Il ritorno della Sublime Porta nei Balcani
Il punto di vista di Francesco Narcisi.
La presenza turca nei Balcani non è una novità: le sue radici affondano, infatti, nella conquista ottomana della penisola balcanica, che la portò sotto il dominio di Istanbul per cinque secoli. L’organizzazione della società ottomana nei Balcani si basava sul sistema del millet, in base al quale l’assetto sociale era basato sull’appartenenza religiosa. Ciò ha lasciato un’islamizzazione diffusa, una conversione che non era tanto e non solo imposta, ma agevolata anche da politiche economiche, securitarie e lavorative per chi si convertiva[1].
Per gran parte del Novecento la Turchia repubblicana ha invece guardato ai Balcani con relativo disinteresse, coerentemente con la dottrina kemalista di rottura con l’impero e di allineamento occidentale. Sul finire del secolo scorso, però, Turgut Özal (ex Presidente e Primo Ministro turco) formulò per primo l’espressione "neo-ottomanesimo", a cui fece seguito la formazione di una relativa politica[2]. Ma fucon l'ascesa dell'AKP, partito di Erdoğan, e con la dottrina della "profondità strategica" dell’ex Ministro degli Esteri Davutoğlu, che i Balcani tornarono centrali.
Un primo elemento usato da Erdoğan per rafforzare la presenza turca nei Balcani è la religione islamica. Negli Stati della regione (a parte Serbia e Montenegro, ortodossi, e Croazia, cattolica) la presenza musulmana è infatti molto diffusa: si va dal 93% in Kosovo - popolazione di etnia albanese; al 20% in Montenegro; passando per il 51% in Albania– in calo rispetto al 59% del 2011 – e in Bosnia-Erzegovina, popolazione di origine albanese (bosgnacchi). Anche in Macedonia del Nord la presenza islamica è rilevante, pari al 32,2% della popolazione.
Fulcro del radicamento islamico turco nei Balcani è l’Albania. Qui la Turchia, mediante l’Agenzia statale per la cooperazione TIKA, finanzia la costruzione e la ristrutturazione di moschee, come quella di Haxhi Et’hem Bey, uno dei più importanti edifici di culto ottomani nei Balcani. Diyanet, la Presidenza degli Affari religiosi, è l’altro braccio di Ankara per radicarsi nei Balcani sfruttando la leva religiosa. L’importanza della Presidenza degli affari religiosi è aumentata negli anni: a conferma della centralità che l’Islam ha assunto nella proiezione turca.
La fede islamica è stata usata anche in funzione politica, anti-Hizmet, movimento legato a Fethullah Gülen - principale e defunto oppositore di Erdogan. Sin dai primi anni ’90 Hizmet è stata nei Balcani veicolo non statale del soft power religioso turco. Ha fondato una rete di scuole e centri culturali, per promuovere nei Balcani un Islam moderato e apolitico, ma molto strutturato. Dopo l’attribuzione ai gülenisti del tentato colpo di stato in Turchia del 2016, Hizmet è stata classificata organizzazione terroristica: ogni suo spazio di influenza è diventato una minaccia. Dal 2016, dunque, per eradicare Hizmet dai Balcani, sono aumentati gli investimenti religiosi nella regione, promuovendo fortemente anche la narrazione della Turchia protettrice dell’Islam. La diffusione della formazione religiosa via Diyanet nei Balcani ha dunque marginalizzato Hizmet, sebbene essa rimanga ancora attiva.
La presenza turca si esprime anche con il sostegno allo sviluppo e l’influenza culturale. In questo è cruciale l’operato di TIKA, agenzia statale per la cooperazione, che permette alla Turchia di essere presente in tutti i settori della società. Iniziando dal restauro di edifici ottomani, passando per il supporto all’istruzione, attraverso la ristrutturazione e la costruzione di scuole, la formazione degli insegnanti, il finanziamento di borse di studio.
È attiva anche una cooperazione con le pubbliche amministrazioni, per formare funzionari e supportare la gestione amministrativa, finanziare la ristrutturazioniedi ospedali - come quello di Goražde, la clinica ematologica del policlinico di Sarajevo e il reparto di terapia intensiva dell’ospedale universitario di Pristina -, la formazione avanzata di medici e infermieri e la fornitura di medicinali e attrezzature sanitarie moderne. Nei Balcani TIKA sostiene anche l’agricoltura, finanziando cooperative agricole, programmi per modernizzare la produzione e fornendo aiuti alle numerose comunità rurali.
Sul fronte dell’influenza culturale opera lo Yunus Emre Institute. Ramificato in tutti i Balcani, dalla Serbia alla Macedonia del Nord, è un fondamentale veicolo di diplomazia culturale per diffondere lingua, storia e cultura turca, facilita scambi culturali e relazioni sociali tra Ankara e le comunità balcaniche e rafforza l’immagine internazionale della Turchia con eventi culturali e progetti educativi.
