Come evolve la visione del “Free and Open Indo-Pacific” del Giappone
A dieci anni dal lancio della Free and Open Indo-Pacific, il Giappone di Sanae Takaichi ne aggiorna gli strumenti senza modificarne i principi, attribuendo maggiore centralità a resilienza, sicurezza economica e infrastrutture strategiche.
Quando la premier giapponese Sanae Takaichi ha incontrato Giorgia Meloni a Roma la scorsa settimana, il colloquio non ha riguardato soltanto le relazioni bilaterali tra Italia e Giappone. Secondo quanto emerso, Takaichi ha chiesto il sostegno dell’Italia per contribuire a diffondere in Europa la versione aggiornata del Free and Open Indo-Pacific (FOIP), la visione attraverso cui Tokyo interpreta oggi le trasformazioni dell’ordine internazionale.
La richiesta riflette uno sforzo più ampio della diplomazia giapponese. A dieci anni dal lancio della FOIP da parte di Shinzo Abe, il governo di Tokyo sta cercando di aggiornare quella visione senza modificarne i principi fondamentali, adattandola a un contesto internazionale che considera più competitivo, frammentato e vulnerabile rispetto al passato. La questione centrale riguarda il modo in cui il Giappone sta ricalibrando la FOIP esistente per rispondere a queste nuove condizioni.
L’aggiornamento è stato presentato ufficialmente da Takaichi il 2 maggio ad Hanoi, in Vietnam, in occasione del decimo anniversario della FOIP. La scelta del luogo non è stata casuale. Il Vietnam rappresenta uno dei partner più importanti del Giappone nel Sud-est asiatico e incarna molte delle priorità che oggi guidano l’azione di Tokyo: sicurezza economica, resilienza industriale, protezione delle rotte marittime e riduzione delle vulnerabilità strategiche.
Per comprendere la portata dell’evoluzione in corso è utile ricordare come la FOIP sia nata. Quando Abe la introdusse nel 2016, il contesto era caratterizzato dalla crescente influenza della Cina e dalle preoccupazioni relative alla sicurezza marittima e alla tenuta dell’ordine internazionale basato sulle regole. L’obiettivo era promuovere uno spazio fondato sulla libertà di navigazione, sulla connettività, sul rispetto del diritto internazionale e sulla cooperazione economica.
Fin dall’inizio, tuttavia, Tokyo evitò di presentare la FOIP come una strategia di contenimento. Il concetto venne definito come una visione aperta e inclusiva, compatibile con la volontà di molti Paesi dell’ASEAN di mantenere relazioni positive con tutte le principali potenze. Questa attenzione alla sensibilità del Sud-est asiatico continua a rappresentare uno degli elementi distintivi della FOIP anche nella sua versione aggiornata.
Anche la sua ampiezza geografica non rappresenta una novità assoluta. La FOIP fu presentata per la prima volta da Abe a Nairobi, in Kenya, dove il premier giapponese descrisse l’Oceano Indiano come lo spazio di connessione tra Asia e Africa e delineò una visione capace di unire gli oceani Pacifico e Indiano in un unico spazio di prosperità, libertà e apertura. In questo senso, l’idea di un’area che collega Asia e Africa era già presente nella formulazione originaria.
Ciò che cambia oggi riguarda soprattutto il contenuto della cooperazione che il Giappone intende promuovere all’interno di questo spazio. Se la visione originaria era incentrata soprattutto sulla libertà di navigazione, sullo stato di diritto e sulla connettività, l’aggiornamento presentato da Takaichi attribuisce maggiore centralità alla resilienza economica, tecnologica e industriale.
La parola che attraversa l’intero documento è infatti “resilienza”. Secondo Tokyo, le trasformazioni degli ultimi anni hanno reso evidente che principi come libertà, apertura, inclusività e stato di diritto restano essenziali, ma non sono più sufficienti da soli a garantire un Indo-Pacifico libero e aperto. Guerre, coercizione economica, vulnerabilità energetiche, interruzioni delle catene di approvvigionamento, minacce cyber e competizione tecnologica hanno ampliato il significato stesso della sicurezza.
In questa prospettiva, la FOIP viene presentata come uno strumento totale volto a rafforzare la capacità dei Paesi di mantenere autonomia decisionale in un contesto di crescente interdipendenza. La resilienza diventa quindi il complemento operativo dei principi che hanno definito la visione sin dalle sue origini.
Per tradurre questa impostazione in iniziative concrete, il governo giapponese ha individuato tre pilastri principali.
