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Dazi: la decisione della Corte Suprema

Le conseguenze del voto della Corte Suprema sui dazi e le scelte di Trump: l’analisi di Stefano Marroni

Anche stavolta, la Corte Suprema si è spaccata in un voto sei a tre. Ma stavolta è stata la maggioranza conservatrice a dividersi. E il risultato è la più clamorosa sconfitta subita da Donald J. Trump nel primo anno del suo secondo mandato. Perché dichiarando illegittimo il ricorso agli speciali poteri di emergenza invocati dalla Casa Bianca nel liberation day dell’aprile scorso, i giudici hanno inferto un colpo durissimo al cardine della strategia economica del presidente: alla pioggia di dazi che dalla primavera scorsa, proprio ricorrendo a una legge che sottrae il governo al controllo del Congresso, si sono abbattuti sulle esportazioni negli Usa di un centinaio di paesi, dalla Cina al Messico, dal Regno Unito al Canada, dal Brasile all’Unione Europea.

È una botta che il tycoon aveva certamente annusato ma non era pronto a digerire. E che - anche se nel giro di poche ore Trump ha annunciato altri dazi del 15 per cento per tutti sulla base della cosiddetta “disposizione 301” sul disavanzo commerciale – per una durata non superiore ai sei mesi, salvo ratifica del Congresso – da un lato segna un stop alla serie di via libera garantiti fin qui dalla Corte al presidente, e dall’altro rischia di aprire un buco stimato di 200 milioni di dollari anche nei conti pubblici americani, in un momento in cui tutti i sondaggi certificano – a nove mesi dalla delicatissima prova del Midterm – la crescente disaffezione degli americani per il Comandante supremo. Una disaffezione che ormai allarma il Gop ma che Trump – come l’ultimo Biden – attribuisce all’influenza dei media “ostili”. E che è alimentata proprio dalla sua gestione dei temi – lotta all’immigrazione illegale, costo della vita, fine delle costose avventure militari “in paesi che non sappiamo nemmeno dove stanno”, diceva Trump - che a novembre del 2024 gli spalancarono per la seconda volta le porte dello Studio Ovale.

I retroscena sulla stampa americana riferiscono che la notizia della sentenza è arrivata mentre Trump e i suoi più stretti collaboratori stavano mettendo a punto il suo intervento sullo Stato dell’Unione, con cui il presidente ha di fatto dato il via alla campagna elettorale da cui dipende se gli ultimi due anni dell’amministrazione saranno un calvario o una marcia trionfale. Una valutazione che una volta di più ha visto i consiglieri del presidente spingere per centrare l’agenda sull’economia interna, la cui modesta crescita non si è ancora riverberata nella vita quotidiana della maggioranza degli americani: anche prendendo tempo nella crisi iraniana per evitare di mandarlo in tv con i notiziari intasati dalle notizie di una guerra che potrebbe essere né facile né breve.

Anche per questo fin dalla prima reazione a caldo – “E’ una vergogna!” – il presidente ha dato voce a un sentimento di frustrazione tracimato fin da venerdì sera non tanto nell’annuncio immediato di un diverso prelievo sulle importazioni ma in dichiarazioni furiose, che hanno fatto eco allo sfogo in cui, la sera prima della sentenza, ad un comizio in Georgia, aveva confessato di esser stufo di aspettare: “Sto aspettando anche questa decisione, come sempre. Sempre! Eppure è pacifico che ho il diritto di imporre dazi per ragioni di sicurezza nazionale…”.

A un pubblico totalmente MAGA – nello stato-chiave che mesi fa ha visto il suo strappo con una delle più ardenti sostenitrici della prima ora, la congresswoman Marjorie Taylor Greene – il presidente aveva ripetuto la litania sui “disastri” ereditati da Joe Biden, e sugli sforzi per rimediare: “Il paese era allo sbando e io l’ho salvato”, aveva scandito, rilanciando sulle guerre evitate, sui posti di lavoro creati, sui benefici dei dazi “che restano la mia parola preferita nel dizionario”, sulla rappresentazione di un’America diventata in poco più di un anno “grande come non è mai stata”.

A questa autopercezione i sondaggi – anche quelli di media conservatori – danno però in pochi riscontri. Mediamente – e non solo per il doppio omicidio a Minneapolis - il 65 per cento degli americani pensa che la lotta alla immigrazione illegale abbia passato il segno, ed è una percezione che rischia di alienare a Trump i latinos che nel 2024 in massa, per la prima volta, hanno votato repubblicano. Gli eccessi dell’Ice hanno portato al blocco dei finanziamenti e dunque alla paralisi del Dipartimento per la Sicurezza Interna, le azioni in Iran e Venezuela hanno fatto inorridire i duri e puri America First, i pagamenti diretti che i dazi dovevano garantire ai veterani, agli anziani malati e alle piccole imprese non sono mai arrivati. E persino i fanatici dell’Make America Healty Again raccolti attorno a Robert Kennedy Jr sono inorriditi per il via libera alla produzione dl glifosato, il potente erbicida riconosciuto come cancerogeno che la Casa Bianca ha riabilitato per non perdere il consenso dei farmer del Mid West.

Sono scosse telluriche nella coalizione conservatrice, in un momento che vede il gradimento per Trump toccare un nuovo minimo, attestandosi tra il 39 e il 41 per cento. Ma è nel dettaglio delle scelte economiche che a nove mesi dal Midterm si sono accese molte spie rosse. In una lunga analisi apparsa su The Atlantic, Sarah Longwll – una opinion maker di orientamento conservatore moderato - ha incrociato i dati di numerosi focus group con giovani maschi bianchi under 30, un settore di elettori che nel 2024 a sorpresa votò al 56 per cento per il candidato repubblicano. Ne è emersa una disillusione cocente sugli effetti della cura di “the Donald”: “Negli ultimi tredici mesi - ha scritto - hanno visto Trump fare molte cose ma i prezzi delle case sono saliti, la crescita dell’occupazione è stagnante, l’inflazione non è scesa, andare all’università meno accessibile e più gente non ha una assicurazione sanitaria. ‘Non è quello che ci aveva promesso’, mi hanno detto in molti”.

