Gaza sospesa tra tregua e guerra
La Striscia in balia di incursioni militari e strategie politiche sullo sfondo di un apparente cessate il fuoco
A due anni dall’attacco del 7 ottobre sembrava fosse scoppiata la pace tra Hamas e Israele con l’accordo di Sharm el-Sheik nell’autunno 2025. Il piano di pacificazione degli Stati Uniti, programmato in step, prevedeva l’implementazione di una seconda fase che avrebbe dovuto portare alla risoluzione definitiva della guerra nella Striscia di Gaza. Non solo la realizzazione dell’accordo si è arenata ma anche la pace si è rivelata apparente.
Il Board of Peace presieduto da Donald Trump che è il pilastro dell’accordo di Sharm el-Sheik è composto da decine di membri che sono stati già nominati lo scorso gennaio, le sue strutture, invece, non sono state rese ancora operative. Quali strategie, dunque, si celano dietro la grave impasse calata su Gaza?
Il 30 luglio scorso è stato siglato in Egitto un piano d’azione per il completo disarmo della Striscia tra i negoziatori di Hamas e il Board of peace. Con tale patto il gruppo terroristico aveva acconsentito alla sua smilitarizzazione e Trump aveva anche definito l’intesa uno “step monumentale”. Ma mentre Hamas asseriva che prima del suo disarmo l’Idf avrebbe dovuto completare il ritiro dalla Striscia, Netanyahu dichiarava, al contrario, che la smobilitazione dell’esercito israeliano sarebbe dovuta avvenire, invece, dopo la smilitarizzazione di Hamas. Questo è stato il nodo cruciale che ha fatto naufragare quanto si era tentato di costruire con i negoziati. In effetti, dopo una settimana Tel Aviv ha comunicato ufficialmente il rifiuto di tale accordo, mossa strategica di Bibi per intercettare il favore dell’elettorato israeliano sempre più spostato a destra che non avrebbe lasciato correre nessuna tolleranza nei confronti di Hamas in vista delle elezioni di fine ottobre. In realtà, Ben-Gvir il ministro israeliano della Sicurezza nazionale di estrema destra, ultimamente, ha dichiarato di essere contrario al ritiro israeliano da Gaza, di essere a favore di insediamenti israeliani in loco e si è augurato l’espulsione dalla Striscia dei palestinesi, “emigrazione” auspicata anche dal ministro della Difesa Katz. Il premier israeliano, adesso, in campagna elettorale sta contando proprio sull’appoggio dei partiti estremisti per essere riconfermato alla guida del Paese ed evitare in questo modo di essere processato nelle varie cause pendenti che lo riguardano. Così, l’unica strategia che il premier può adottare è tenere alto il livello d’attenzione della popolazione, il livello del pericolo, il timore per la sicurezza del Paese che è il tema che sta maggiormente a cuore all’elettorato, insomma, cerca di tenere gli israeliani all’interno della “sindrome del 7 ottobre”. Le conseguenze di tali strategie, quindi, sono i continui bombardamenti contro Hamas e Hezbollah, i nemici per eccellenza di Israele, non tenendo conto delle tregue e dei negoziati in corso. Da quando è stato raggiunto il cessate il fuoco nell’ottobre 2025, in effetti, il Ministero della Salute palestinese ha denunciato l’uccisione di circa 1.250 palestinesi; sono state colpite strutture sanitarie, infrastrutture e la popolazione civile, nonostante l’Idf continua ad asserire che gli obiettivi principali siano i miliziani di Hamas. Oltretutto, il rifiuto di Netanyahu dell’accordo tra il Board of peace e Hamas per il disarmo ha anche irritato i Paesi della regione che hanno accusato lo Stato ebraico, attraverso una dichiarazione congiunta, di boicottare la pace.
Di fatto il Board of peace di Trump sta fallendo e per scongiurare quest’altra sconfitta Trump il 16 agosto ha persino mandato il genero Kushner a parlare per la prima volta direttamente con il leader politico di Hamas, Khalil al-Hayya di disarmo e dei futuri step del piano di pace. Fino ad ora i precedenti governi statunitensi si erano guardati bene dallo stabilire relazioni con i miliziani di Gaza visto che figurano ufficialmente come gruppo terroristico. In realtà, il fallimento del Consiglio di pace di Trump si percepisce anche dalle parole dell’Alto Rappresentante Mladenov che ultimamente ha denunciato come “la mancanza di progressi a Gaza, unita alla recrudescenza della violenza in Cisgiordania, minaccia di rendere impossibile la soluzione dei due Stati”. Non solo, in vista delle elezioni di midterm lo stallo di Gaza indebolisce anche la posizione di Trump che si era voluto elevare a “uomo di pace” e logora il peso geopolitico americano già in calo nella regione. Nell’ultimo periodo, in effetti, le relazioni tra Washington e Tel Aviv si sono raffreddate. D’altronde i sondaggi che riguardano sia Trump che Netanyahu sono in discesa e questi dati li stanno maggiormente impegnando a trovare risultati positivi per racimolare consensi, ma in questo momento, almeno riguardo a Gaza, gli obiettivi dei due leader non coincidono: il primo cerca la pace, il secondo la guerra infinita.
La situazione di stallo nella Striscia, probabilmente, si protrarrà fino alle elezioni israeliane. Nel frattempo, con la violenza in corso a farne le spese saranno i gazawi le cui nuove generazioni stanno pagando il prezzo altissimo di una guerra non voluta che segnerà le loro vite nell’indifferenza della comunità internazionale incredibilmente assuefatta dai conflitti senza fine del nostro tempo.