Approfondimenti

Una tigre di carta o un leone di ferro?

Storia, strategie, problemi, passato e futuro della Nato dal 1949 a Trump. L’analisi di Ettore Maria Colombo

Alla fine, il presidente americano Trump lo ha detto. Intervistato dal quotidiano inglese The Telegraph afferma: “Ho sempre saputo che è una tigre di carta e anche Putin lo sa”, ribadendo la volontà di riconsiderare l’appartenenza degli Usa all’Alleanza (“Sì, lo farò, non c’è alcun dubbio”). Non è la prima volta che il presidente americano si lamenta della Nato e, in particolare, di alcuni suoi membri (la Gran Bretagna), criticando quanto giudica un tradimento: il mancato sostegno alla guerra all’Iran e il mancato appoggio alleato per ripristinare la libertà di navigazione a Hormuz. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, rincara la dose sempre lo stesso giorno, il I aprile: “Credo che purtroppo non ci siano dubbi sul fatto che, una volta terminato questo conflitto, dovremo riesaminare questa relazione. Dovremo riesaminare l'interesse che presenta la Nato per il nostro Paese nel quadro di questa alleanza”, dice a Fox News.

Anche il Segretario ‘alla Guerra’, Peter Hegseth, anticipa, di fatto, la linea Trump. Per Hegseth, “Non si ha una vera alleanza se i Paesi non stanno al tuo fianco quando ne hai bisogno”, afferma, invitando i partner a “imparare a combattere per conto proprio” e ricordando che “toccherà al Presidente decidere cosa fare della Nato”.

Nel discorso alla Nazione sullo Stato dell’Unione del 2 aprile, Trump non torna sulla questione, non ne fa cenno, ma l’idiosincrasia di Trump per la Nato non è una novità: già nel primo mandato ne aveva minacciato l’abbandono.

L’ultimo vertice Nato, l’esultanza di Rutte, il tetto al 5%

Eppure, all’ultimo vertice Nato, che si è tenuto all’Aja, in Olanda, dal 24 al 26 giugno 2025, riunendo i capi di Stato e di governo dei 32 paesi membri, era finalmente passata, su impulso dell’attuale segretario generale Nato, l’olandese Mark Rutte (in carica effettiva dal I ottobre 2024) la proposta di far salire le spese militari al 5% del Pil. Il vertice vede anche un siparietto imbarazzante, per Rutte, che si scambia dei messaggini, via Whats’App, con Trump, che poi li rende pubblici sul suo social preferito, Truth. Rutte usa parole dal tono trionfalistico e celebrativo, conditi da vari “Dear Donald” e fa i complimenti a Trump: “Otterrai qualcosa che nessun altro presidente americano è riuscito a fare in decenni. Non è stato facile, ma siamo riusciti a far impegnare tutti a raggiungere il 5%!”.

Al netto delle cadute di stile, il risultato del vertice dell’Aja è che anche la Spagna, che non era d’accordo, ha ceduto. Va però anche detto che non si tratta di un 5% “pieno”: il target fissato sarà la somma di un incremento della spesa militare classica (armamenti, truppe, equipaggiamenti), fissata al 3,5% del Pil, e di un restante 1,5% per investimenti in sicurezza, secondo una nozione ampia che include infrastrutture critiche (a uso anche civile), cybersicurezza, mobilità militare. Un modo per far rientrare spese che, tecnicamente, non sarebbero “per la difesa”. L’obiettivo è fissato in dieci anni di tempo, per raggiungerlo, e in una data (2029) a verificarne i progressi.

Certo è che il prossimo vertice della Nato, che si terrà ad Ankara tra il 7 e l’8 luglio, può diventare un vero ‘redde rationem’ tra Trump e degli alleati sempre più recalcitranti. Rutte, la prossima settimana, andrà a Washington, per incontrare Trump e verificare i diversi punti di vista, ma il solco, sempre più profondo, tra gli Usa e la Nato, rischia di segnare i prossimi ultimi anni dell’amministrazione Trump.

Entrare nella Nato non è semplice, ma neppure uscirne.