In termini percentuali, l’effetto è una flessione dei consensi tra i giovani nell’ordine del -30 per cento, in linea con i dati raccolti da un media vicino ai MAGA come il New York Post, secondo cui tre americani su quattro pensano di aver pagato un prezzo alla stretta sui dazi, con solo il 34 per cento che approva in generale la politica economica di Trump e addirittura solo il 30 che è contento della sua azione contro il costo della vita. Sono – né più né meno – i dati sul consenso dell’ultimo Biden, con segnali di disaffezione anche in settori del mondo degli affari che ha sostenuto il ritorno del tycoon alla Casa Bianca: “Siamo tutti con Trump quando dice che i dazi possono riequilibrare il deficit commerciale, e che c’è davvero chi si è approfittato di noi”, ha scritto Bill Ackman, ceo di Persing Square Capital Management. “Ma andando avanti così stiamo disgregando la fiducia nel nostro paese come partner commerciale, come un paese in cui sia sicuro fare investimenti”.

Per questo la sentenza della Corte suprema – che si è pronunciata in ultimo grado sul ricorso contro l’amministrazione di un piccolo importatore di vino – ha effetti che vanno molto di là dell’impatto sui conti pubblici e sulle già complicate relazioni commerciali con i tradizionali alleati degli Usa, a cominciare dall’Unione Europea. Ciò che ha portato al no dei tre giudici conservatori – due nominati da lui - contro cui Trump si è scagliato con violenza inaudita, indicando per nome chi ha votato contro i suoi desiderata e accusandoli di essere “soggetti a interessi stranieri” oltreché “sleali” e che “di vergogna per la propria famiglia”, è infatti essenzialmente il richiamo a un principio cardine della democrazia americana. Quel no taxation without representation scagliato dai coloni americani contro la pretesa del Parlamento inglese di imporre tasse a chi non poteva eleggere i propri rappresentanti, che in pochi anni si trasformò nel grido di battaglia della guerra di Indipendenza. Nulla di rivoluzionario, quindi, ma un colpo durissimo alla pretesa del presidente di poter decidere in autonomia su tutto – oltre che in materia fiscale – senza sottoporsi al controllo della Camera dei Rappresentanti e del Senato che pure – almeno fino a novembre prossimo – sono entrambi a maggioranza Gop.

In questo senso, la pronuncia della Corte è stata celebrata come una propria vittoria soprattutto dai pochi repubblicani che in questi mesi hanno alzato la voce contro le politiche fiscali del presidente: “E’ una sentenza di buon senso, la conferma che nonostante tutto il sistema di check and balance previsto da Costituzione funziona ancora”, ha commentato Dan Bacon, rappresentante dell’ultraconservatore Nebraska. “Mi sento rassicurato nella mia adesione al principio che il potere di imporre tasse è del potere legislativo, e non di quello esecutivo”. E non per caso, fiutando l’aria, lo speaker della Camera Mike Johnson, fedelissimo di Trump, ha rinviato sine die il confronto sulle politiche economiche nel gruppo Gop.

Coin l’istinto del combattente che ha mostrato in tante occasioni, Trump si prepara dunque a una nuova stagione di scontri: ma sentendo il terreno meno solido sotto di sé, se mezza Amarica non riesce a togliersi il dubbio che in realtà fosse lui il tale “John Barron, della Virginia” – uno pseudonimo che ha spesso usato in passato – che sabato ha chiamato in diretta l’emittente tv C-Span per protestare contro la Corte suprema.

Di certo, ragiona chi segue più vicino l’attività della Corte, molti indizi fanno pensare che la decisione sui dazi possa essere la prima di una serie sfavorevole alla Casa Bianca. A cominciare dalle prossime e delicatissime sentenze, quelle sulla soppressione del diritto di cittadinanza per chi nasce in America e sul licenziamento di Lisa Cook, la governatrice nera della Fed messa tra i primi nel mirino del presidente. Intanto perché, fa notare Leah Litman, professore di Diritto all’Università del Michigan, “le Corti tendono ad essere più severe con i presidenti man mano che si avvicina alla fine del mandato, perché sono meno popolari”. E poi perché i pronunciamenti pro-Trump che hanno più fatto discutere nei mesi scorsi sono stati in realtà dei “provvedimenti d’emergenza”, presi cioè per non lasciare vuoti nell’azione dell’esecutivo ma soggetti ancora ad una piena valutazione nel merito.

In generale, ha detto al Washington Post Ilya Shapiro, direttore del dipartimento di Studi Costituzionali del conservatore Manhattan Institute, “la Corte ha lasciato le briglie molto sciolte alla Casa Bianca in materie che hanno a che fare con le prerogative dell’esecutivo, come i massicci tagli nei ministeri e la soppressione delle agenzie federali. Ma ha mostrato uno sguardo più severo sulla pretesa di fare nuove leggi o di limitare in qualche modo le prerogative del Congresso, come il dispiegamento di truppe sul territorio nazionale o i dazi, che la Costituzione affida al legislativo. Io credo che per tutto quest’anno assisteremo a un trend di questo tipo”. Per Brett Kavanaugh, Clarence Thomas e Samuel Alito – i tre giudici ultraconservatori che hanno votato a suo favore e che in questi giorni Trump ha paragonato ad eroi – si annunciano mesi difficili.

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