L’Algeria cerca il disgelo con gli Stati del Sahel
I caccia inviati a Niamey e la visita del premier algerino a Bamako suggeriscono un cambio di rotta per la Repubblica nordafricana. Obiettivi e ostacoli della strategia algerina alla frontiera sud
Consumato nella notte tra il 28 e 29 agosto, il tentato golpe in Niger scuote al cuore l’Alleanza degli Stati del Sahel. Alcune centinaia di soldati, affiancati da membri dei corpi speciali nigerini, hanno attaccato gli snodi chiave del potere governativo a Niamey – la base militare 101, la sede della radiotelevisione nazionale, il palazzo presidenziale – prima di essere sgominati dall’intervento della Guardia presidenziale e di circa duecento operativi degli Africa Corps russi. La mattina del 30 agosto, confermata la sopravvivenza della giunta di Niamey, una squadra aerea inviata da Algeri ha sorvolato la capitale, sancendo il proprio appoggio al traballante regime di Abdurrahmane Tchiani.
Due settimane dopo, il primo ministro algerino, Sifi Ghreib, si è recato in visita ufficiale a Bamako per incontrare il capo della giunta maliana, colonello Assimi Goita, e consegnargli un messaggio da parte del presidente Abdelmajid Tebboune. Sviluppi che rispecchiano un potenziale mutamento degli equilibri regionali, ventilando non solo l’appianarsi dei rapporti (storicamente conflittuali) tra le giunte saheliane e l’Algeria, ma anche l’allentarsi del non-interventismo della Repubblica democratica – cardine ufficiale, dagli anni Sessanta, della politica regionale di Algeri.
Un cambio di rotta dovuto, in primis, al deteriorarsi della sicurezza frontaliera. Abbandonata la CEDEAO per unirsi, con le giunte golpiste di Burkina Faso e Mali, alla neonata Alleanza degli Stati del Sahel (AES), il Niger aveva riaperto unilateralmente i propri confini e reso lettera morta gli accordi di circolazione siglati tra Algeri e il governo del presidente eletto Bazoum, rovesciato da Tchiani nel 2022. Scelta che ha esposto i 950 chilometri del confine Algeria-Niger non soltanto ai flussi migratori irregolari (fonte ufficiosa di introiti per la giunta di Niamey) ma anche al dilagare delle insurrezioni jihadiste nel Niger settentrionale. In parallelo, nel 2024, Assimi Goita aveva ripudiato gli accordi di Algeri (siglati nel 2015 tra Bamako e i leader dell’endemica ribellione tuareg nel Mali settentrionale) e accusato l’Algeria di sostenere ufficiosamente gli insorti per minare l’autorità della giunta maliana.
Il rischio che il dissesto saheliano si propagasse oltreconfine aveva già spinto Algeri, nei giorni della caduta di Bazoum, a offrirsi quale mediatrice tra la CEDEAO a guida nigeriana e la nuova giunta nazionalista del Niger – offerta che Tchiani aveva pubblicamente respinto. Ma già nel 2024, a due anni dal golpe, la visita ad Algeri del primo ministro nigerino Ali Lamine Zeine aveva prodotto un accordo tra le parastatali degli idrocarburi dei due Paesi. Nel marzo 2026 è stata la volta di oltre venti accordi su commercio e armonizzazione amministrativa e doganale: febbraio 2026, accompagnato da undici ministri, si è recato ad Algeri lo stesso Tchiani.
Sul versante maliano, Algeri e Bamako hanno riaperto in estate i rispettivi spazi aerei, chiusi nel 2025 dopo reciproche accuse di ingerenza. Segnali di un condiviso, seppure embrionale, interesse al disgelo: a dispetto della retorica nazionalista, Niger e Mali necessitano di partner regionali per la cooperazione economica e securitaria, mentre Algeri punta ad arginare lo sgretolamento dell’AES per salvaguardare le proprie frontiere meridionali.
Il rapprochement tra Algeri e l’Alleanza si innesta anche sulla (cronica) competizione regionale tra Algeria e Marocco, interessati a estendere la propria influenza sul vicinato saheliano. La distensione con Niamey ha infatti favorito la ripresa dei lavori sul gasdotto trans-sahariano che dai giacimenti nigeriani di Lagos dovrebbe attraversare il Niger per raggiungere Algeri, in diretta concorrenza al parallelo (ed egualmente mastodontico) progetto per un gasdotto costiero Nigeria-Marocco.