Entrare nella Nato non è semplice, ma neppure uscirne. Ne sanno qualcosa Finlandia e Svezia, gli ultimi due Paesi che vi hanno aderito nel 2023 e nel 2024: hanno dovuto rinviare l’ingresso per oltre un anno in complessi negoziati, causa la palese ostilità della Turchia e quella, velata, dell’Ungheria. Infatti, basta il veto di uno Stato membro per impedirlo. Uscire dalla Nato, in teoria, è più semplice. Diversi Paesi ci hanno pensato, nel corso dei 77 anni di vita dell’Alleanza, ma nessuno, poi, è mai andato fino in fondo al percorso. Il procedimento formale per uscire dalla Nato è regolato dall’articolo 13 del Trattato che afferma: “Ogni Paese può cessare di essere membro un anno dopo che la sua notifica di denuncia sia stata depositata presso il governo degli Stati Uniti d’America, che informerà i governi delle altre parti del deposito di tale denuncia”. La decisione va, cioè, comunicata, principalmente, proprio agli Stati Uniti. Il che dice anche quanto fosse inconcepibile, per i Paesi fondatori, l’idea che gli Usa volessero uscire dalla Nato. La condizione sine qua non è che siano trascorsi vent’anni dall’entrata in vigore del Trattato: essendo stato firmato nel 1949, dal 1969 in poi esiste la possibilità di “denunciarlo”. Nessun governo europeo, però, ha mai considerato seriamente di avviare la procedura prevista dall’articolo 13. Nel 1974 la Grecia si è ritirata dal Comando Militare della Nato, durante la guerra civile contro la Turchia, a Cipro, minacciando di abbandonare l’Alleanza, ma non lo ha fatto. Nel 1966, a causa del deterioramento delle relazioni fra Parigi e Washington, in seguito al rifiuto della Francia di integrare le proprie armi nucleari con quelle della Nato, l’allora presidente francese, Charles De Gaulle, abbassa il livello di partecipazione del Paese nella Nato, uscendo dal Comando Militare integrato per perseguire opzioni difensive indipendenti. Ma De Gaulle afferma anche che la Francia sarebbe rimasta, nella sostanza, dentro l’Alleanza e, nel 2009, il presidente Nicolas Sarkozy annuncia il rientro della Francia anche nel Comando Militare Nato. Di fatto, nessun Paese che vi è entrato, ha mai chiesto di uscirne.

Gli Usa posson lasciare la Nato? L’emendamento Rubio

Nel 2023, durante la presidenza di Joe Biden, il Congresso americano (Camera e Senato) ha approvato una legge, il “National Defense Authorization Act”, che proibisce al presidente di ritirarsi unilateralmente dalla Nato senza l’approvazione di due terzi del Senato o, in alternativa, di una delibera specifica da parte del Parlamento degli Usa. E’ proprio l’allora senatore repubblicano Marco Rubio (anti-trumpiano, all’epoca), insieme al senatore Tim Kaine (democratico), a far approvare un emendamento di natura bipartisan: votato e approvato a metà dicembre 2023. Con quell’atto il Congresso stabiliva, nell’ambito della legge annuale sulla politica di difesa e la spesa militare, l’obbligo, per il Presidente, di consultare il Congresso stesso in caso di un eventuale ritiro dalla Nato. L’emendamento prevede il consenso di due terzi del Senato o un atto del Congresso. Sostanzialmente, da allora, il Presidente non può decretare, da solo, l’uscita dalla Nato degli Usa. Ma non è chiaro se il provvedimento può davvero impedire a Trump di ritirarsi dalla Nato. Restano in piedi due punti. Da un lato, il capo della Casa Bianca avrebbe la possibilità di invocare i poteri speciali che la Costituzione gli assegna in politica estera, in qualità di ‘Commander in Chief’ delle Forze Armate. Dall’altro, ad oggi, i Repubblicani non godono della maggioranza dei due terzi, in Senato, per convalidare il voto di una eventuale fuoriuscita dalla Nato. La questione, nel caso di un muro contro muro di Trump, dalla portata epocale, finirebbe davanti la Corte Suprema.

