Davos 2026 e l’evoluzione delle relazioni internazionali
Il World Economic Forum 2026 al centro delle dinamiche globali: nel solco dell’eredità di Klaus Schwab e la nuova guida di Larry Fink. Il protagonismo di Trump e le tensioni euroatlantiche per la crisi in Groenlandia
La centralità di Davos negli affari globali: l’eredità di Schwab e la nuova leadership di Fink
Anche questo gennaio, come ogni anno dal lontano 1971, si è tenuto nella ormai celebre cittadina svizzera di Davos, il World Economic Forum (WEF), ideato dal suo storico, visionario quanto influente fondatore Klaus Schwab. Accademico tedesco di origini svizzere, Schwab nei decenni di attività del suo forum, è progressivamente assurto al ruolo di sommo architetto delle nuove politiche globali (sua l’impronta nei concetti di Stakeholder Capitalism e di Fourth Industrial Revolution) e delle cangianti reti del potere transazionale; esercitando un notevole grado di impatto trasformativo sulla realtà anche tramite la formazione delle nuove dirigenze politiche di vari Paesi occidentali (Forum of Young Global Leaders). Esperto di cooperazione internazionale e di global leadership, iniziò le attività del WEF negli anni ‘70 come una piattaforma per l’analisi e la discussione di questioni di economia globale e come centro aggregativo dei più importanti e potenti uomini d’affari del pianeta, con lo scopo di rafforzare il dialogo tra le sfere del pubblico e del privato come tra i vari esponenti delle élites dirigenziali: dall’imprenditoria all’accademia, dalla politica alla diplomazia, dalla finanza alla civil society. Come fisiologico, adeguandosi e abbracciando il sempre mutevole zeitgeist della società umana, Il World Economic Forum sotto la guida di Mr. Davos ha man mano coperto diverse aree di analisi e discussione, estendendo il suo aurorale focus più prettamente incentrato sul business, alle tematiche del clima, dell’intelligenza artificiale, della scienza e sanità pubblica mondiale - si rammenti circa questa tematica il contributo dello stesso accademico tedesco sulla drammatica pandemia Covid-19, con il celebre testo-concetto di Great Reset[1] della politica internazionale e degli assetti geopolitici. Ritiratosi a ottantasei anni da presidente del WEF l’anno scorso in seguito ad accuse di malversazioni, la prestigiosa piattaforma internazionale è ora passata nelle mani del potentissimo CEO nonché fondatore del moloch finanziario e patrimoniale globale BlackRock (e co-presidente ad interim del CDA del World Economic Forum) Laurence Douglas Fink, detto Larry, che ha condotto le danze di quest’ultima edizione 2026, e del successore diretto di Schwab, il manager austriaco Peter Brabeck-Letmathe.
Una nuova Davos dunque, ove nel solco dell’eredità schwabiana e con la nuova prestigiosa presenza del manager statunitense Larry Fink, l’edizione del 2026 ha riconfermato la sua importanza come forum di dialogo e centro di potere con la più significativa partecipazione nella storia del World Economic Forum, che ha difatti registrato la presenza di sessantacinque capi di stato e di governo. Alti dirigenti e capi di Stato che nel contesto della cittadina elvetica hanno tentato di elaborare nuovi meccanismi di collaborazione e nuove intese diplomatiche in una tumultuosa ridefinizione della costellazione dei centri di potere dello scacchiere globale. Una nuova Davos che sotto la guida ad interim dello statunitense Fink, ha dimostrato altresì una chiara quanto pragmatica capacità di adattamento ideologica, ripetendo la stessa dinamica che il CEO aveva già messo in atto all’interno del colosso Blackrock, mettendo da parte una certa visione del mondo che aveva caratterizzato il dibattito globale e che era stata promossa nei due passati decenni dall’Occidente, in primis dagli Stati Uniti dell’era Obama e Biden. Quest’anno sono state invece messe chiaramente in secondo piano le tematiche al centro della narrazione globalista (dalle questioni del cambiamento climatico, alle tematiche della diversità DEI, Diversity, Equity, and Inclusion e ESG, Environmental, Social e Governance, tutti temi, come accennato, già accantonati anche all’interno del mondo Black Rock tramite la Chairman’s Letter to Investors del 2025 a firma dello stesso Fink), per dare più risalto ad altre issues più in linea coi tempi attuali e più care all’amministrazione Trump e al movimento conservatore internazionale: dall’Intelligenza Artificiale, alle infrastrutture, all’energia declinata nella forma di energy pragmatism (termine-concetto coniato dallo stesso Fink) e competizione geopolitica globale con un focus sulle relative crisi geopolitiche, tra cui ha dominato quella relativa alla Groenlandia, che andiamo ora ad analizzare nelle sue dimensioni diplomatiche, geopolitiche e di equilibri di potenza.
