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Perché l’accordo Ue-Egitto ha un profondo valore strategico

L’intesa tra Bruxelles e Il Cairo siglata dal Team Europe a metà marzo serve ad assistere l’Egitto in un momento complicato e a consolidare la presenza dell’Europa nel Mediterraneo

L’accordo recentemente firmato tra l’Unione Europea e l’Egitto rappresenta un passo significativo nel rafforzamento delle relazioni bilaterali e nel promuovere la stabilità e lo sviluppo sostenibile nella regione del Mediterraneo. Sarebbe infatti limitante raccontare con la sola lente del controllo migratorio – tema utile al dibattito che precede le elezioni Europee – l’intesa chiusa il 17 marzo 2024 dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, alla presenza del cosiddetto Team Europe (composto da von der Leyen e altri sei leader europei, tra cui l’italiana Giorgia Meloni).

Il Memorandum of Understanding con l’Egitto è il più sostanzioso mai siglato dall’UE con un Paese africano, e prevede un pacchetto finanziario e di investimenti da 7,4 miliardi di euro per il periodo 2024-2027. I fondi – distribuiti tra 5 miliardi di prestiti agevolati, 1,8 di investimenti e altri 600 milioni di euro erogati come concessioni a fondo perduto – saranno destinati a sostenere l’economia egiziana, che sta affrontando una delle crisi economiche più gravi della sua storia, caratterizzata dall’aumento generale dei prezzi e dalla crescita delle persone in condizioni di povertà.

I sei pilastri principali dell’intesa includono rafforzamento del dialogo politico, stabilizzazione macroeconomica, investimenti e commercio sostenibili, migrazione e mobilità, sicurezza e sviluppo del capitale umano. Questi ambiti riflettono le aree di interesse reciproco e la volontà di entrambe le parti di lavorare insieme per affrontare sfide comuni e promuovere interessi congiunti, ripercorrendo di fatto anche i principi di cooperazione e mutuo interesse del Piano Mattei, vettore della strategia italiana per l’Africa.

È per tale ragione che la partnership in discussione va oltre la semplice gestione dei flussi migratori, mirando a creare le condizioni per un vero sviluppo economico e sociale in Egitto, che possa ridurre la necessità di emigrare. Sotto quest’ottica, l’idea europea mira ad agire nello specifico per salvare il Paese dalla crisi economica in corso, ed evitare così che si diffonda una destabilizzazione profonda su tutto il contesto regionale, rischiando di innescare dinamiche migratorie importanti.

La situazione delle casse del Cairo è complessa e peggiorata negli anni. A un debito pubblico arrivato al 87,2% del Pil si abbina la svalutazione subita dalla sterlina egiziana, con un crollo del suo valore ai minimi storici. L’inflazione ha raggiunto un picco record del 39,7%, mentre il prezzo del cibo e delle bevande è salito del 71,9% in un anno. Non solo: il tasso di disoccupazione totale è pari al 17,5%: colpisce in particolar modo le aree rurali e le donne, ed è altissimo il valore per i più giovani, con quasi uno su due della fascia di età 15-24 senza lavoro.

Quest’ultimo dato è tra i più preoccupanti. L’Egitto è storicamente un contesto sensibile, dove già in passato ci sono state azioni di destabilizzazione del sistema mosse dalle rivendicazioni giovanili (basta pensare alla stagione della Primavera araba). Se si aggiungono i dati economici alla contrazione di libertà imposta dal governo, emerge chiaramente quanta insoddisfazione per le condizioni di vita stia bollendo nel Paese – dove il patto sociale che ha portato al potere Sisi col golpe del 2013 potrebbe essere stato intaccato da tempo. L’assistenza offerta dalla partnership soprattutto economico-commerciale ideata dall’Ue serve anche davanti a questo scenario critico, con l’Europa che approfondendo il dialogo politico al pari degli aiuti finanziari sta cercando di lavorare anche nell’ottica di un potenziale ampliamento dei diritti da parte del governo del Cairo.

C’è poi un elemento ulteriore: soprattutto nella penisola del Sinai, da anni è diffusa l’attività – terroristica e propagandistica – di una fazione dello Stato islamico, ed è noto che in contesti difficili l’attecchimento delle istanze jihadiste trova maggiore vigore, creando proseliti come frutto dello scontento socio-economico. In un momento come questo in cui il terrorismo sta dimostrando di essere ancora attivo e in grado di organizzare azioni come quella di Mosca (o di Kerman, in Iran), serve non solo il controllo securitario territoriale, ma anche un lavoro attivo all’interno delle comunità per limitare il proselitismo. E quest’attività passa anche dal sostegno economico del Cairo, consapevoli che l’hotspot del Sinai, affacciato sul Mediterraneo orientale, potrebbe acquisire vigore e seguaci anche come conseguenza della guerra nella Striscia di Gaza.

Il conflitto tra Israele e Hamas è infatti un altro elemento che sta destabilizzando l’Egitto. Per Il Cairo c’è da abbinare la pressione popolare – che vorrebbe un sostegno pieno ai “fratelli” palestinesi – alla necessità strategica con cui Sisi vuole essere parte delle dinamiche internazionali del conflitto (come per esempio le trattative sugli ostaggi ancora in mano a Hamas). Il tutto evitando di aprire spazi per l’esodo palestinese che potrebbe avvenire se Israele decidesse l’invasione di Rafah – dove si è rifugiato circa un milione di gazawi spinti al sud dall’avanzata delle forze armate israeliane. Offrire protezione ai profughi sarebbe una forma di solidarietà panaraba, ma il governo egiziano sa anche che questo potrebbe aprire a polemiche sull’essere “partecipi” di una “nuova Nakba”. E inoltre avrebbe conseguenze economiche: la gestione degli immigrati pesa già sulle casse egiziane, dopo che circa 9 milioni di profughi dall’Africa meridionale (molti dal Sudan, alcuni dall’Etiopia e altri Paesi) hanno trovato rifugio in Egitto nel corso degli ultimi anni.

C’è ancora un altro fattore che pesa sul Cairo, connesso alla guerra di Gaza: la destabilizzazione del Mar Rosso, dove gli Houthi colpiscono le navi israeliane, occidentali e non solo che solcano le rotte indo-mediterranee Europa-Asia come ritorsione per l’assedio israeliano (anche se in realtà hanno mire diverse sul futuro dello Yemen). Questo ha prodotto una riduzione del traffico lungo Suedi poco inferiore al 50% rispetto ai livelli pre-crisi. E ciò significa un calo delle entrate generate dal canale, che sono fondamentali per l’economia egiziana, basta considerare che nel 2022 ha fruttato 7,5 miliardi di diritti di passaggio. Dal novembre 2023 fino ad oggi un’aliquota di questi fondi mancherà dalle casse del Cairo.

È dunque un quadro complesso quello che ha portato l’Unione Europea ad agire per sostenere l’Egitto, con l’obiettivo di aiutarlo a uscire dalla crisi attuale. Un intervento economico-finanziario che mira in definitiva alla sicurezza collettiva, una mossa politica di Bruxelles, che mira a farsi player di riferimento (anche simbolico) affinché il Paese più popoloso del mondo arabo non rischi il fallimento. E anche il Fondo monetario internazionale e la World Bank hanno scelto di agire secondo questa rotta, con scelte pragmatiche che hanno portato a forme di assistenza di emergenza. In questa situazione, anche i Paesi del Golfo hanno stanziato aiuti, di varie forme, finalizzate al sostengo del paese, avendo tutto l’interesse a mantenere l’ordine tra Suez e la Cirenaica, e a essere parte di queste iniziative che mirano alla stabilità internazionale.

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