Un primo successo per l’Algeria, che nell’ultimo quinquennio aveva visto l’AES virare nettamente a favore del Marocco. A fine 2023, Niger, Burkina Faso e Mali avevano siglato accordi con Rabat per la costituzione di un tracciato commerciale tra Sahel e oceano Atlantico, volto a collegare i paesi dell’Alleanza con il porto marocchino di Dakhla: piano, quest’ultimo, che sottolinea anche l’acquiescenza di Niger e compagni alle ambizioni del Marocco sul Sahara occidentale, di cui Dakhla è il centro principale e che l’Algeria contende al regno sharifiano tramite le milizie del Fronte Polisario.
Gli accordi economici e commerciali tra il Marocco e l’AES rispecchiano l’erosione dell’influenza algerina nel Sahel e la crescente intolleranza delle tre giunte nei confronti dell’ingombrante vicino settentrionale. Ma l’avanzata delle insurrezioni jihadiste nella regione rischia di declassare le intese marocchine a semplici dichiarazioni d’intenti. Così anche l’’”Iniziativa Atlantica” – inaugurata dal monarca Mohamed VI e rilanciata con enfasi dagli organi d’informazione del regno – retrocede giocoforza dalle priorità dell’AES da quando i qaedisti di Jama’at al Nusra (JNIM) hanno esteso il proprio raggio d’azione ai corridoi maliani tra Sahel e Africa occidentale, paralizzando il commercio frontaliero.
La situazione si aggrava anche nel nord del Niger, nelle province di Dosso e Tillaberi e nei dipartimenti di Ouallam e Tera, dove si moltiplicano gli attacchi di JNIM e del ramo saheliano dello Stato islamico (ISSP). Nell’ultimo biennio il montare delle perdite ha minato il morale delle truppe nigerine e facilitato almeno cinque casi di ammutinamento e insubordinazione: non a caso i leader dell’insurrezione agostana provengono in larga parte dai corpi antiterrorismo schierati a settentrione.
Già il 9 agosto Algeri si era mossa per rinforzare Tchiani, consegnando al Niger due elicotteri d’assalto Mi-24 SuperHind e due trasporti Mi-171. In questo quadro, lo sfoggio di forza di Algeri invia un messaggio ben preciso: a dispetto dei recenti trascorsi, l’Algeria – che insieme all’Egitto conta sul più massiccio esercito del continente – suggerisce di poter candidarsi a garante securitario del Sahel, offrendo i propri caccia in luogo degli investimenti marocchini.
Prospettiva, quest’ultima, accreditata dai paralleli insuccessi dei mercenari russi nella regione. Pur legata al Cremlino da relazioni pluridecennali – Algeri riceve da Mosca il grosso dell’aeronautica e il 70% delle importazioni militari – la Repubblica democratica guarda con malcelata freddezza alle attività degli Africa Corps impiegati dall’AES, che considera un elemento destabilizzante nel vicinato meridionale. Inquietudini aggravate dall’intensificarsi del conflitto maliano, che nell’estate 2024 ha visto i paramilitari russi guidare una sfortunata offensiva – culminata nella disfatta di Tinzaouaten – contro le roccaforti dei ribelli tuareg nel Mali settentrionale, provocando vittime civili e costringendo numerosi abitanti dell’area a cercare rifugio oltre la frontiera algerina. Nell’aprile del 2026, l’Algeria stessa è intervenuta per assicurare un salvacondotto alla guarnigione russa di Kidal, capitale del Mali settentrionale, arresasi di fronte ai ribelli tuareg del FLA.
Ridotti di fatto a pretoriani di regime – come sottolinea la repressione del tentato golpe in Niger – i contractors della Federazione si dimostrano inadeguati a riempire il vuoto securitario lasciato dalla Francia, aprendo la strada all’intervento di attori alternativi: così anche il Benin a ovest e la Nigeria a sud incoraggiano la ripresa della cooperazione frontaliera con un’AES ricondotta al tavolo negoziale dall’avanzata jihadista. A settentrione il partner naturale resta appunto l’Algeria.
Resta da vedere se, messa da parte la dottrina neutralista e al netto dei ritorni d’immagine, Algeri sia davvero intenzionata ad assumere un ruolo più attivo nella palude saheliana. Remano contro l’eventualità un deficit di bilancio in preoccupante crescita, le divisioni in seno alle gerarchie militari e il peso economico della corsa alle armi con il Marocco, intrapresa in parallelo al deterioramento dei rapporti con il regno nordafricano e legata a doppio filo al dossier del Sahara occidentale. In questo quadro è effettivamente probabile che l’Algeria punti a riallacciare i rapporti con l’AES per irrobustire la sorveglianza alle frontiere meridionali; difficile, tuttavia, che scelga di riconsiderare interamente la propria postura per invischiarsi, in prima linea, nel lento crollo del Sahel.