In ogni caso, al netto delle questioni legali e costituzionali, l’indicibile sembra diventare dicibile. Gli Usa usciranno, prima o poi, dalla Nato? E’ troppo presto, oggi, per dirlo. Di fatto, l’alleanza militare più longeva nella storia mondiale dell’intero Occidente (77 anni ad oggi, la ‘festa’ annuale è prevista per il 4 aprile), considerando che la Lega Delio-Attica, che riuniva, sotto l’egida di Atene, tutte le città del Peloponneso in funzione anti-persiana, ne è durata solo 74 (da 478 aC al 404 a C), è tornata a serio rischio. Necessita, dunque, rivolgersi al passato per capire come, quando, perché è nata la Nato e quale è la sua storia.

Tornare alla Storia. La nascita della Nato (1949).

Pochi anni dopo la fine della II Guerra Mondiale, precisamente il 4 aprile del 1949, viene firmato, a Washington, il Patto Atlantico, sulla cui base si sarebbe in seguito strutturata l’Organizzazione del Trattato del Nord-Atlantico, nota nella sua celebre abbreviazione come NATO (North Atlantic Treaty Organization, OTAN la sigla in francese). Partita, nel 1949, con un formato a 12 Paesi, dieci europei (Belgio, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo e Regno Unito) e due nordamericani (Canada e Stati Uniti), nel 1952 vi entrano Grecia e Turchia, mentre la Repubblica federale tedesca si aggiunge nel 1955 e la Spagna nel 1982.

Fino a molto dopo la fine della Guerra Fredda, dunque, la Nato resta un’organizzazione che comprende 16 Paesi. In seguito, con il famoso ‘allargamento ad Est’, ne entrano altri 14: nel 1999 Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria; nel 2004 Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Repubblica di Slovacchia e Slovenia; nel 2009, l’Albania e la Croazia; nel 2017 il Montenegro; nel 2020 la Macedonia del Nord. Infine, dopo l’invasione della Russia in Ucraina, nel 2023 vi entra la Finlandia e, nel 2024, dopo lunghe e complesse trattative, causate dall’ostilità della Turchia, la Svezia. Il numero attuale dei Paesi Nato è, dunque, di 32.

Il contesto: la ‘Guerra Fredda’ e il ‘pericolo rosso’.

Per capire la nascita della Nato bisogna, però, tuffarsi nella Storia e, in particolare, nell’epoca della ‘Guerra Fredda’. In pochi anni, di fatto dal 1946 (“Una cortina di ferro è calata da Stettino a Trieste” dice, nel suo celebre discorso di Fulton, Missouri, l’ormai già ex primo ministro inglese Winston Churchill, concordandolo, prima di leggerlo, con l’allora presidente Usa Truman), ma in pratica già dal 1945 (la conferenza di Yalta del 1945, tra Churchill, Roosevelt e Stalin, che già avevano deciso come dividersi l’Europa, in prospettiva post-bellica, poi seguita dalla conferenza di Potsdam, 1946, tra Attlee, Truman e Stalin, che ratifica la divisione dell’Europa in due sfere di influenza, liberal-occidentale e comunista orientale) l’Europa e, piano piano, anche il resto del Mondo, si divide in due grandi ‘blocchi’, o sfere d’influenza, politica, sociale, ideologica e militare, guidati dagli Usa, da una parte, e dall’Urss dall’altra. La Nato, dunque, nasce in un contesto molto particolare. Viene fondata dopo la sconfitta della Germania nazista e in un periodo in cui la Russia sovietica cominciava a essere percepita in maniera crescente come un pericolo globale. Gli Stati Uniti diventano subito il motore politico e militare di questa nuova necessità di sicurezza mondiale. Del resto, sono la principale potenza occidentale uscita vittoriosa dalla II Guerra Mondiale che detiene (allora) il possesso e il possibile uso dell’arma atomica, che l’Urss perfezionerà solo a partire dagli anni Cinquanta. Un altro scopo della nascente alleanza era di evitare possibili rinascite di forme di militarismo nazionalista in Europa. Uno degli eventi che più alimenta la coesione del fronte militare occidentale è il blocco sovietico di Berlino del 1948, a cui segue il ‘ponte aereo’ americano per fornire soccorso alla popolazione della parte ovest della città.