Un altro vettore culturale turco è l’intrattenimento e l’informazione, ampiamente diffusi non solo nei Balcani: secondo Turkish Exporters Assembly ogni anno le serie turche sono acquistate in 170 Paesi. Le produzioni nel 2023 hanno toccato i 600 milioni di dollari e nel 2024 hanno raggiunto il miliardo. Omer Bolat, ministro del commercio turco, ha dichiarato che in tutto il mondo 800 milioni di spettatori seguono contemporaneamente le serie televisive turche. Gli Stati balcanici sono tra i principali destinatari dei prodotti televisivi, filmografici e informativi turchi. L’agenzia di stampa Anadolu e l’emittente statale turco TRT hanno produzioni ad hoc per i Balcani, dalle serie TV, soap opera e film ai telegiornali, come nel caso del canale di news TRT Balkan e dei numerosi notiziari in molte lingue della regione. Le serie turche, il secondo prodotto più visto nei Balcani dopo i telegiornali, servono non solo ad intrattenere, ma anche a veicolare valori tradizionali turco-islamici – come per Gümüş – e a diffondere la grandezza ottomana, raffigurando in un prodotto pop il continuum tra Ankara e la Sublime Porta - è il caso di Muhteşem Yüzyıl.
Ulteriore pilastro della proiezione turca nei Balcani è la cooperazione militare: nel solo 2024 Ankara ha concluso accordi securitari con Albania, Macedonia del Nord e Kosovo, presentandosi come partner irrinunciabile. Le veloci tempistiche di approvazione del Parlamento turco evidenziano la rilevanza delle intese. Inoltre, dopo la ratifica e la pubblicazione degli accordi, le forze armate turche possono concludere direttamente intese con le controparti balcaniche, senza passaggi parlamentari. Atene ha protestato contro tali intese, che, per la Grecia, metterebbero in inequivoca evidenza il piano turco di accerchiare la Grecia dal mare (Dottrina della Patria Blu) e dalla terraferma.
La cooperazione securitaria con Tirana tocca tutti i settori della difesa, ma le novità più rilevanti sono: la formazione degli ufficiali albanesi presso scuole militari turche; le esercitazioni congiunte; la condivisione di informazioni di intelligence; l’acquisto maggiore di sistemi d’arma turchi. È rilevante la collaborazione cartografica e idrografica, che potrebbe essere funzionale a diffondere la visione turca dell’estensione delle aree di giurisdizione marittima[3]. La cooperazione con l’Albania prevede anche il rinnovamento degli accordi per l’uso di installazioni militari da parte di Ankara, come il porto di Pashaliman, base navale adriatica della Marina della Turchia, la quale considera la propria presenza lì non negoziabile e necessaria per la sicurezza nazionale turca.
Ankara ha siglato un’intesa securitaria anche con il Kosovo, parte fondante del mondo turco, come detto da Erdogan nel lontano 2013: «la Turchia è il Kosovo, e il Kosovo è la Turchia». L’intesa del 2024 ha suggellato una partnership risalente. Con l'Accordo di cooperazione del 2009 la Turchia iniziò ad addestrare la polizia kosovara. Poi, tra il 2014 e il 2015, la Direzione generale della sicurezza turca (Emniyet) intensificò i programmi di formazione delle unità d'élite kosovare. Fino al 2023, con il culmine raggiunto dalla fornitura di droni Bayraktar TB2 e Skydagger.
Il climax tra Turchia e Kosovo ha sollevato le proteste di Belgrado. Nell’ottobre 2025 il presidente serbo Vucic ha dichiarato che la Turchia, armando Pristina, viola la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e ha come unico obiettivo la destabilizzazione dei Balcani per ricreare l’impero ottomano. Vucic ha poi mitigato i toni, dichiarando che la Serbia è «troppo piccola per minacciare una grande potenza» come la Turchia, definendo poi Erdogan un amico e «grande leader». La Turchia è infatti anche un importante partner commerciale di Belgrado. Nel 2024 le esportazioni turche verso la Serbia hanno raggiunto i 2,69 miliardi di dollari, più che raddoppiate rispetto al 2020, e gli investimenti hanno toccato i 400 milioni di dollari.
La strategia turca nei Balcani si configura dunque multidirezionale e capillare, intreccia religione, sviluppo, cultura, sicurezza e, ambito che forse ci si aspetta meno, anche collegamenti aerei, essendo Turkish Airlines e Pegasus i due vettori turchi che collegano al resto del mondo tutti gli scali balcanici. È un disegno coerente di proiezione di potenza. Più che una semplice nostalgia neo-ottomana, quella di Erdoğan nei Balcani si configura come una strategia pragmatica che coniuga soft e hard power, sfruttando legami storici, religiosi ed etnici per ritagliarsi un ruolo di irrinunciabile potenza regionale equilibratrice.
[1] Per approfondire, Jean-Arnault Dérens, L. Geslin, The Balkan Muslims, Le Monde Diplomatique, Settembre 2016.
[2] Per approfondire, M. H. Yavuz, Turgut Özal’s Neo-Ottomanism, in Nostalgia for the Empire: The Politics of Neo-Ottomanism, Oxford Academic, 20 agosto 2020.
[3] Per approfondire, F. Caffio, Geopolitica e diritto nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale, in M. Marconi, P. Sellari (a cura di), Geopolitica e Spazi Marittimi, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2021, pp. 87 ss.