questo contesto, l’Istituto Italo-Africano svolse un ruolo importante con le sue missioni di studio, il finanziamento di corsi di lingua e di soggiorni a Roma per studiosi africani, l’organizzazione di conferenze e mostre alla presenza di diplomatici africani e ministri italiani.

Sfortunatamente, parte della classe dirigente e partitica dell’Italia repubblicana perse di vista il valore aggiunto di queste realtà che cominciarono a soffrire di un progressivo calo di contributi pubblici e di una sempre minore integrazione con gli apparati istituzionali. Nel 1995, l’ISMEO e l’IAO vennero fusi nell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (ISIAO) che avrebbe dovuto continuare nel solco dei due predecessori a lavorare per la promozione di una diplomazia culturale italiana. Nonostante le difficoltà, importanti risultati furono raggiunti soprattutto nei paesi ex-sovietici che, dopo la fine della Guerra Fredda, rappresentavano importanti mercati e nuove aree di competizione internazionale per il controllo soprattutto delle risorse energetiche del Caspio. Tuttavia, la dinamicità espressa nei primi anni del Novecento e nell’immediato dopoguerra rallentò fin quasi a fermarsi, disperdendo un patrimonio dal forte contenuto strategico e politico.

La storia delle missioni scientifiche, archeologiche, degli istituti geografici e di ricerca nell’età degli Imperi e dei conflitti mondiali dimostra quanto queste iniziative fossero organiche alle ambizioni politiche di tutte le principali potenze europee. In un certo senso, inoltre, perlomeno da un punto di vista del metodo e della compenetrazione tra le varie articolazioni economiche, culturali, politiche e militari del paese, esse avvicinavano l’Italia agli altri grandi. Questo tipo di diplomazia culturale garantiva infatti il mantenimento di una presenza visibile, stabile e continuativa dell’Italia in una serie di aree strategicamente rilevanti, accreditando il ruolo internazionale del paese e consolidando o approfondendo tutta una serie di contatti politici rilevanti ai fini economico-commerciali ma anche militari e politico-diplomatici.

FONTI

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