La conferenza della sicurezza di Monaco e il discorso di Rubio
La mano tesa del Segretario di Stato e la questione identitaria europea sullo sfondo delle criticità nei rapporti euroatlantici e le sfide globali
Dopo aver analizzato le dinamiche andate in scena al World Economic Forum di Davos lo scorso gennaio, merita ora altrettanta attenzione l’analisi di un altro tradizionale evento di politica internazionale: la Munich Security Conference (2026).
Tali assemblee internazionali di discussione ai più alti livelli, come per Davos, specie in situazioni di gravi tensioni internazionali e di importanti trasformazioni della realtà geopolitica globale, come quello che stiamo vivendo, aumentano ancor più la loro importanza e la loro funzione di camera di compensazione delle diverse tendenze geopolitiche e delle varie istanze e preoccupazioni espresse dai rappresentanti delle cancellerie diplomatiche mondiali presenti.
È stato proprio questo il caso degli Stati Uniti, rappresentati dal Segretario di Stato Rubio, sempre più figura di rilievo nell'amministrazione Trump II nonché volto più tradizionale della diplomazia statunitense, spesso affiancato dai meno ortodossi inviati diplomatici speciali Witkoff e Kushner. Come in ogni fase di cesura storica o alle soglie di grandi mutamenti - pensiamo ad esempio ai primi tempi del post ’89 con la fine dell’ordine bipolare, o alle fasi post 11 settembre con gli inizi della war on terror - anche in questo frangente si è respirato in quel di Monaco l'atmosfera di un vento che cambia, di un mutamento degli equilibri di forza internazionali ormai in corso e sotto gli occhi di tutti. Un vento del cambiamento che se è inizialmente soffiato dai perimetri orientali dell’Europa – il riferimento va alla rinascita della politica di potenza del Cremlino con l'invasione dell'Ucraina nel 2022, conflitto che proprio in questi giorni ha raggiunto il suo tragico quarto anniversario -, soffia altresì dall'interno, anzi dal cuore dell'occidente stesso, dagli Stati Uniti, con le nuove direttive dell'amministrazione Trump II in politica estera e nei sistemi di alleanza, con NATO e UE entrate in un momento di crisi di identità e di mission. In questa sessantaduesima conferenza di Monaco, il tema di discussione principale ha difatti riguardato l'Occidente; marginale lo spazio dedicato ai grandi rivali strategici, compresa la Cina, che sono stati toccati in maniera nettamente minore rispetto agli anni precedenti, dando attenzione precipua allo stato dell’arte delle relazioni euroatlantiche e alle relative criticità.
Il discorso di Rubio: i toni di riconciliazione euroatlantica e la questione identitaria europea
Il discorso del Segretario di Stati Rubio ha avuto indubbiamente un effetto rassicurante sulle dirigenze europee sedute ad ascoltarlo in quel di Monaco, come sull'opinione pubblica europea in generale: un discorso riconciliante che ha altresì ricevuto una simbolica standing ovation, una mano tesa circa gli sfilacciati rapporti euroatlantici, di segno opposto rispetto al discorso di rottura dell'anno scorso, sempre a Monaco, tenuto dal vice presidente Vance. Rubio ha impostato il suo lungo e sfaccettato discorso in senso multidimensionale, passando dalle questioni di sicurezza e difesa a quelle culturali identitarie, ed è proprio a queste ultime che ha dato risalto soffermandosi in modo maggiore. Significativa, su un piano squisitamente storico e di continuità di civiltà, la frase nella quale ha definito gli Stati Uniti figli dell'Europa (while America's home is in the Western Hemisphere, it will always be a child of Europe), insieme al fatto di aver dichiarato - quantomeno sulla carta - che Washington vede di buon occhio una Europa forte e indipendente.
Tali affermazioni senz’altro significative, hanno suscitato un sospiro di sollievo tra il pubblico. Rubio, ripercorrendo le tappe che hanno scritto la storia unica dell'evoluzione ed espansione della civiltà europea nel mondo - partendo da quell'Italiano che ha scoperto le Americhe - e della civiltà comune cristiana, nella sua visione e in quella del movimento conservatore internazionale, ha però voluto in un ulteriore slancio europeista - con toni a cavallo tra una velata reprimenda, o nel migliore dei casi un invito - esortare gli europei a riprendere quella loro identità euro-cristiana oggi sfumata, annacquata nelle varie tendenze moderniste emerse con sempre maggior forza negli ultimi due decenni: che si tratti del trend di una certa parte della società statunitense noto come woke culture o della politica open borders, sino a quella che Trump - come altri leader sovranisti - ha spesso definito la questione critica dell’immigrazione di massa o financo dell’invasione del continente europeo dal sud del mondo. Se l'Unione Europea, che ha costruito la sua narrativa in una cornice globalista su vari punti quasi agli antipodi di questa narrativa rubiana, accetterà in tutto o in parte la presa in carico di queste istanze statunitensi rimane in dubbio e si vedrà solo con l’avvenire, in quanto costituirebbe una sorta di inversione a U su molte dimensioni prioritarie delle proprie politiche, proprio a partire da quella migratoria.
Aldilà di questa differente visione identitaria e le relative potenziali policies, rimangono i punti di divergenza sul piano politico, a partire dai rapporti da tenere con Mosca e sulla gestione del conflitto in Ucraina in primis, su le modalità con cui fare terminare la guerra russo-ucraina che è entrata in questi giorni nel suo quinto tragico anno -, come sulla più generale questione dell'Alleanza Atlantica e sulla relativa suddivisione di costi e responsabilità strategiche. Inoltre, non si può minimizzare né dimenticare il semplice fatto che tali aperture sono venute comunque dal Segretario di Stato, e che la parola ultima su tutte queste issues spetta in ultima istanza allo Studio Ovale e al presidente degli Stati Uniti, la cui politica e logica d’azione sono finora state dirette dall’imprevedibilità, da una logica di transazionalità e da dinamiche di politica di potenza, oltre che, come noto, da un atteggiamento a tratti quasi ostile verso l'Europa.
Una cosa, ordunque, è l'apprezzabile sentimentalismo verbale e diplomatico andato in scena sul palcoscenico di Monaco, un'altra è la dura lex dell'America First: conciliare le due dimensioni sarà la sfida che europei e statunitensi dovranno tentare di vincere nei prossimi due anni di amministrazione Trump, al netto della seppur legittimissima volontà europea per quella agognata autonomia strategica, in quanto, per lo meno nel medio termine - come spesso saggiamente rammentato dalla diplomazia e dall’attuale governo di Roma - il legame e la sinergia con l'altra sponda dell'Atlantico rimane comunque un fatto imprescindibile, specie se inquadrato nel contesto di altissima volatilità della sicurezza internazionale.