Il primo riguarda la costruzione delle infrastrutture economiche dell’era dell’intelligenza artificiale e dei dati. Nella visione di Tokyo, il concetto di infrastruttura comprende oggi non soltanto porti, strade e ferrovie, ma anche cavi sottomarini, data center, reti di telecomunicazione, capacità computazionali, semiconduttori, tecnologie quantistiche e sistemi di intelligenza artificiale. In questo contesto il Giappone promuove quello che definisce un “FOIP Digital Corridor”, volto a rafforzare la connettività digitale e la cooperazione tecnologica lungo l’intero spazio indo-pacifico.
Un elemento strettamente collegato riguarda la sicurezza delle catene di approvvigionamento. Energia, terre rare, minerali critici e prodotti farmaceutici vengono considerati sempre più risorse strategiche. Attraverso iniziative come POWERR Asia, Tokyo punta a rafforzare la sicurezza energetica dei partner regionali e a ridurre le vulnerabilità legate a possibili interruzioni delle forniture.
Il secondo pilastro riguarda la crescita economica e la promozione di regole condivise. Il governo giapponese intende mobilitare il settore privato per sostenere investimenti, creare opportunità economiche e contribuire allo sviluppo di nuovi mercati nei Paesi partner. In questa prospettiva assumono particolare importanza sia le grandi società industriali e commerciali giapponesi sia strumenti come il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP), considerato da Tokyo un meccanismo per promuovere standard elevati nel commercio e negli investimenti.
Il terzo pilastro riguarda la sicurezza. Anche in questo caso l’approccio giapponese appare più ampio rispetto al passato. Oltre alla cooperazione marittima, il documento enfatizza il rafforzamento delle capacità di sorveglianza, della cybersecurity, della maritime domain awareness e dei programmi di assistenza alla sicurezza. In questo contesto si inserisce l’espansione dell’Official Security Assistance (OSA) e il crescente coordinamento tra OSA e Official Development Assistance (ODA).
L’enfasi posta su queste iniziative concrete non è casuale. L’aggiornamento della FOIP suggerisce che Tokyo ritenga sempre più importante dimostrare i benefici pratici della cooperazione piuttosto che affidarsi esclusivamente alla forza dei principi. Cavi sottomarini, infrastrutture digitali, sicurezza energetica, capacità cyber e resilienza delle supply chain non rappresentano soltanto priorità settoriali: costituiscono gli strumenti attraverso cui il Giappone cerca di rendere la FOIP una proposta tangibile per i partner regionali.
Questa impostazione appare particolarmente rilevante nel Sud-est asiatico, dove molti governi continuano a evitare logiche di allineamento rigido tra grandi potenze. Per questo motivo Tokyo insiste nel descrivere la FOIP come una visione inclusiva e non come un quadro destinato a imporre scelte geopolitiche o a escludere attori specifici.
È in questo contesto che acquista significato anche il dialogo con l’Italia. Per il Giappone, Roma rappresenta uno dei partner europei con cui negli ultimi anni è emersa una crescente convergenza su temi come sicurezza economica, infrastrutture critiche, tecnologie avanzate, energia e resilienza industriale. Il programma GCAP costituisce probabilmente l’esempio più visibile di questa tendenza. Più in generale, la richiesta rivolta da Takaichi a Meloni suggerisce che Tokyo stia cercando interlocutori capaci di tradurre la FOIP in un linguaggio comprensibile e condivisibile anche al di fuori dell’Asia.
La tempistica di questo sforzo diplomatico coincide inoltre con un dibattito più ampio sul significato stesso dell’Indo-Pacifico. Nei giorni scorsi l’amministrazione Trump ha deciso di riportare il comando militare americano alla denominazione storica di U.S. Pacific Command, abbandonando il nome Indo-Pacific Command adottato nel 2018. Washington insiste sul fatto che missione e area di responsabilità restano immutate, ma il cambiamento ha riaperto una discussione sul valore politico del concetto di Indo-Pacifico e sul ruolo che esso continuerà ad avere nel linguaggio strategico internazionale.
Per Tokyo, tuttavia, la direzione appare chiara. L’aggiornamento della FOIP non rappresenta un abbandono della visione elaborata da Abe, né una sua ridefinizione geografica. Riflette piuttosto la convinzione che preservare un Indo-Pacifico libero e aperto richieda oggi maggiore attenzione alla resilienza economica, alla connettività tecnologica, alla sicurezza delle catene di approvvigionamento e alla cooperazione concreta tra partner. Il coinvolgimento di Paesi come l’Italia indica inoltre la volontà del Giappone di andare oltre la dimensione strettamente indo-pacifica della FOIP, favorendo la formazione di un consenso più ampio attorno a una visione ritenuta sempre più rilevante in un sistema internazionale segnato da vulnerabilità condivise e interdipendenze crescenti.