Burkina Faso. Dalla crisi con Parigi alla ridefinizione del rapporto con l’Europa
L'articolo di Ginevra Leganza
“Parigi, addio”, sembra aver detto in queste settimane Ouagadougou, al culmine di un deterioramento oramai inesorabile. Di una crisi di nervi – pare – irreversibile.
Riavvolgendo il nastro, il 18 giugno scorso, il Parlamento europeo aveva approvato una dura risoluzione contro alcune scelte del Burkina Faso: dalla repressione del dissenso sino alla decisione di ritirarsi dalla Corte penale internazionale, il paese era stato duramente criticato. Di tutta risposta, il 22 giugno, il ministro degli Esteri burkinabé Karamoko Jean-Marie Traoré aveva convocato il capo della delegazione europea, definendo la risoluzione un’ingerenza negli affari interni. Quattro giorni dopo, il 26, Ouagadougou aveva annunciato ancora l’interruzione delle relazioni diplomatiche con la Francia. E il 15 luglio, infine, due funzionari dell’Unione europea, Robert Adam e Marc Duponcel, venivano dichiarati “persone non gradite”, costretti ad abbandonare il Sahel in settantadue ore.
Il bandolo potrebbe dunque risalire al mese passato. Non fosse che la rottura delle relazioni diplomatiche – l’addio del Burkina Faso alla Francia e l’inasprimento con l’Europa – non trova certo origine nelle oscillazioni più evidenti degli ultimi giorni. Ed è il caso, di nuovo, di andare indietro.
Lo scorso giugno – per chi osservi la storia del Burkina Faso – è infatti non il punto di partenza ma di arrivo. Il parossismo di un processo maturato negli ultimi anni – sulla china di un riposizionamento esterno della politica burkinabé – il cui fuoco è oggi la sovranità. E cioè un principio – costantemente richiamato dalle autorità – volto a giustificare sia il ridimensionamento dei rapporti con gli occidentali sia la ricerca di nuovi equilibri regionali.
Nuove architetture. Dalla Francia all’Aes
Volendo estendere l’orizzonte, il riposizionamento del paese non sembra limitarsi infatti al solo campo diplomatico né alla sola Europa. In una recente presa di posizione – riportata dal sito Dakaractu – leggiamo per esempio dell’attenzione che il presidente Traoré rivolge alla formazione religiosa dei giovani all’estero. E dunque delle accuse mosse ad alcuni paesi arabi – in primo luogo all’Arabia Saudita – rei di ospitare un migliaio di giovani impegnati nello studio della Sharia. E per ciò stesso incentivati da Traoré al rimpatrio. Un dettaglio laterale, questo, che tuttavia introduce un tassello in più nella definizione della linea politica di Ouagadougou: anche gli ambiti culturali e formativi, oltreché diplomatici, sono oggi ritenuti sensibili per l’identità nazionale.
A tal proposito, però, bisogna precisare che la scelta di Traoré non coincide con “una cancellazione totale del rapporto” con Parigi. Per le autorità saheliane, la rottura riguarda infatti il quadro istituzionale e diplomatico delle relazioni bilaterali ma non mette in discussione – così sostengono perlomeno a Ouagadougou – i legami storici, umani, culturali o sociali tra i due paesi. E seppure l’allontanamento di due funzionari abbia giocoforza riverberi su molti piani, l’idea del Burkina Faso è di circoscrivere la crisi al piano politico e non sociale anche perché il paese è oggi inserito in una più ampia rete. In una più ambiziosa architettura, si diceva, di cui deve tener conto.
La crisi con gli occidentali ha dunque come contrappeso il consolidamento dell’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), cui Ouagadougou risponde. Ossia la saldatura del Burkina Faso con Mali e Niger che, secondo Afrik.com, rappresenta, oggi, la piattaforma di cooperazione regionale e lo strumento attraverso cui i tre stati cercano di presentarsi, insieme, sulla scena internazionale. Anche nel rapporto con i francesi. Emblematico – nonché centrale nella risoluzione europea da cui siamo partiti – è stato infatti il confronto dell’Aes con la Corte penale internazionale. Il 22 settembre scorso, i tre paesi annunciavano il ritiro dallo Statuto di Roma contestando alla Cpi il suo stesso funzionamento. La Corte dell’Aia – accusata dall’Aes di praticare una “giustizia selettiva” a scapito dell’Africa – veniva fronteggiata all’unisono. Nel tentativo, dentro e fuori dal continente, di costruire un diverso sistema di relazioni fondato sulla “sovranità” e sul coordinamento regionale del Sahel.
La domanda aperta riguarda, a questo punto, la capacità del modello in questione. L’abilità di trasformare la rivendicazione di autonomia, e l’addio a Parigi, in nuova architettura politica in quanto tale anche stabile.