Le ‘due vie’ (inglese e americana) all’origine della Nato.

Lo scopo iniziale della Nato, come recita un vecchio adagio del segretario generale Nato Hastings Lionel Ismay (britannico), in carica dal 1954 al 1957, è infatti quello di: “tenere dentro gli americani, fuori i russi e sotto i tedeschi”. Alla fine della Seconda guerra mondiale, gli Usa volevano assicurarsi una presenza militare nello scacchiere europeo, in chiave anti-russa, ma anche controllando la Germania, principale responsabile del Secondo conflitto mondiale e, dal 1949, divisa in Germania Ovest ed Est.

Si possono individuare due “vie” originarie, per la Nato. La via inglese, o europea, e la via americana. La ‘via’ britannica vede il governo inglese avviare consultazioni informali con i governi europei, alcuni in esilio a Londra, per pianificare un sistema di alleanze continentali a scopo difensivo da implementare una volta terminato il conflitto. L’Inghilterra faceva parte della Grande Alleanza antifascista con Usa e Urss ma, nonostante fosse destinata a diventarne, presto, l’anello debole, riteneva ancora di poter esercitare una sua egemonia. Uno degli scopi principali del progetto britannico è prevenire il ritorno del “pericolo tedesco” che interessa anche la Francia. Si arriva alla firma, il 4 marzo 1947, a Dunkerque di un trattato di alleanza anglo-francese in esplicita funzione anti-tedesca. Seguendo questo percorso, si arriva, nel marzo 1948, alla creazione dell’Unione occidentale tra Francia, Inghilterra, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo che, all’art. 4, vede in gioco l’eventualità che fa scattare, se attaccati, l’alleanza militare.

La dottrina Truman, detta anche del ‘containment’.

Gli Stati Uniti escono dalla II Guerra Mondiale con un ruolo di primissimo piano nello scenario internazionale e iniziano, molto più realisticamente, a prendere coscienza del chiaro profilarsi di una rivalità con l’Unione Sovietica. Fino all’ingresso alla Casa Bianca di Dwight Eisenhower nel 1953, la postura degli USA nei confronti dell’URSS si traduce nella dottrina del cosiddetto ‘containment’ (contenimento), ovvero nel mettere in campo ogni sforzo a evitare che l’influenza sovietica si estenda ulteriormente. Il containment è alla base della “dottrina Truman” che impegna gli Stati Uniti a difendere quei popoli che vedono messa in pericolo la loro libertà da forze esterne o minoranze sovversive (Urss o forze comuniste interne). Il dibattito politico americano porta alla conclusione che gli europei hanno combinato solo disastri e che gli USA, ormai superpotenza, non possono più permettersi lussi. Una sorta di corollario economico alla Dottrina Truman è rappresentato dal celebre “piano Marshall” (1947), dal nome dell’allora segretario di Stato di Truman, volto a sovvenzionare generosamente i paesi europei distrutti dalla guerra per avviarli verso un’economia di mercato prospera, allontanandoli dall’Urss e spingendoli verso gli Usa. La via americana all’Alleanza Atlantica, nel 1947-1948, si articola dunque in azioni volte al contenimento dell’URSS e alla creazione di legami sia politici che economici con i paesi dell’Europa occidentale in funzione anti-sovietica. Gli USA e poi diversi paesi europei, Inghilterra in testa, sembrano dunque convergere sulla necessità e opportunità di un’alleanza tra le due sponde dell’Atlantico, ma in un primo momento permangono molte differenze di approccio. Gli Usa, cioè, appaiono restii a prendere impegni precisi. Pur se con sfumature differenti e notevole scetticismo, da parte di Washington, il processo prosegue e gli Stati Uniti avviano colloqui esplorativi per giungere ad un accordo ‘vasto’, che comprenda il Canada e i paesi firmatari del trattato dell’Unione occidentale. La prima fase dei colloqui è caratterizzata da un marcato sbilanciamento verso Nord, con forte influenza inglese e la Francia lasciata ai margini.

