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Come l’Algeria guarda a Russia ed Europa

di Alessandro Giuli

Le strategie algerine, gli interessi russi nel Mediterraneo, i rapporti con l’Europa sullo sfondo della crisi in Ucraina. L’approfondimento di Alessandro Giuli

L’arco di crisi internazionale solcato dai venti di guerra tra Russia e Ucraina giunge inevitabilmente fino al Mediterraneo. In particolare nel Maghreb, dove la sfera d’influenza di Mosca trova il proprio storico baricentro nell’Algeria, con diramazioni sempre più sensibili nella zona del Sahel, dove – a fronte di un progressivo disimpegno francese – si sono da ultimo stanziati i contractors del Gruppo Wagner. Di là dalle semplificazioni schematiche che ruotano intorno alla linea di faglia sahariana con il Marocco filo occidentale e stabilmente integrato nel rapporto trilaterale con Stati Uniti e Israele culminato nella sottoscrizione degli Accordi di Abramo (dicembre 2020), Algeri gioca un ruolo strategico ambivalente nei rapporti con la Russia e l’Europa. L’antico legame con l’ex Urss è andato via via intensificandosi su diverse direttrici: armamenti, energia, materie prime, beni alimentari e infrastrutture. Si tratta meno d’un rapporto biunivoco che di dipendenza complessiva. Se è noto che circa il 70 per cento dell’arsenale militare algerino proviene dalla Russia, meno conosciuto è il consistente volume d’importazione di grano da parte di Algeri: 360 mila tonnellate per un valore di oltre de 100 milioni di dollari nel 2021, come ha appena dichiarato all’agenzia russa Ria Novosti l’ambasciatore Igor Belyaev, non senza preannunciare un considerevole aumento di esportazioni cerealicole in vista per l’anno in corso, anche grazie a un’incoraggiante revisione delle tariffe e dei requisiti d’importazione.

A ciò si aggiunge il programma di vendita di aerei Ms-21 di ultima generazione e di vagoni merci per la società di trasporto ferroviario nazionale (Sntf). È la conferma che l’Algeria, dopo l’Egitto, resta il principale partner economico africano della Russia in un regime di scambi bilaterali (in realtà quasi a senso unico: il 95% del volume d’affari è rappresentato dalle esportazioni di Mosca) che nel biennio 2020-2021 ha raggiunto i 3 miliardi di dollari. Belyaev ha anche sollecitato una riforma regolatoria e fiscale che consenta alle aziende russe di operare più efficacemente (il tema sarà all’ordine del giorno nella riunione della commissione intergovernativa che dovrebbe riunirsi a marzo).

Ma in questo momento al centro del gioco degli interessi internazionali c’è ovviamente la questione energetica, con le possibili ricadute di un conflitto allargato tra Mosca e Kiev che coinvolgerebbe inevitabilmente la Nato e l’Unione europea, la quale dal 2007 riceve circa il 27 per cento del proprio gas grazie all’alleanza russo-algerina tra Gazprom e Sonatrach (come abbiamo di recente sottolineato qui, Algeri detiene in Spagna anche alcuni importanti impianti di rigassificazione del GNL). La rotta algerina, in altre parole, è una via subordinata fondamentale rispetto al collegamento infrastrutturale che transita per l’Ucraina assieme al 33 per cento del gas naturale russo. In questo quadro, le tensioni con Parigi assumono un profilo dirimente. Emmanuel Macron si è intestato un ruolo diplomatico di prima grandezza, dentro e fuori il perimetro d’azione della Nato, avendo in vista anche il consolidamento di un consenso largo nell’opinione pubblica per la propria rielezione; ma al tempo stesso Il presidente francese potrebbe essere chiamato a riconsiderare alcune rigidità nei confronti delle strategie energetiche algerine. Una di queste riguarda la rete Midi-Catalonia (Midi-Cat), la pipeline progettata per il trasporto di gas liquido e idrogeno verde in Spagna e che l’Algeria vorrebbe da tempo articolare lungo l’asse longitudinale euro-tedesco, incontrando però le resistenze dell’Eliseo. Dal 2016 a oggi, l’autorità di regolamentazione francese (CRE) ha sempre scoraggiato il piano di Algeri notando che il gasdotto non sarebbe stato necessario a causa della domanda ancora stabile e della sovraccapacità delle reti esistenti. La crisi ucraina, adesso, consiglierebbe una maggiore elasticità progettuale e una rinnovata coralità nell’iniziativa diplomatica da parte dell’Europa intera.

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