A Roma un nuovo confronto sul Libano
Libano-Hezbollah-Israele un pezzo della stabilizzazione del Medio Oriente passa da Roma. Il punto di Cinzia Battisti
Il puzzle geopolitico mediorientale è molto complesso. Attorno all’intesa “madre” Usa-Iran,prima disattesa con la ripresa della guerra e oracongelata da un labile cessate il fuoco, ruotanoaltri accordi non meno importanti come quello tra Israele e Libano, fondamentale per la costruzione di una stabilità duratura nella regione.
L’intesa con il Paese dei cedri, però, ha una portata geopolitica particolarmente rilevante perché si intreccia con il Memorandum d’intesa Usa-Iran in cui proprio al primo punto prevede“la cessazione immediata e permanente della guerra su tutti i fronti incluso il Libano”.
Roma, dopo il round di luglio, ha ospitato nuovamente dal 4 al 6 agosto i negoziati tra Tel Aviv e Beirut mediati dagli Stati Uniti, e l’Italiaha riaffermato, ancora una volta, il proprio ruolo di facilitatore del dialogo diventando la capitale di un pezzo fondamentale di diplomazia per ilMedio Oriente. Il Bel Paese, in realtà, ha svolto un ruolo importante per la sicurezza del Libano meridionale attraverso Unifil, la forza delle Nazioni Unite che terminerà il proprio mandato il 31 dicembre prossimo. Ma Roma e Parigi stannogià lavorando alla creazione di una nuova coalizione multinazionale che, sulla base di una decisione multilaterale e con il consenso delle autorità locali, potrà contribuire alla stabilizzazione dell’area e al rafforzamento delle forze armate libanesi.
I round negoziali di Roma hanno definito le modalità di applicazione dell’accordo quadro siglato lo scorso 26 giugno a Washington.Quest’ultimo prevede un piano in 14 punti con l’obiettivo ambizioso di porre fine in maniera definitiva alla guerra tra Israele e Hezbollah.L’intesa stabilisce il ritiro delle forze israeliane (Idf) dal sud del Libano, il simultaneo dispiegamento, al loro posto, dell’esercito regolare (Laf), e il disarmo delle milizie sciitecon la contestuale cessione della sicurezza dell’intero territorio allo Stato libanese. Il governo di Beirut, in effetti, ha in mano, dopo decenni, la grande occasione di riappropriarsi del proprio territorio e di rispristinare la sovranità in tutto il Paese. Israele, dal canto suo, pretende garanzie di sicurezza, ossia che le aree evacuate non vengano rioccupate dall’organizzazione terroristica prima di completare il ritiro. Hezbollah, in effetti, si è radicato nel territoriomeridionale del Paese dei cedri controllandolomilitarmente, politicamente e istituendo per i cittadini suoi seguaci anche un sistema di welfare- nonostante una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 2006 ne imponesse il disarmo - dinamica messa in pratica pure da Hamas nella Striscia di Gaza.
Nel primo round dei colloqui di Roma, tenutosi il mese scorso, si è discusso del graduale ritiro dell’Idf dalla “zona di sicurezza” autoproclamatada Israele e profonda 10 chilometri dal confinemeridionale. Si è definito l’avvio concreto del ritiro israeliano dalle prime due “zone pilota” (una a nord e una a sud del fiume Litani) per lasciare spazio al dispiegamento dell’esercito regolare a cui toccherebbe il compito didisarmare Hezbollah. Il risultato dei negoziati di luglio è stato il ritiro di Tel Aviv dalla prima zona pilota, ossia la città meridionale di Zawtar al-Gharbiyeh ceduta al controllo dei militari di Beirut. Invece, il secondo round dei colloqui di Roma in corso questa settimana durante il quale c’è stata la richiesta libanese di prorogare di altri 60 giorni il cessate il fuoco ha avuto un obiettivopiù ampio e di lungo periodo. Sono stati istituitigruppi di lavoro su sei questioni: confini marittimi, confini terrestri, valutazione delle zone pilota in cui l’esercito libanese ha sostituito l’Idf, arresto del flusso di denaro iraniano in Libano,disarmo di Hezbollah, e intensificazione degli sforzi di ricostruzione nel Libano meridionale.Però, i nodi cruciali ancora da sciogliere rimangono essenzialmente due. Da una parte Hezbollah non accetta il disarmo poiché, essendo stato lasciato fuori dai colloqui, non riconosce l’accordo di Washington; dall’altra il governo Netanyahu si oppone al ritiro totale delle sue forze dal Libano senza garanzie di sicurezza per le comunità ebraiche settentrionali. “Se le milizie sciite non verranno smantellate – hanno dichiarato gli israeliani - dovremo rimanere nella nostra zona di sicurezza perché non vogliamo chei nostri cittadini del nord vengano minacciati e attaccati da Hezbollah, come ha fatto Hamas il 7 ottobre”. Israele, si è rifiutato, quindi, di procedere all’ampliamento di ulteriori zone pilota prima di una verifica concreta del pieno controllodell’esercito libanese delle due zone pilota iniziali.
L’obiettivo geopolitico degli Stati Uniti non è solo quello scendere a patti con Teheran ma anche di occuparsi degli altri conflitti paralleli che ruotano intorno alla guerra madre Usa-Iranper cercare di stabilizzare tutta la regione mediorientale. Trump stesso, ai primi di luglio, ha“obbligato” Netanyahu durante una telefonata a iniziare a ritirare le proprie forze dal Paese dei cedri. E il presidente libanese Aoun, in visita alla Casa Bianca lo scorso 21 luglio, ha chiestodirettamente al presidente americano di fare pressione su Israele per il ritiro, presentando a Trump una proposta sul disarmo di Hezbollah e sullo smantellamento del suo massiccio arsenaleche, di conseguenza, provocherebbe la riduzione dell’influenza iraniana nel Libano.
Ma proprio durante i negoziati la fragile tregua Idf-Hezbollah è stata violata e sono ricominciati attacchi incrociati tra le parti. Nonostante le armi ancora non riescano a tacere la strada per una futura pacificazione è stata intrapresa. Per la prima volta, dopo decenni, Libano e Israele che non hanno mai avuto relazioni diplomatiche si sono parlati direttamente, e già questo è un primo importante passo verso la normalizzazione dei loro rapporti.