Con l’avvento di Robert Schumann al Ministero degli Esteri di Parigi, la Francia assume una posizione più decisa, in particolare sulla spinosa questione del coinvolgimento dell’Italia, cui la Francia guarda con favore mentre gli americani frenano e restano scettici. Almeno fino a quando l’Italia si ‘redime’: dopo una durissima battaglia parlamentare, condotta contro le sinistre social-comuniste, dal IV governo De Gasperi, fa passare, in Parlamento, l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico (4 maggio 1949).

A complicare il quadro, c’è la richiesta della Norvegia, confinante con l’URSS, di essere ammessa alla Nato. Lo scontro tra le due concezioni della nascente Alleanza si risolve con la vittoria delle posizioni francesi, fatte proprie, solo in una seconda fase, anche dagli Stati Uniti: l’Italia viene invitata a partecipare ai colloqui, insieme a Norvegia, Danimarca, Irlanda e Portogallo. Il 4 aprile 1949 viene firmato a Washington il Trattato dell’Atlantico Settentrionale. Una delle caratteristiche principali del Trattato è l’approccio collettivo, come richiesto fin da subito dagli USA, con esplicito richiamo alla Carta ONU, che ammette e incoraggia la stipula di accordi regionali.

Entra la Germania Ovest (1955) e il patto di Varsavia.

Negli anni successivi vengono a delinearsi due ulteriori snodi per l’Alleanza Atlantica: la guerra di Corea (1950-1951) e la questione della Germania ovest. La guerra di Corea, combattuta dagli Stati Uniti, rende notevolmente più allarmante la minaccia sovietica e comunista, soprattutto per la partecipazione della Cina a fianco dell’URSS e della Corea del Nord. Per far fronte a tali preoccupazioni, l’Alleanza Atlantica viene perfezionata e rafforzata, costituendosi in Organizzazione dell’Alleanza Atlantica. La principale novità è l’introduzione di uno strumento militare sovranazionale stabile, sancita ad Ottawa (1951). La Repubblica Federale Tedesca, nata nel 1949, viene invitata a entrare nell’Alleanza (ufficializzato nel 1955). L’ingresso del nuovo membro provoca, peraltro, una forte reazione sovietica con la creazione, il 14 maggio 1955, del “Trattato di Amicizia, Cooperazione e Assistenza reciproca”, noto come “Patto di Varsavia”, tra l’Urss e sette Stati dell’Europa dell’Est (Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria, Cecoslovacchia, Germania dell’Est, Albania). Se ne tiene fuori solo la Jugoslavia, guidata dal comunista Josif Tito, che darà poi vita, dal 1955, con la conferenza di Bandung, al movimento dei cd. ‘Paesi non allineati’. Il trattato istitutivo del Patto di Varsavia cita esplicitamente come ‘pericoli’ la creazione della Nato e il riarmo tedesco, stabilendo, a sua volta, una clausola di difesa collettiva. Si delineano così, dal 1955, i due blocchi che si confronteranno per trent’anni nella Guerra Fredda. Negli anni più cupi della “Cortina di ferro”, la Nato diventa, dunque, la trincea più avanzata degli Stati Uniti in Europa. Si passa, però, da una logica puramente difensiva a quella della “deterrenza attiva”. Sono gli anni della massiccia presenza di soldati americani nei Paesi strategici del Vecchio Continente (circa 430 mila, concentrati soprattutto in Germania, Regno Unito e Italia).

Dal ‘roll and back’ alla ‘guerra stellare’ di Reagan.

I decenni passano rapidamente, dai Cinquanta agli Ottanta, e sono dominati dalla leadership americana nella Nato. Nei Paesi europei, le basi Nato si confondono con quelle degli Stati Uniti, dove sono custodite le testate atomiche. La Nato, sostanzialmente, non subisce scossoni, mentre si passa all’inasprimento della politica di contrapposizione, sempre più accesa, tra Usa e Urss. La politica del ‘roll and back’ (ricacciamoli indietro) decretata dall’amministrazione Eisenhower a metà anni Cinquanta, vede un concetto base: non basta più ‘contenere’ il comunismo dove è già arrivato, bisogna respingerlo e farlo arretrare. Si passa per la crisi dei missili a Cuba (1961), unico momento in cui il Mondo è stato, apertamente, sull’orlo di una guerra nucleare, fino alla contrapposizione e all’antagonismo degli anni Ottanta, quando Reagan prima combatte duramente e poi si accorda con la nuova leadership sovietica, in mano a Gorbaciov.

