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Segnali contraddittori nella crisi tra Serbia e Kosovo

di Antonio Stango

Dopo la “crisi delle targhe” riemergono nuove tensioni tra Kosovo e Serbia, mentre a Berlino si discute del futuro dei Balcani. Il punto di Antonio Stango

I primi giorni di novembre hanno visto da un lato un nuovo episodio di tensione nella lunga “crisi delle targhe” fra Serbia e Kosovo; dall’altro, un significativo progresso nel “Processo di Berlino”: un meccanismo di cooperazione nato nel 2014 fra dieci Stati dell’UE (compreso il Regno Unito, allora membro dell’Unione ma poi rimasto in questo gruppo) e sei Stati dei Balcani occidentali.

Il 1° novembre, infatti, è entrato in vigore in Kosovo l'obbligo – più volte annunciato e rimandato – di sostituire le circa 9.000 targhe automobilistiche serbe di residenti nel Paese con targhe kosovare (con sigla RKS), con requisiti di perentorietà che andranno ad intensificarsi secondo uno schema in quattro fasi, fino al completo divieto di circolazione con targhe serbe dal 21 aprile prossimo. Questo ha portato a numerosi controlli ai valichi di frontiera e ad una forte reazione della comunità serba del Kosovo: dopo il licenziamento di un funzionario serbo che aveva rifiutato di sostituire la propria targa si sono svolte grandi manifestazioni di protesta, ci sono state le dimissioni in massa di funzionari serbi da tutte le cariche istituzionali politiche ed è iniziato uno sciopero degli operatori dei tribunali e della polizia locale nei Comuni con popolazione di etnia serba nel Kosovo del Nord.

A drammatizzare ulteriormente la situazione è stato, come in casi precedenti, l’accenno alla preparazione di una risposta militare da parte della Serbia al presunto uso di droni spia kosovari, che avrebbero effettuato riprese di caserme serbe presso il confine: la zona è stata sorvolata da aerei da caccia serbi MiG-29 e il 2 novembre uno dei droni spia sarebbe stato abbattuto. Il ministro della Difesa del Kosovo Armend Mehaj ha peraltro negato l’uso di quei droni, e sia lui che la ministra degli Esteri Donika Gërvalla-Schwarz hanno accusato il presidente serbo Aleksandar Vučić di volere destabilizzare la regione. Stessa posizione è stata espressa dal primo ministro kosovaro Albin Kurti, che ha ricordato l’influenza del Cremlino sulla Serbia e ha invitato i cittadini serbi del Kosovo e scegliere invece democrazia, Stato di diritto, progresso economico e integrazione europea indipendentemente dall’appartenenza etnica.

A fronte di tutto questo, il segnale positivo è venuto dall’incontro di Berlino del 3 novembre degli alti rappresentanti di Austria, Bulgaria, Croazia, Francia, Germania, Grecia, Italia (con il ministro degli Esteri Antonio Tajani), Polonia, Slovenia e Regno Unito con quelli di Albania, Bosnia e Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia. Presieduto dal cancelliere federale Olaf Scholz e con un importante ruolo della presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, l’incontro non soltanto ha costituito una delle occasioni in cui il governo serbo deve di fatto dialogare apertamente con il Kosovo, che pure non riconosce formalmente come Stato, ma ha anche segnato il raggiungimento di un accordo sul riconoscimento reciproco di documenti d’identità e titoli di studio, con relative facilitazioni per la mobilità professionale fra tutti i Paesi coinvolti. Ursula Von der Leyen ha inoltre confermato che l’UE finanzierà un “pacchetto energetico” da un miliardo di euro per i Balcani occidentali, definendo il “futuro energetico comune” come un fattore chiave dell’integrazione.

Il rinnovato impegno dell’UE e dei singoli Stati parti del Processo di Berlino, anche per la necessità di contrastare gli effetti destabilizzanti del conflitto russo-ucraino nella regione, dovrebbe facilitare la distensione fra Serbia e Kosovo e fra questo e la Bosnia e Erzegovina, che ancora non lo riconosce per l’opposizione della propria componente Republika Srpska.

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