Trump e la Groenlandia: l’apice della crisi euroatlantica e la reazione europea
Quanto è occorso a Davos circa la crisi della Groenlandia ci porta a trarre alcune lezioni di fondo (e alcune conferme) su determinate tendenze e orientamenti della politica estera trumpiana e, in specie, sul momento di incertezza e crisi in essere nei rapporti euroatlantici, così come sull’imprevedibilità ed erraticità del presidente statunitense. Il metodo emerge ormai come un pattern quasi predefinito: lanciare invettive e piani massimalisti, se non direttamente di aggressione (come l’opzione dell’uso della forza per prendere il controllo della Groenlandia), valutare le reazioni e poi giungere nella maggioranza dei casi a soluzioni diplomatiche comunque di vantaggio strategico per Washington ma che non scontentino eccessivamente l’interlocutore geopolitico, in questo caso l’Europa. Una Unione Europea che in questa situazione, per quanto possibile in linea con la NATO, ha comunque fatto sentire un gemito di unità e di visione comune davanti ai modi eterodossi con cui Trump ha affrontato la questione Groenlandia, con la reiterata minaccia di uso della forza per assumerne il controllo. L’invio di poche decine di soldati da parte di taluni Stati europei, sebbene figurativo, ha avuto comunque un suo effetto simbolico e di volontà politica sulla controparte statunitense e sull’opinione pubblica mondiale, indicando in modo plastico l’irritazione di fondo degli alleati europei davanti alle richieste iperboliche trumpiane.
La (per ora) breve crisi groenlandese, emblematica delle tensioni attuali dei rapporti tra le due sponde dell’atlantico, ha comunque trovato una sua attenuazione e i financo i semi di una potenziale futura ricomposizione proprio in quel di Davos, ove a seguito di un lungo discorso - discorso non scevro da qualche contraddizione, specie se rapportato in una cornice comparativa alla situazione ucraina -, Trump ha infine, a seguito di un incontro con il segretario generale della NATO Mark Rutte, concesso aperture circa una risoluzione meno conflittuale della questione, rinunziando a opzioni militari, ma ribadendo allo stesso tempo come solo Washington potrà essere in ambito occidentale il garante ultimo della sicurezza della Groenlandia e più in generale dell’Artico. Le parole del presidente degli Stati Uniti a riguardo: “based upon a very productive meeting that I have had with the Secretary General of NATO, Mark Rutte, we have formed the framework of a future deal with respect to Greenland”. Sono dunque venute meno le minacce di uso della forza e di sanzioni alla Danimarca e agli altri Paesi NATO che hanno inviato i loro soldati (poche unità e per poco tempo) in Groenlandia a difesa della sovranità danese e dell’unità dell’Alleanza Atlantica. Il framework di un futuro accordo tra Stati Uniti, Danimarca, UE e NATO circa la collocazione geopolitica della Groenlandia, non è ancora chiaramente definito, ma i punti di cui sopra fanno emergere un passo indietro circa le invettive più bellicose di Trump, ridimensionando tali orientamenti e ricucendo, per ora, lo strappo interno alla NATO. Come riporta il New York Times, si prefigura un accordo nel quale la linea rossa della sovranità complessiva dell’isola artica non dovrebbe più essere messa in discussione, ma dove vi sarà plausibilmente qualche tipo di concessione territoriale e di sovranità a Washington per talune specifiche porzioni dell’isola artica, con la creazione di nuove basi militari statunitensi[2].
La diplomazia di Roma e le dichiarazioni del segretario generale della NATO
In conclusione, al netto dell’apice della crisi e del successivo ridimensionamento delle pretese di Trump, Roma ha rimarcato la sua posizione di equilibrio diplomatico circa la priorità di conservare il più possibile il legame atlantico a fronte delle potenze strategiche rivali, nell’Artico come in altri quadranti geografici, nel tentativo di fondo di smussare le posizioni più massimaliste di Trump e al tempo stesso di dare dignità e un qualche maggiore peso geostrategico all’Europa. Una posizione non dissimile espressa anche dal Segretario Generale della NATO Mark Rutte il 26 gennaio al Parlamento Europeo, il quale, in una stoccata di realismo politico all’Unione Europea, ha ribadito l’importanza imprescindibile degli Stati Uniti (e di Trump) per la NATO, riassicurando allo stesso tempo gli alleati circa l’attenzione e l’impegno del presidente statunitense verso l’alleanza: “US President deserves to be defended and is doing a lot of good stuff for the NATO alliance”. Rutte ha inoltre rincarato la dose circa la realtà delle potenze in campo nell’ambito del contesto euroatlantico, dichiarando come: "if anyone here thinks that the European Union can defend itself without the US, keep on dreaming. You can't. […] "In that scenario, you would lose the ultimate guarantor of our freedom, which is the US nuclear umbrella. So, good luck!".
Concludendo sulla questione artica, e riprendendo quel filo rosso di Davos da cui siamo partiti, il segretario generale dell’Alleanza Atlantica è stato lodato da alcuni eurodeputati per aver contribuito a stemprare la tensione tra Stati Uniti e UE sulla Groenlandia durante il World Economic Forum, chiedendo altresì maggiori informazioni circa l'accordo raggiunto con Trump sul futuro dell'isola artica. Non sono stati forniti dettagli - le negoziazioni sono in corso - ma ha rivelato, con piglio realista e al netto delle molte polemiche, come la NATO dovrà assumersi maggiori responsabilità nella difesa della regione artica al fine di impedire eccessive presenze di potenze come Cina e Russia: un modello, quello che vede una maggiore responsabilità sul campo dell’Europa e della NATO, che non si discosta evidentemente molto dal potenziale futuro prefigurato dall’amministrazione Trump per l’auspicato dopoguerra in Ucraina.
[1] K. Schwab, T. Malleret, COVID-19: The Great Reset, Forum Publishing, 2020
[2] P. Kola, What we know about Trump's 'framework of future deal' over Greenland, BBC, https://www.bbc.com/news/artic...