La caduta dell’Urss (1991) e l’allargamento a Est.

Dopo il crollo del Muro di Berlino (1989), cui seguirà la riunificazione della Germania (1990), la caduta dell’URSS (1991) e la dissoluzione del blocco comunista, che vede anche la fine del Patto di Varsavia (sciolta formalmente il I luglio 1991), la NATO inizia il progressivo allargamento verso Est. Il processo di espansione dell’Alleanza nei Paesi dell’Europa centro-orientale va a riempire quel “vuoto” di influenza geopolitica creato con la dissoluzione dell’URSS.

Il 2 dicembre 1989 G.H. Bush (Bush padre) e Michail Gorbaciov si incontrano a Malta in un summit che di fatto,pone fine alla Guerra Fredda. I due leader si accordano su un passaggio chiave che poi verrà evocato, da Vladimir Putin, per giustificare l’invasione dell’Ucraina nel 2022. La Germania sarà unificata, ma la Nato non si espanderà a Est, è il concetto-refrain. In ogni caso la storia aveva già preso la sua direzione: crollata l'Urss, gli ex Paesi del Patto di Varsavia bussano alle porte della Nato. Bill Clinton asseconda questa dinamica, invitando Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca nella Nato, Stati poi ammessi nel 1999. L’allargamento è, peraltro, accompagnato da una ricerca di dialogo diretto con la Federazione Russa, erede dell’Urss, che solo in una seconda fase andrà via via a deteriorarsi. Un dialogo che, all’inizio, vede momenti di cooperazione, in forma istituzionalizzata, come dimostrano la “Partnership for Peac” (1994), il “Founding Act on Mutual Relations”, la “Cooperation and Security” (1997) e il “NATO-Russian Council” (2002), durante le presidenze Eltsin e Putin. Va ricordato anche che il processo di espansione della Nato verso gli Stati dell’Europa centro-orientale è stato un processo negoziato e consensuale, in sintonia con le aspirazioni degli Stati membri, decisi a far parte della Nato.

L’escalation di tensione Nato-Russia dal 1999 in poi,

Ma, negli anni Novanta e, soprattutto, negli anni Duemila, l’Alleanza ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione, intervenendo in contesti sempre più lontani dall’Atlantico settentrionale: dai Balcani all’Afghanistan, dalla Libia al Medio Oriente, segnando passaggi cruciali. Uno degli elementi chiave per comprendere il presente e il futuro della NATO è, appunto, il rapporto con la Russia.

Nel frattempo, però, la Nato si avventura, per la prima volta, fuori dai propri confini. Gli alleati intervengono in Serbia nel 1999, con massicci bombardamenti, che durano 78 giorni, per fermare il massacro della popolazione del Kosovo, ordinato dal premier serbo, Slobodan Milosevic, che godeva, allora e dopo, della ‘protezione speciale’ russa. La Nato si muove, stavolta, senza un mandato dell'Onu. Infine, nel 2011, gli alleati Nato intervengono in Libia per fermare gli attacchi di Muammar Gheddafi su Bengasi. Questa volta l'azione è autorizzata dall'Onu, ma suscita divisioni nel fronte occidentale ed europeo, specie in Italia.

L’articolo 5 della Nato e la sua unica invocazione (2001).

