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Delhi, il crocevia dei BRICS

La presenza di Xi Jinping e Vladimir Putin al Summit mostra la crescente centralità dell’India in un ordine internazionale sempre più multipolare. Modi punta a dialogare con tutti senza diventare il partner di nessuno

La fotografia più significativa del vertice dei BRICS di Delhi è quella di Narendra Modi insieme a Xi Jinping e Vladimir Putin. Più ancora delle decisioni adottate dal Summit, la presenza contemporanea dei leader cinese e russo nella capitale indiana racconta la posizione che l’India vuole occupare nel nuovo equilibrio internazionale: non quella di un Paese schierato, ma quella di una potenza capace di dialogare con interlocutori rivali e di trasformare questa capacità in influenza.

Non è un caso che la presidenza indiana sia stata molto più sobria rispetto alla spettacolare gestione del G20 del 2023. In un momento segnato dalla politica tariffaria di Donald Trump, dal rafforzamento della cooperazione tra Washington e Delhi nei settori della difesa e della tecnologia e dalla diffidenza americana verso la de-dollarizzazione, l’India aveva poco interesse a trasformare il vertice in una dimostrazione di forza dei BRICS. Ha preferito utilizzare il gruppo senza lasciarsi definire da esso.

Sul piano concreto, il Summit ha confermato alcune priorità destinate a caratterizzare l’agenda dei BRICS nei prossimi anni: maggiore cooperazione economica e commerciale, un ruolo più ampio delle valute nazionali negli scambi, rafforzamento dei sistemi di pagamento transfrontalieri e sostegno alla riforma delle istituzioni multilaterali. La dichiarazione finale ha inoltre posto l’accento sulla necessità di una maggiore rappresentanza del Global South, sulla de-escalation in Medio Oriente e sulla lotta al terrorismo, con una condanna esplicita dell’attacco di Pahalgam, particolarmente importante per Delhi. Tecnologia e intelligenza artificiale entrano inoltre tra i nuovi terreni di cooperazione, a conferma dell’ambizione dei BRICS di ampliare la propria agenda oltre la dimensione economico-finanziaria.

Altrettanto significativo è ciò che non è stato deciso. Nessuna trasformazione dei BRICS in un’alleanza politica o militare, nessuna vera rottura con l’architettura economica internazionale e nessun progetto di moneta comune. Anche sull’ipotesi di de-dollarizzazione il documento si è fermato alla cooperazione sui pagamenti e a un maggiore utilizzo delle valute nazionali.

Per Delhi, i BRICS rappresentano innanzitutto uno strumento di autonomia strategica. L’obiettivo non sembra essere la costruzione di un blocco alternativo all’Occidente, quanto piuttosto la creazione di uno spazio nel quale le potenze emergenti possano aumentare il proprio peso nella governance globale. È una distinzione importante, perché l’India non ha alcun interesse a sostituire la dipendenza da Washington con una dipendenza da Pechino o Mosca.

La presenza di Xi è particolarmente significativa. Il presidente cinese è tornato in India dopo sette anni, in una fase di prudente riavvicinamento tra due Paesi che restano rivali strategici. La crisi lungo il confine himalayano del 2020 ha lasciato una profonda diffidenza, mentre la competizione per l’influenza nell’Indo-Pacifico e lo squilibrio commerciale continuano a pesare sulle relazioni bilaterali. Il dialogo tra Modi e Xi non cancella queste tensioni, ma indica la volontà di gestirle.

Per Pechino, stabilizzare i rapporti con Delhi significa evitare che l’India si avvicini ulteriormente alla strategia americana nell’Indo-Pacifico. Per l’India, ridurre la tensione con la Cina significa invece guadagnare spazio strategico e concentrarsi sulle proprie ambizioni di potenza. La distensione, dunque, non equivale a una riconciliazione: è soprattutto una forma di gestione della rivalità.

Diverso, ma altrettanto importante, è il rapporto con Putin. La Russia rimane per l’India un partner strategico consolidato, soprattutto nei settori della difesa e dell’energia. La partecipazione del Presidente russo al Summit ha permesso a Mosca di mostrare che le pressioni occidentali non hanno isolato il Paese sul piano internazionale. Per Modi, invece, confermare il rapporto con Putin significa preservare una partnership che Delhi non intende sacrificare per assecondare le aspettative occidentali.

È questa la logica dell’autonomia strategica indiana: non neutralità, ma libertà di movimento. L’India vuole rafforzare i rapporti con Stati Uniti, Europa e monarchie del Golfo senza rinunciare ai rapporti con Russia e Cina. I BRICS sono utili proprio perché offrono uno spazio di cooperazione senza obbligare Delhi a scegliere un campo.

Anche per questo sarebbe riduttivo interpretare i BRICS come il semplice embrione di un blocco antioccidentale. Le divisioni interne — dalla rivalità sino-indiana alle differenti posizioni sul Medio Oriente — rendono difficile una politica estera comune. Il gruppo è più efficace come piattaforma di coordinamento economico e diplomatico che come alleanza geopolitica.

La prova arriverà nel 2027, quando la presidenza passerà alla Cina. Resta da vedere se l’impostazione prudente di Delhi riuscirà a resistere a un’agenda più assertiva. Per ora, il successo indiano consiste proprio nell’aver dimostrato che, in un gruppo tanto eterogeneo, anche un consenso limitato e attentamente calibrato può essere un risultato geopolitico.

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