Taiwan e la deterrenza lunga: resilienza, ambiguità strategica e politica dell’attesa
L'articolo di Emanuele Rossi
A Taiwan, la prospettiva di una crisi con la Cina viene sempre più interpretata come una condizione strategica permanente. Per anni il dibattito internazionale si è concentrato quasi esclusivamente sulla possibilità di un’invasione e sulle sue possibili finestre temporali, spesso ridotte nel dibattito mediatico a un countdown verso la guerra. All’interno dell’isola, però, il ragionamento si sta progressivamente spostando su un altro terreno: la capacità di una società di mantenere continuità politica, economica e psicologica durante una pressione prolungata che già si manifesta da anni. Sullo sfondo resta il 2049, centenario della Repubblica Popolare Cinese e orizzonte simbolico entro cui Pechino continua a collocare il tema della “riunificazione”.
Questo slittamento concettuale è rilevante perché Taiwan percepisce ormai la sfida cinese come una condizione strutturale, permanente, totale. Pressione militare, campagne di disinformazione, cyber intrusioni, isolamento diplomatico e coercizione economica non possono essere trattati come episodi separati, ma come elementi di un ambiente di grey zone warfare destinato a ridefinire progressivamente le percezioni della società taiwanese.
Parallelamente, l’incertezza sulla credibilità e sulla prevedibilità del sostegno americano sta assumendo una centralità crescente nel calcolo strategico di Taipei. Sul piano formale, l’architettura della deterrenza regge: le forniture militari continuano, la cooperazione strategica si approfondisce e il Taiwan Relations Act resta il pilastro della relazione bilaterale. Eppure, alcuni segnali provenienti da Donald Trump hanno rafforzato la percezione che il sostegno americano possa essere trattato in termini sempre più transazionali, e sempre meno come un impegno strategico stabile.
La definizione del pacchetto di armi destinato a Taiwan come “strumento di trattativa” nei rapporti con Pechino, proprio mentre tornava dall’incontro con il leader cinese Xi Jinping https://www.med-or.org/en/news...à-strategica-senza-fiducia-cosa-rivela-il-summit-trump-xi-sulla-rivalità-tra-stati-uniti-e-cina, pur non avendo di fatto modificato la dottrina americana, ha però consolidato quella percezione già crescente a Taipei: il grado di sostegno statunitense potrebbe dipendere sempre di più dal calcolo politico contingente della Casa Bianca in ottica “G2”.
E dunque, Taiwan traguarda un doppio orizzonte di resilienza: di lungo termine, riguardo alle volontà – attuali e storiche – del Partito/Stato cinese; di breve termine, che riguarda l’approccio trumpiano (con l’incognita di quale impronta esso lascerà nelle visioni del suo successore).
La distinzione è importante. Il problema di Taiwan riguarda soprattutto l’erosione progressiva della fiducia che sostiene l’architettura della deterrenza. I sondaggi condotti negli ultimi anni mostrano una diminuzione della convinzione che Washington interverrebbe militarmente in caso di attacco cinese, soprattutto tra le generazioni più giovani. E la dimensione generazionale è strategicamente significativa. Per i più anziani, la democratizzazione e l’autonomia de facto dell’isola sono storicamente associate a una condizione di vulnerabilità esistenziale. Le generazioni più giovani, invece, hanno conosciuto la democrazia taiwanese come normalità politica di partenza. La loro percezione è plasmata meno dalla memoria della guerra e più da precedenti recenti: il ritiro americano dall’Afghanistan, la guerra in Ucraina e l’assistenza a singhiozzo dell'Occidente, l’impressione di una crescente volatilità strategica statunitense, un’Europa disattenta e disimpegnata.
È precisamente su questo terreno che Pechino vuole agire. L’obiettivo cinese non appare più limitato al solo scoraggiamento militare di un intervento americano. Diventa sempre più evidente il tentativo di indebolire gradualmente la fiducia taiwanese nella probabilità, nella coerenza e nella sostenibilità di quell’intervento. In questa prospettiva, la deterrenza assume anche una dimensione psicologica e sociale.
La risposta taiwanese si sta quindi progressivamente espandendo oltre la difesa convenzionale. Negli ultimi anni l’isola ha iniziato a costruire un modello più ampio di “resilienza sociale”, nel quale preparedness civile, adattamento tecnologico, sicurezza delle supply chain e integrazione internazionale convergono all’interno di una stessa logica strategica.
L’influenza della guerra in Ucraina è evidente. In ampi segmenti della società taiwanese, del settore defense-tech e della comunità strategica, l’invasione su larga scala russa viene studiata soprattutto come dimostrazione della capacità di una società di continuare a funzionare sotto la pressione delle armi. Organizzazioni basate a Taipei lavorano in termini pratici – con corsi di preparazione e programmi indirizzati alla comunità – proprio su questo punto: la resilienza coincide anzitutto con la capacità di garantire continuità istituzionale e psicologica durante una crisi.
