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Un frammento di storia mediorientale nella vicenda russo-ucraina: il Khanato di Khazaria

di Alessandro Giuli

Una breve storia del Khanato di Khazaria raccontata per Med-Or da Alessandro Giuli

Esiste un interessante e assai perspicuo frammento di storia mediorientale incastonato nella filogenesi culturale del conflitto russo-ucraino. Ne dà conto in modo brillante un giovane ricercatore in Istituzioni e Politiche all’Università Cattolica di Milano, Giorgio Cella, nel suo ultimo saggio uscito per i tipi di Carocci: “Storia e geopolitica della crisi ucraina – Dalla Rus’ di Kiev a oggi”. Ci riferiamo in particolare al paragrafo dedicato a un enigmatico “impero di mezzo” turco-ebraico sorto tra il VI e il VII secolo: il Regno o Khanato di Khazaria, fiorito sino al X secolo. Si tratta di un vasto territorio che va dalle steppe del Mar Nero sino ai confini con le regioni dell’Asia centrale, nel quale dominò una potente confederazione di popoli turchi seminomadi con remote origini collegate agli Unni, in cui convivevano Slavi, Caucasici, Persiani e Greci di Crimea. Daghestan, Circassia, Georgia, Cecenia, Crimea centro-orientale e Russia meridionale, Azerbaijan e parte del Kazakistan sono le regioni e gli Stati nei quali la memoria khazara ha piantato alcuni dei suoi semi.

Stirpe composita e dedita dapprincipio allo sciamanesimo, dall’inclinazione mercantile e cosmopolita, i Khazari costituirono di fatto un argine occidentale rispetto alla penetrazione dell’Islam in armi rappresentato dal califfato omayyade e da quello successivo degli Abbasidi. Se ne avvantaggiò Bisanzio, il cui basileus Costantino V sposò la principessa khazara Tzitzak detta poi Irene la Khazara. Tale funzione di muraglia occidentale coincise con le battaglie vittoriose di Carlo Martello e Leone III l’Isaurico a Poitiers, Tours e Costantinopoli, costituendo di fatto un contrafforte vitale di prima grandezza che resse l’urto islamico nella battaglia arabo-khazara di Balanjar (650 d.C.). Nei decenni successivi, dall’Armenia all’Azerbaijan, gli scontri si moltiplicarono sino al prevalere dell’ultimo califfo omayyade Marwan II (723 d.C.).

L’autore del saggio in questione definisce quello khazaro come “un impero euroasiatico sui generis”, la cui progressiva conversione al culto monoteistico non impedì alla Rus’ di Kiev d’invaderne e distruggerne la capitale Itil sotto le insegne di Svjtoslav I (961 d.C.). La svolta religiosa khazara risalirebbe all’arco temporale che va dalla fine VII all’inizio dell’VIII secolo e sarebbe frutto di una deliberata scelta in seno al mondo abramitico, all’interno del quale fu scelta la primazia ebraica piuttosto che la croce o la mezzaluna in modo da marcare una netta distinzione tra l’occidente cristiano e un oriente in via d’islamizzazione. Un’opzione alimentata da ragioni strategiche cui si aggiunsero legami di familiarità e inclusione nei confronti dei commercianti ebrei radhaniti e di altri affluenti mosaici provenienti da svariate latitudini: dall’Egitto all’Asia minore, dalla Siria alla Giudea, fino alla Persia e alla Mesopotamia. Il che tuttavia non impedì al khanato d’ingaggiare anche truppe mercenarie musulmane. Non ci inoltreremo oltremisura dietro le quinte della conversione, testimoniata prevalentemente da un libro arabo del 1140 (“Sefer ha-kazari” o “Libro del khazaro”, del rabbino andaluso Yehuda Ha-Levi), qui bastando rilevare come la leggendaria decisione del re dell’epoca (Bulan, 737-760 d.C.) – frutto di un esame in presenza richiesto a un prete, a un mullah e a un più fortunato rabbino – sottende due “istinti ragionati” d’un certo rilievo. Il primo rinvia alla medesima Realpolitik geopolitica “costantiniana” che sarebbe stata poi perseguita da Vladimiro il Santo con la cristianizzazione della Rus’ di Kiev (988 d.C.); un modello ispirato dalla vocazione khazara, sopra accennata, a una “neutralità attiva” fra monoteismi, seppur non necessariamente pacifica. Il secondo, non meno interessante, coincide con la volontà di radunare in Khazaria il maggior numero di ebrei della diaspora, soprattutto quella bizantina.

Magnete d’interessi economici, militari e culturali, ma anche rifugio di profughi e perseguitati, il Regno dei Khazari occupava il centro della Via della seta (le sue esportazioni, notevoli quelle di schiavi, raggiungevano la Cina e l’India) e si configurava come un paradigma di civiltà multiculturale radicato in profondità inattingibili ai desideri acquisitivi e annessionisti del mondo esterno. Fenomeno insolitamente attuale, i cui riflessi possono avere innervato corsi e ricorsi storici la cui portata potranno adeguatamente soppesare i lettori del consigliatissimo libro di Giorgio Cella, il quale non per caso è stato osservatore per l’OSCE nelle elezioni in Ucraina del 2019.

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