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Il Marocco alle urne

A pochi giorni dalle elezioni il Marocco avrà un governo guidato da Fatima Ezzahra El Mansouri. Il punto di vista di Francesco Meriano

A pochi giorni dal voto del 23 settembre, re Mohamed VI ha nominato primo ministro Fatima Ezzahra El Mansouri, già capo di dicastero alle politiche urbanistiche e ex-sindaco di Marrakesh, dalle file di centrodestra del Parti Authenticité et Modernité (PAM). Quest’ultimo conquista lo scranno del premier con 97 seggi dai precedenti 83 e detronizza così il suo vecchio senior partner di governo, il Rassemblement National des Independants (RNI), che – indebolito dalle proteste di piazza del movimento GenZ, dalla crisi di Ceuta e dagli scandali finanziari che coinvolgono il premier uscente Aziz Akhannouch – è crollato dai 102 seggi della tornata 2021 a soli 66.

Un risultato che riflette l’acuirsi delle tensioni domestiche. Dal 2021 a 2025 la coalizione a guida RNI ha presieduto il governo di un Paese in ascesa, che è entrato a buon diritto tra i motori industriali del continente e ha rafforzato la propria influenza regionale grazie all’accorta diplomazia del palazzo reale. Successi che però non si sono immediatamente tradotti in un miglioramento del piano socioeconomico, con un carovita in crescita e un denunciato deterioramento del welfare e della sanità nazionale a favore degli ambiziosi progetti infrastrutturali del regno, tra cui spicca l’organizzazione (in tandem con Spagna e Portogallo) dei mondiali di calcio 2030.

La corsa verso le urne non è stata priva di contrasti. Le tensioni più vistose sono emerse proprio tra RNI e PAM attorno alla figura di Fouazi Lekjaa, popolare ministro del budget e capo della Federazione calcistica marocchina, già noto alla scena politica per la gestione della (controversa) vittoria marocchina nella Coppa d’Africa 2026: a inizio settembre Lekjaa – altro candidato di punta al premierato – era passato in corsa dalle fila del RNI a quelle del PAM, suscitando dissapori rivelati, attraverso una registrazione anonima, all’opinione pubblica. Sensibilmente ridotto, il RNI resta comunque un alleato prezioso (seppur tollerato) perché il PAM possa formare la coalizione di governo.

Intanto si rafforza anche il PJD, protagonista di un’impressionante rimonta a 54 seggi dai soli 13 del 2021. Dietro la parziale ripresa degli islamisti c’è il ritorno al timone dello storico leader Abdelilah Benkirane, vocale critico degli accordi di normalizzazione con Israele la cui stipula a fine 2020 — imposta da re Mohamed VI all’allora segretario PJD e capo del governo, Saadeddine El Othmani — era costata al partito, forte di 125 seggi, il collasso elettorale a favore del RNI.

Comunque si concretizzi il nuovo esecutivo, resta salda la divisone tra le prerogative della monarchia (che gestisce la politica estera) e il governo, incaricato di implementarne le decisioni e sovrintendere all’amministrazione e alle politiche sociali. La tenuta della nuova coalizione servirà comunque da cartina tornasole per appurare limiti e forme del controllo reale sui partiti, mentre questi ultimi affronteranno un lustro cruciale per le sorti del Marocco.

Il nuovo esecutivo dovrà mantenere l’abbrivio tecnologico e industriale, gestendo al tempo stesso un debito pubblico in crescita, le pressioni inflattive innescate da Hormuz – che colpiscono duramente l’industria strategica del fertilizzante – e la recrudescenza delle tensioni sociali: un tasso di astensionismo quasi al 70% – il più alto mai registrato negli ultimi trent’anni, specialmente nelle fasce più giovani – potrebbe dimostrare come il disagio denunciato dal movimento GenZ contribuisca a erodere la fiducia del pubblico nelle istituzioni.

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