Intanto, mentre, nel 1991, l’offensiva Usa nel Kuwait, invaso dall’Iraq di Saddam Hussein, era avvenuto sotto egida Onu, è nel 2001 che, per la prima volta nella storia, viene invocato, e scatta, l’articolo 5 del Trattato Nato. All’indomani dell’11 settembre 2001 e degli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti condotti da Al-Qaeda, gli alleati si riuniscono e attivano formalmente la clausola. Il Segretario generale dell’epoca, Lord Robertson, informa della decisione il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. L’Articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico è il cuore pulsante della Nato, la clausola che più di ogni altra ne incarna il principio della difesa collettiva. Firmato nel 1949, stabilisce che un attacco armato contro uno qualsiasi dei Paesi membri sarà considerato un attacco contro tutti. In altre parole, “se uno è colpito, tutti sono colpiti”. L’articolo 5, combinato con l’articolo 6, stabilisce che l’attacco contro una delle parti sarà considerato attacco collettivo contro tutti gli Stati contraenti, che possono esercitare il diritto di legittima difesa collettiva ex art. 51 della Carta ONU.

La breve illusione della pace: Pratica di Mare (2002).

Eppure, è anche esistita una breve fase geopolitica in cui sembrava alle viste la pacificazione tra Occidente e Russia. Una speranza alimentata, anche, dagli accordi di Pratica di Mare del 28 maggio 2002 con l'istituzione di un “Consiglio Nato-Russia” che vede il ruolo del premier italiano Silvio Berlusconi nell’officiare l'intesa, troppo presto definita ‘epocale’, tra George W Bush e Putin.

L'illusione di Pratica di Mare si dissolve in pochi anni. Nel 2004 la Nato si allarga ancora verso Est: entrano Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia mentre, nel 2009, vi entrano Albania e Croazia, nel 2017 il Montenegro e, nel 2020, Macedonia del Nord. Per Putin è la prova della “malafede occidentale” e non la scelta di governi democratici che, chiaramente, uno dopo l’altro, non si fidano delle mire egemoniche di Mosca.

Il 10 febbraio 2007, del resto, Putin pronuncia un discorso durissimo alla Conferenza per la sicurezza di Monaco. Tra l'altro, annuncia che “sarebbe stato naturale” riportare l'Ucraina nella comunità del ‘Russkiv Mir’, il mondo russo che era andato perduto con il collasso dell'Urss. Inizia, proprio da Monaco, la lunga discesa verso nuovi scenari. C'è un passaggio importante, su cui si continua a discutere.

Putin sostiene che gli americani, ormai da anni, volevano inglobare l'Ucraina nella Nato. E' così? In realtà il tema viene sollevato una sola volta, nel 2008, quando George W. Bush propone di ammettere la Georgia (minacciata da Mosca) e, poi, l'Ucraina. Ma gli europei si oppongono, capeggiati dall’allora Cancelliera tedesca, Angela Merkel. Il dossier Ucraina viene di fatto abbandonato fino al 2023. In ogni caso, gli europei erano convinti che i rapporti con Mosca si fossero stabilizzati. Vigeva quello che potremmo definire il “teorema Merkel”: legami militari con gli Stati Uniti; forniture di gas dalla Russia; commerci con la Cina.

Gli “scrocconi” (Obama) e la frase di Macron sulla Nato

Il primo attacco russo all'Ucraina scuote le certezze. Il 5 settembre del 2014, gli allora trenta Paesi della Nato, riuniti nel vertice in Galles, si impegnano a stanziare almeno il 2% del prodotto interno lordo per la difesa. L’obiettivo andava raggiunto entro il 2024, ma la decisione, non era vincolante e non erano previste penalizzazioni. Molti Stati europei, compresa l'Italia, non cambiano passo, irritando gli Usa. Da notare che già il presidente Barack Obama bolla gli alleati europei come dei “patetici scrocconi” (‘free riders’), in occasione dell’intervento Nato in Libia (2011).

Poi arriva il presidente francese, Emmanuel Macron che, con una frase shock, ritiene che la Nato versi in uno stato di “morte cerebrale”: i partner agivano in ordine sparso, come la Turchia, intervenendo in Siria senza consultarsi con nessuno. Il leader francese definisce, in un’intervista all’Economist del 2019, l’Europa “sull'orlo del precipizio” e la Nato “in stato di morte cerebrale”, aggiungendo che i paesi europei non dovrebbero più farvi affidamento. Poi, arriva Donald Trump che, nel vertice Nato di Bruxelles del 2018, minaccia di sfasciare un'alleanza definita “obsoleta” perché i suoi oneri ricadevano solo sugli Usa. Negli anni successivi, sia in campagna elettorale che dopo la fine della presidenza, Trump torna, ossessivamente, sull'idea di una Nato che ritiene “obsoleta e inadeguata”.

