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Expo 2020 Dubai e la legacy geopolitica

di GD

Dal capitolo Iran a quello dell'Ucraina

Creative Family / Shutterstock.com

“The Show must go on”. Anche quando le luci si spengono e il sipario cala sulla scena. Se è certo, infatti, che la legacy urbanistica di Expo 2020 Dubai garantirà lunga vita al sito destinato ad essere inglobato nel piano di “Dubai 2040”, megalopoli da quasi 6 milioni di persone, anche la legacy geopolitica di Expo 2020 Dubai appare particolarmente tangibile al termine dei sei mesi dell’Esposizione Universale che si è svolta nel perimetro franco, nella “free-zone geopolitica” in cui si sono stretti accordi e soppesati gli equilibri internazionali. Dai capitoli storicamente aperti a quelli più nuovi e imprevedibili.

Appaiono particolarmente rivelanti, in effetti, le parole di Anwar Gargash al World Government Summit che si è tenuto proprio durante gli ultimi tre giorni dell’Esposizione Universale. Quasi ad indicare la strada da intraprendere, il consigliere del principe di Abu Dhabi ha espresso la necessità di “parlare ad amici e avversari e ricostruire ponti”, aggiungendo l’importanza di trovare “un modo per lavorare in modo funzionale con l'Iran e per assicurarci che ci sia un'agenda per la stabilità e la prosperità nella regione, compreso l'Iran e altri.” Un fraseggio significativo a poco più di tre mesi dallo storico incontro a Teheran, il 6 dicembre 2021, tra il Presidente iraniano Ebrahaim Raisi e il consigliere per la sicurezza nazionale, lo sceicco Tahnoun bin Zayed Al Nahyan, fratello del principe ereditario di Abu Dhabi.

In anticipo di poco meno di un anno rispetto agli accordi di Abramo, nel novembre 2019, gli Emirati Arabi Uniti hanno consentito ai titolari di passaporto israeliano di entrare nel paese durante l'Expo 2020. E sempre all’ombra di Al Wasl Plaza, epicentro dell’Esposizione, il ministro dell'Economia degli Emirati, Abdulla bin Touq Al Marri, ha firmato un accordo con il suo omologo siriano, Mohammad Samer al-Khalil, con l'obiettivo di rilanciare il commercio tra le due nazioni. All'evento hanno partecipato alti funzionari del regime di Bashar al-Assad, che il 18 marzo scorso, si è recato di persona negli Emirati Arabi Uniti per il suo primo viaggio in uno Stato arabo dallo scoppio della guerra civile. Una visita che, in vista del Summit della Lega Araba nel prossimo novembre, vede Abu Dhabi, insieme all'Egitto, tra i più solidi sostenitori dell'ostracizzato presidente siriano.

Vale la pena sottolineare, inoltre, nel febbraio scorso, la visita ad Abu Dhabi del presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan, per la prima volta in un decennio, dallo scoppio della primavera araba. Un gesto che segue il precedente viaggio ad Ankara dello sceicco Mohammed e l’annuncio di un fondo di 10 miliardi di dollari per gli investimenti in Turchia, con cui lo scambio economico vale già 7,2 miliardi di dollari nei primi sei mesi del 2021. Ma, nel gennaio scorso, ha fatto il giro del mondo anche la notizia del missile caduto a circa sessanta chilometri dalla kermesse di Dubai (terzo attacco in appena tre settimane ad alta tensione) che ha preceduto di poche ore la storica visita del presidente israeliano Isaac Herzog, atteso all'Esposizione per una conferenza stampa.

Proprio in questi giorni, in coincidenza della coda di Expo, è terminato il mese di presidenza degli Emirati Arabi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, di cui è membro dalla fondazione del paese nel 1971. Ed è stata una prima prova del fuoco per gli Emirati, che nel 2020 avevano lanciato la campagna per un sito, ottenuto proprio nel mese in cui gli equilibri internazionali hanno conosciuto uno dei più dirompenti eventi sismici dal secondo conflitto mondiale ad oggi, la crisi russo-ucraina. Durante quel mese carico di colpi di scena al Palazzo di Vetro, Lana Nusseibeh, Rappresentante permanente degli Emirati Arabi Uniti presso l'ONU, ha incassato un risultato importante con la designazione degli Houthi come gruppo terroristico e una risoluzione che rinnova il regime delle sanzioni.

Poi, con l’inizio del Ramadan si è arrivati ad una tregua di due mesi con lo Yemen. Intanto il pauroso crescendo della nuova emergenza internazionale ha preso corpo plasticamente anche nel Padiglione ucraino che, con le migliaia di bigliettini di solidarietà appiccicati ai muri, mostrava che gli echi dell’invasione russa non si sono fermati ai cancelli. La ferocia e la rapidità dell'escalation ha certamente spiazzato tanti tra gli analisti internazionali. E a due giorni dalla fine dell’Esposizione, dopo quella del 4 marzo, i tempi della nuova telefonata tra lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi, e il presidente dell’Ucraina Zelensky sono apparsi dilatati. Soprattutto dopo il “giallo” delle telefonate di Biden che sarebbero state rifiutate dai vertici sauditi ed emiratini.

Gli Emirati hanno diffuso la notizia che già cinque aerei recanti diverse tonnellate di aiuti umanitari sono partiti per l’Ucraina, in risposta agli appelli lanciati dalle Nazioni Unite, mentre l’incubo della minaccia iraniana, acuita dal timore di un disimpegno da parte della nuova presidenza Usa, ha trovato conforto nel colloquio avvenuto a Rabat tra il segretario di Stato americano Blinken e bin Zayed. Gli americani hanno cercato di assicurare alle monarchie del Golfo che Washington è determinata ad aiutarle a respingere gli attacchi del gruppo Houthi allineato con l'Iran nello Yemen. Ma a distanza di un mese dalle parole dell’ambasciatore degli Emirati Arabi a Whashington Yousef al-Otaiba, dal Giappone agli UK fino agli Usa, da più parti del mondo è richiesto uno stance più robusto sulla produzione di olio per calmare l’impennata del Brent. Di certo la legacy geopolitica di Expo non lo prevedeva, ma almeno un poscritto finale, se non proprio un capitolo, porta il titolo di uno spaventoso nuovo conflitto che riguarda da vicino anche il Medio Oriente.

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