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Perché il terrorismo jihadista è ancora una minaccia

A Marrakech si è recentemente svolta la riunione della Coalizione anti-Daesh, occasione per fare un punto sullo stato della lotta contro il terrorismo jihadista. L'analisi di Daniele Ruvinetti

La pandemia prima, la guerra russa in Ucraina più recentemente, ma prima ancora l'uccisione di Abu Bakr al Baghdadi e la fine del Califfato come quell'entità statuale che aveva fatto da propulsore per il fanatismo jihadista globale, hanno contribuito a portare il terrorismo legato al fu Isis quasi fuori dalle cronache quotidiane dei media. Lontano dal mainstream sembra come se non esistesse più la minaccia, ma è una sottovalutazione che non possiamo permetterci.

Un punto sulla situazione l'hanno tracciata i ministri invitati alla riunione annuale della Global Coalition anti-Daesh, che si è svolta nei giorni scorsi a Marrakech. Tra i partecipanti c'era anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, lo scorso anno co-presidente ospitante della stessa assise, ruolo che gli costò l'essere ripreso su Al Naba, una delle pubblicazioni propagandistiche che l'Is diffonde a beneficio di proseliti e futuri tali.

Lo Stato islamico è ancora oggi una minaccia, una minaccia per la stabilità e per la sicurezza di diverse aree del mondo, con potenzialità di azioni ampie che possono ancora arrivare a colpire l'Europa.

Victoria Nuland, sottosegretario di Stato americano per gli affari politici che ha co-presieduto la riunione marocchina della Coalizione composta da dozzine di Paesi, ha dichiarato che "la minaccia dell'IS è particolarmente elevata nel continente africano", dove nel 2021 si sono verificati quasi 500 attacchi terroristici che hanno causato la morte di oltre 2.900 persone.

Per l'Europa, questa analisi è un ulteriore elemento di attenzione, vista la centralità che l'Africa sta acquisendo nello sviluppo delle relazioni internazionali europee. Centralità che sta aumentando se si considera che il continente, con le sue risorse, è stato individuato da diversi Paesi europei (come l'Italia) quale centro di approvvigionamento di materie prime energetiche nell'articolato lavoro di sganciamento dalla dipendenza russa.

Tra queste, le risorse del Mozambico per esempio, Paese che soffre la presenza di un gruppo combattente jihadista affiliato allo Stato islamico (noto come Is-M) che ha ormai una fetta di territorio sotto il proprio controllo nella regione di Cabo Delgado, ricca di materie prime energetiche. Ma lo stesso vale per il Mali, per il Niger e per la Nigeria, la più fiorente economia africana che da anni combatte contro una formazione spietata e sanguinaria, un tempo nota come Boko Haram, ora assorbita nella filiale dello Stato islamico nota come Islamic State's West Africa Province. O ancora, la situazione che si è creata in Somalia, critica al punto che gli Stati Uniti hanno dovuto riattivare le operazioni (anche quelle delle forze speciali a terra) contro il gruppo locale noto come Shabaab. E infine il rischio in Libia, dove cellule jihadiste si muovono nell'ombra nel sud del Paese.

Il quadro è chiaro: con il terrorismo non è possibile arretrare, perché trova costantemente spazi in cui incunearsi. Tanto più se le condizioni dei contesti in cui si muove sono degradate, depresse, gestite da governi spesso istituzionalmente deboli e non in grado di offrire ai propri cittadini ciò che cercano. È per questo che di pari passo alla lotta armata e ai monitoraggi dell'intelligence (comunque cruciali), è fondamentale l'attivazione di piani di sviluppo sociale ed economico per allontanare le istanze terroristiche (in questo caso jihadiste) dalle collettività più giovani, che spesso si rivolgono a queste – alle predicazioni, alle promesse ideologiche – come appiglio davanti all'isolamento e al malgoverno.

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