Missili, uranio e milizie. Le condizioni degli Usa per trattare con Teheran
Riproponiamo l'articolo pubblicato da "Il Messaggero" il 31 Gennaio 2026
La profondità della crisi in corso da mesi in Iran rende oggi il dossier sul futuro della Repubblica islamica uno dei più attenzionati a livello internazionale. Non potrebbe essere altrimenti. Infatti, è evidente che quanto sta avvenendo nel paese, per le dimensioni delle proteste e la ferocia della repressione perpetrata dal regime, stia raggiungendo una portata forse difficilmente paragonabile nella storia recente. E in tutte le principali cancellerie mondiali la situazione è seguita con attenzione e, in particolare, ci si chiede se siamo prossimi alla fine degli Ayatollah, se sia plausibile un intervento americano e quali effettive conseguenze questo potrebbe avere sul regime.
Non si tratta di domande di portata limitata, perché quanto potrebbe avvenire, come la storia ci insegna, potrebbe rappresentare un passaggio chiave, in grado di produrre effetti a catena in tutto il Medio Oriente.
Nelle ultime ore Donald Trump avrebbe recapitato a Teheran un ultimatum: o il regime accetta di negoziare, o gli Stati Uniti attaccheranno militarmente il paese. I segni di un possibile intervento sarebbero già evidenti, secondo gli analisti. Non a caso, in questi giorni il Carrier Strike Group della USS Lincoln è arrivato nel Golfo. Le forze americane stanziate nella regione sono in massima allerta e sono aumentati i sorvoli degli aerei con funzioni ISR. Per il momento tutti gli scenari restano aperti. Di certo, dopo anche il breve conflitto di giugno, quella che fino a pochi anni fa sarebbe stata considerata una possibilità remota, oggi appare più plausibile, anche se prospetta numerose incognite.
A giugno, durante l’operazione Midnight Hammer, gli USA avevano dato vita a un perfetto esempio di inganno strategico, aumentando il dispositivo militare nella Penisola arabica e a est nelle basi dell’Oceano indiano, salvo poi condurre l’attacco da ovest, con i bombardieri strategici B2 decollati direttamente dal territorio statunitense. Ad oggi, invece, il dispiegamento nell’area di un massiccio dispositivo militare potrebbe essere usato da Trump per fini prettamente negoziali. La pressione psicologica derivante dalla minaccia di un attacco potrebbe spingere il regime a cedere, almeno in parte, sulle richieste avanzate dalla Casa Bianca: cessazione dell’arricchimento dell’uranio; diminuzione di stock e gittata dell’arsenale missilistico; interruzione di ogni legame con le milizie proxy disseminate in Medio Oriente.
È da capire se, fiaccata dalle proteste e dalle spaccature interne allo stesso Nizam, la leadership politico-religiosa che governa l’Iran dal 1979 possa in questo caso fare un passo indietro, con la speranza di rimanere al potere e mantenere in vita il sistema esistente. Laddove l’ultimatum non dovesse produrre i risultati attesi, ecco che in quel caso si potrebbe configurare l’eventuale intervento militare statunitense: per “convincere” i pasdaran a cedere, Trump potrebbe ordinare delle incursioni militari mirate, colpendo siti e infrastrutture dall’alto valore strategico o simbolico.
A differenza di quanto accaduto a giugno, quando l’obiettivo era distruggere il programma nucleare iraniano, in questo caso si potrebbe puntare a indebolire l’apparato repressivo del regime. Gli scenari a quel punto potrebbero essere molteplici: dall’avvio dei negoziati fino a una strenua resistenza di Teheran, che potrebbe anche dare vita ad una reazione militare in tutta la regione, diretta e indiretta, con il coinvolgimento di quanto tra Libano, Yemen e Iraq, rimane in campo dell’Asse della Resistenza – con Israele, basi americane e interessi occidentali come obiettivi primari. La situazione, dunque, appare molto complessa e gravida di incognite, mentre la tensione sembra salire in queste ultime ore.
I paesi del Golfo, che considerano l’Iran un nemico strategico, temono che la situazione possa degenerare: un conflitto che veda coinvolta Teheran potrebbe minacciare la stabilità della regione e la tenuta stessa delle loro economie, oltre al rischio di compromettere in modo grave la via di comunicazione strategica di Hormuz, da cui transita il 27% del petrolio grezzo e il 22% del GNL mondiale. Per ora, Abu Dhabi e Riad hanno negato a Washington la possibilità di usare il proprio territorio per eseguire l’eventuale attacco, mentre Doha invita alla moderazione. Da vedere inoltre, in caso di conflitto, quali reazioni potrebbero mettere in campo Russia e Cina, partner della Repubblica islamica, non indifferenti ai suoi destini.
Le possibili conseguenze di un intervento armato e il rischio di restare impantanati in un nuovo conflitto sono tali da indurre Trump a valutare attentamente ogni circostanza. Il presidente ha già dato prova di essere disposto a usare la forza per tutelare gli interessi americani, ed è indubbio l’Iran costituisca uno dei principali rivali strategici per gli Stati Uniti. Rispetto al passato a fare la differenza potrebbe essere la debolezza del regime e il peso crescente delle proteste, che continuano con coraggio nonostante la violenza della repressione.
Ad oggi risulta difficile avere un quadro chiaro di ciò che accadrà. L’unica certezza è che i prossimi giorni saranno cruciali per comprendere il futuro dell’Iran e del Medio Oriente.
Articolo pubblicato da Il Messaggero il 31 gennaio 2026