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Fake news e scontri interreligiosi a Tripura

di Guido Bolaffi

Tensioni e scontri dal Bangladesh hanno coinvolto anche lo Stato di Tripura in India. Il possibile ruolo delle fake news nella vicenda. Il commento di Guido Bolaffi

I problemi culturali sono più lenti e difficili da superare di quelli economico-sociali, soprattutto se riguardano l’etnia o la religione. Perché capaci di innescare, talvolta dal nulla o sul nulla, pericolose mobilitazioni di massa, che la politica, per inettitudine o cattiva coscienza, spesso e volentieri cavalca per trarne un sia pur effimero, e talvolta finanche distruttivo, vantaggio, come dimostrano i recenti scontri religiosi tra Musulmani ed Hindu. Scontri che dal Bangladesh, trasbordandone i confini, hanno investito la minuscola, e da decenni pacifica comunità dello stato indiano di Tripura. Replicando, per l’ennesima volta, quella che Pratap Bhanu Metha ha acutamente bollato come “Violence and Communalism: South Asia’s disturbing commonality”.

Una vera e propria piaga culturale, che oggi, come già accaduto in passato, rischia di essere aggravata anziché curata dall’ astioso bailamme di accuse e contro accuse tra le comunità coinvolte. Che pensano di salvare l’anima e uscire dai guai additando negli avversari il fantomatico, e come insegna Manzoni, inesistente “untore”. Tesi condivisa da P. Chidambaram che sul quotidiano India Express dello scorso 24 ottobre scriveva: “In a combustible sub-continent action and reaction can never be neatly separated”. Di cui è prova la singolare, e per molti aspetti fantomatica, dinamica dei succitati accadimenti che, stando alle cronache di stampa, avrebbero preso il via lo scorso 15 ottobre. Quando: “Several Durga Puya pandals and temples in Bangladesh were vandalised after social media posts showing a copy of the Quran placed at the feet of an idol went viral [and] in the weeks that followed more communal violence and attacks on the members of the hindu minority were reported in different parts of the country”. E “as repercussions of the violence in Bangladesh are felt in Timpur”, piccolo stato indiano situato a ridosso della frontiera con il Bangladesh, “in protest against the vandalism in Bangladesh rallies were taken out by organisations like Vishwa Hindu Parishad (VHP) and the Hindu Jagran Manch (HJM), among others. During some of these protest rallies miscreants purportedly vandalised several houses, shops and mosques […] Similar rallies were taken out at Agartale in West Timpura where a few miscreants allegedly damage a CCTV camera in a mosque [and] on October 26 a protest rally taken out by the VHP some activists who had joined the rally allegedly vandalised a local mosque at Chamtilla village around 800 yards from Rowa Bazar”.

Un guazzabuglio di azioni e contro reazioni sul nulla, visto che al momento non è stato ancora accertato se l’insulto al Corano, che sarebbe stato il detonatore delle dimostrazioni e dei sanguinosi scontri di cui sopra, sia stato effettivamente perpetrato oppure partorito da una falsa notizia “montata” dai media. Così come non è neppure chiaro l’identikit del presunto sacrilego, rispetto al quale le autorità bengalesi brancolano nel buio. Al punto da spingere Syed Badiuzzama a chiedere nell’articolo pubblicato in prima pagina dal Daily Observer di Dacca con il titolo Communal violence threatens Bangladesh’s pluralistic heritage: “what Foreign Minister AK Abdul Momen dubbed cooked-up stories on the violence […] since probe into the incident is currently underway, why did the Minister prematurely mention that reportedly a drug-addict person left a copy of the Holy Quran near the foot of a deity sparking outrage?”.

Non meno confuse e contradittorie sono le affermazioni dell’altra parte della “barricata”. Come, ad esempio, quella del capo del Vishwa Hindu Parishad di Tripura, il quale, smentendo quanto riportato dai giornali e dalle radio locali, con assoluto candore “told Indian Express.com that his organisation has had no role in any sort of vandalism”. Di cui invece, a detta del capo politico del partito del governo locale, sarebbero stati responsabili gli attivisti marxisti del Communist Party of India: “We believe this party has a major role behind the recent incidents. Their main objective is to create unrest here”.

Un mare magnum di parole in libertà sul quale è piombato come una doccia gelata il comunicato stampa della autorità di polizia di Tripura che hanno drasticamente ridimensionato, oltre al numero ed alla gravità, persino la natura dei disordini. In quanto, a loro dire, semplice conseguenza del fatto che: “Certain persons by using fake social media ID are spreading fake news/rumors on Tripura […] that law and order situation in the State is absolutely normal [and] no mosque was burnt in North Tripura”.

Orbene, se è vero che il combinato disposto di fake news e media provoca danni in tutto il mondo, senza distinzione tra Nord e Sud del Pianeta, è del pari però innegabile che i conflitti tra Hindu e Musulmani, di cui sopra, hanno le identiche stimmate, anche se non la gravità, di quelli di un lontano passato. Quando la realtà produttiva dell’India e del Bangladesh era incommensurabilmente più arretrata e povera di quella attuale. Constatazione che suona dunque come una smentita della convinzione secondo cui l’aumento del reddito determina, di conseguenza, proporzionalmente anche quello della cultura. La verità, invece, come sostiene il premio Nobel Amartya Sen nel libro Identity and violence, è che la seconda presenta, rispetto alla prima, sue autonome, specifiche aporie che vanno affrontate e discusse in quanto tali. Se si vuole assicurare alla “sovrastruttura” culturale un ritmo di modernizzazione almeno sincrono con quello della “struttura” economico-sociale.

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