Da qui deriva un cambiamento concettuale importante. A Taiwan cresce la convinzione che i conflitti contemporanei si sviluppino simultaneamente lungo dimensioni militari, informative e cognitive. La capacità di istituzioni e cittadini di mantenere continuità operativa sotto pressione potrebbe risultare strategicamente rilevante quanto i sistemi missilistici o le piattaforme navali.
La stessa logica è visibile nell’evoluzione dell’industria della difesa taiwanese. L’isola sta investendo rapidamente in capacità asimmetriche ispirate anche alle lezioni emerse nel Mar Nero durante la guerra in Ucraina, ma anche alla reazione israeliana post-7 Ottobre. Le aziende locali producono oggi droni navali autonomi, loitering munitions e sistemi unmanned basati su AI pensati esplicitamente per scenari di asymmetric warfare.
Strategicamente, ciò che conta è la filosofia industriale che la accompagna. Con crescente convinzione i pianificatori taiwanesi privilegiano scalabilità, ridondanza e resilienza produttiva rispetto alle piattaforme convenzionali ad alto costo. Droni, sistemi autonomi e capacità distribuite vengono considerati strumenti in grado di imporre costi sproporzionati a una forza militare superiore.
Questa trasformazione si intreccia con un altro obiettivo cruciale: la riduzione della dipendenza dalle supply chain cinesi. Le aziende taiwanesi stanno sviluppando ecosistemi “non-red”, privi di componenti provenienti dalla Cina, soprattutto nei settori unmanned e AI-enabled. In questo senso, la strategia taiwanese converge progressivamente con i tentativi statunitensi di ridurre la dipendenza tecnologica da Pechino.
La traiettoria dell’industria taiwanese dei semiconduttori — che ha portato aziende dell’isola a occupare posizioni centrali nella catena del valore globale — rappresenta anche il modello strategico che Taipei cerca progressivamente di replicare in altri settori, inclusi difesa, AI e governance tecnologica: trasformare l’integrazione internazionale in un’altra forma, indiretta, di deterrenza.
Uno degli aspetti più importanti — e spesso sottovalutati — della strategia di Taipei riguarda proprio il tentativo di rafforzare la propria indispensabilità internazionale, replicando ciò che accade già sui chip in altre tecnologie, dalla governance sanitaria, all’intelligenza artificiale.
L’esclusione di Taiwan dalla World Health Assembly per il decimo anno consecutivo è emblematica di questa dinamica. Taipei cerca ormai di presentare la propria partecipazione alle organizzazioni internazionali come un problema di governance globale, oltre che di riconoscimento diplomatico. Taiwan si propone come democrazia tecnologicamente avanzata, dotata di competenze strategicamente rilevanti nei settori della sanità digitale, dell’intelligenza artificiale integrata nelle apparecchiature medicali e delle infrastrutture resilienti (anche agli attacchi cyber).
Dietro questa strategia esiste un calcolo preciso. Taipei sa che il riconoscimento diplomatico formale resta improbabile nelle condizioni attuali a causa del costo politico della One China Policy imposta da Pechino. Per questo cerca di aumentare il costo geopolitico della propria marginalizzazione rafforzando la propria integrazione nei grandi ecosistemi globali della tecnologia, della salute, delle supply chain e della governance digitale.
Semiconduttori, AI, cybersecurity e resilienza sanitaria diventano così strumenti di rilevanza strategica tanto quanto lo sviluppo economico. Taiwan non può competere con la Cina sul piano della massa militare, della scala industriale o del peso diplomatico tradizionale. Cerca invece di rendere qualsiasi tentativo di coercizione o isolamento progressivamente più costoso per il sistema internazionale.
Esiste però un ulteriore rischio: la normalizzazione progressiva della pressione. Una società esposta costantemente alla minaccia può sviluppare adattamento e resilienza, ma anche assuefazione e desensibilizzazione. Eppure, la traiettoria strategica taiwanese suggerisce qualcosa di più ampio sulla natura della deterrenza contemporanea. Taiwan sembra prepararsi a sostenere una lunga fase di pressione strategica, oltre la prospettiva di un conflitto convenzionale. La sua postura riflette la consapevolezza che la competizione geopolitica del XXI secolo potrebbe essere decisa meno da singoli eventi militari e più dalla capacità di società, istituzioni e alleanze di mantenere coesione e continuità nel tempo.
La questione centrale per Taiwan riguarda soprattutto la possibilità di preservare sufficiente resilienza interna, rilevanza internazionale e fiducia esterna da rendere la coercizione strategicamente inefficace nel lungo periodo. È su questo terreno che si sta giocando oggi il futuro dello Stretto.