Il ‘cambio di passo’: l’invasione russa in Ucraina (2022)

Intanto, però, già dal 2004, le rivoluzioni ‘colorate’, i moti rivoluzionari del 2003 e 2004 in Georgia e Ucraina, avevano causato nuove frizioni globali tra Usa e Russia. I punti di massima crisi sono stati il conflitto russo-georgiano (2008) e la prima crisi ucraina (2014), che porta all’annessione della Crimea e al conflitto in Donbass. Durante il vertice di Bucarest del 2008, i Capi di Stato dell’Alleanza Atlantica avevano, in realtà, già delineato una prospettiva di adesione futura per i governi di Kiev e Tbilisi. Tuttavia, tale potenziale ammissione non è mai diventata una realtà concreta, sia a causa della contrarietà manifestata da alcuni Paesi europei già a quei tempi (Ungheria e Turchia in testa), sia per le lunghe procedure dei requisiti necessari per aderire all’Alleanza Atlantica. Inoltre, ogni Paese dell’alleanza gode del potere e/o diritto di veto: può bloccare l’adesione di ogni altro Stato, adesione che deve per forza essere raggiunta all’unanimità.

Lo scenario globale viene sconvolto dall'invasione russa dell'Ucraina, il 24 febbraio 2022. L’allora presidente Usa, Joe Biden, dopo aver provato a scongiurare fino all'ultimo l'intervento russo, decide di appoggiare il governo ucraino. Il ruolo dell'Alleanza Atlantica torna centrale nel vertice straordinario Nato di Bruxelles del 24 marzo 2022. L'asse della Nato si sposta decisamente verso Est e i soldati americani tornano in forze in Europa. A febbraio 2022 ne arrivano oltre 40 mila, portando il totale a oltre 100 mila. Pochi mesi dopo, il 28 giugno 2022, nel vertice di Madrid, viene anche formalizzata la procedura di adesione iniziata da Finlandia e Svezia, completata nel 2023 e 2024. In parallelo, Biden spinge gli alleati europei a inserire anche la Cina tra gli “avversari strategici della Nato”: l'attenzione dell'Alleanza si amplia al quadro indo-pacifico.

La Nato, dunque, torna a diventare il perno della reazione occidentale. Il Segretario generale, Jens Stoltenberg (eletto nel 2014, riconfermato nel 2018 e poi, ancora, nel 2013), accelera progetti rimasti in sonno per anni. L'esempio più evidente è la costituzione di una “Forza di reazione rapida”. Nel vertice di Vilnius (11-12 luglio 2023) torna anche la questione dell'adesione ucraina all'Alleanza. Il Trattato non consente l'ammissione di un Paese che sia coinvolto in un conflitto, ma i polacchi e i baltici insistono per forzare le regole e mettere Kiev sotto la protezione Nato. Biden, però, non è convinto: troppo forte il rischio di un'escalation della guerra, con il coinvolgimento diretto dei Paesi occidentali. Il vertice Nato del 9 luglio 2024, tenuto a Washington, riparte dal trovare una formula che conceda qualcosa di più a Zelensky senza però indicare una scadenza per l’ingresso dell’Ucraina, una questione che, ad oggi, rimane sospesa.

A complicare il quadro, arrivano le tensioni recenti sulla Groenlandia (che, come dice Trump, “ci serve”), sovranità di un paese membro della Nato (la Danimarca), e in generale, sulla regione Artica, prima ancora del divampare del braccio di ferro tra Usa e Nato sulla guerra in Iran. E così, oggi, si arriva alle parole shock di Trump sulla Nato e sulla possibile denuncia dell’adesione Usa all’Alleanza. Come finirà? Troppo presto, ovviamente, per poterlo dire. Ma di certo, fino ad ora, il ‘catalogo’, purtroppo, è questo…

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