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Il coinvolgimento antisraeliano degli Houthi e i rischi lungo il Mar Rosso

Le possibili ripercussioni dell’estensione dello scontro al teatro yemenita nell’analisi di Emanuele Rossi

Il portavoce degli Houthi, la milizia che controlla ampie zone dello Yemen dopo l’insurrezione del 2015, lo aveva annunciato martedì 14 novembre: d’ora in poi ogni nave israeliana che solcherà il Mar Rosso sarà considerata dal gruppo un obiettivo legittimo. Va da sé che, per quanto propagandistica, la dichiarazione – senza discriminazione tra imbarcazioni militari, civili e commerciali – pone un rischio aggiuntivo lungo le rotte strategiche del Mar Rosso e segna un altro elemento del possibile allargamento del conflitto che sta insanguinando il Medio Oriente dal 7 ottobre, quando Hamas ha sferrato l’orribile attacco dello “Shabbat di Sangue” e dato il via alla reazione di Israele.

Sei giorni dopo la dichiarazione del portavoce del gruppo ribelle yemenita è stato annunciato il sequestro di una nave cargo nel Mar Rosso meridionale, la Galaxy Leader – un cargo di parziale proprietà di un uomo d’affari israeliano, battente bandiera delle Bahamas. Non ci sono israeliani nell’equipaggio di 25 persone, ma ciò che conta è l’effetto. L’azione di abbordaggio è avvenuta mentre il cargo viaggiava dalla Turchia all’India e ha evidenziato l’enorme potenziale destabilizzante di certe operazioni. Gli Houthi, sulla scia della spettacolarizzazione dell’azione militare e della violenza che sta caratterizzando il conflitto in corso a Gaza, hanno trasmetto un video del sequestro. Un elicottero di origine sovietica arriva sul ponte, le “forze speciali” dell’organizzazione sbarcano in fast-roping, si posizionano in formazione tattica, entrano nella cabina, bloccano il personale di bordo e poi – assistiti da una serie di barchini molto simili a quelli che i Pasdaran mobilitano lungo lo stretto di Hormuz – portano la Galaxy Leader sotto il loro controllo in Yemen.

In almeno tre occasioni in questo mese e mezzo di guerra, il movimento zaydita yemenita ha lanciato raffiche di missili da crociera e droni armati verso Israele. A inizio novembre gli Houthi avrebbero anche abbattuto un drone MQ-9 Reaper americano che volava nei pressi dello Yemen. Il 27 novembre, con un’ulteriore escalation, hanno lanciato due missili balistici contro il cacciatorpediniere americano USS Mason, che navigava nel Golfo di Aden: il Mason, poche ore prima era intervenuto fermando cinque uomini armati che avevano tentato di dirottare la nave civile MV Central Park. In precedenza, droni avevano colpito un altro cargo. Usano armi di origine iraniana, con i Pasdaran che hanno inserito Ansar Allah (altro nome degli Houthi) nel network di milizie regionali amiche che compongono l’Asse della Resistenza – antisraeliano, antiamericano e antioccidentale. In quasi tutti i casi, le salve yemenite sono state intercettate prima di raggiungere l’obiettivo previsto; in due occasioni hanno sbagliato target, finendo una volta in Egitto (nella città balneare di Taba, dove hanno ferito sei persone) e una in Giordania anziché a Eilat, centro turistico israeliano sul Mar Rosso.

I missili da crociera erano probabilmente una variante del missile iraniano Quds-3, che ha una gittata di circa duemila chilometri. Già in una parata militare del 2022 a Sanaa li avevano esposti, dimostrando che il loro raggio d’azione copre gran parte del Medio Oriente. In questi giorni sono stati intercettati prima da un cacciatorpediniere americano, lo USS Carney, che doppiava il Mar Rosso, e poi dai sistema di difesa – anch’essi americani – dispiegati all’interno dei territori di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Sistemi rafforzati proprio in occasione dello scoppio della guerra tra Hamas e Israele. Il 31 ottobre, una raffica di missili balistici e da crociera degli Houthi è stata distrutta da Israele. Uno dei missili è stato spettacolarmente abbattuto in volo da un F-35I Adir: le immagini circolate in rete hanno fatto parte della campagna di infowar con cui Israele rivendica una superiorità tecnica e tecnologica sui rivali.

Ma al di là dell’aspetto più marcatamente militare, gli attacchi dallo Yemen e le dichiarazioni guerresche dimostrano che gli Houthi vogliono essere attivi, mentre Israele porta avanti le operazioni contro Hamas. I membri di Ansar Allah vogliono essere parte del conflitto e della narrazione che lo avvolge. Confermando la responsabilità degli Houthi per la raffica del 31 ottobre, il portavoce militare del gruppo ha dichiarato in televisione che ci saranno altri attacchi di questo tipo “per aiutare i palestinesi a vincere”. Poi ha incolpato Israele per l’instabilità del Medio Oriente, affermando che il “cerchio del conflitto” nella regione si sta allargando a causa dei “continui crimini” della “entità sionista”.

Gli attacchi degli Houthi sembrano essere coordinati con altri alleati di Teheran in Iraq, Siria e Libano per contrastare l’offensiva israeliana a Gaza. O meglio, per mettere in difficoltà Israele e gli alleati occidentali. Tuttavia, a differenza degli alleati iraniani in Iraq e Siria, gli attacchi degli Houthi sembrano suggerire un messaggio specifico che intacca anche gli equilibri creati con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – che dal 2015 cercano di contrastare l’avanzata degli Houthi attraverso una coalizione militare che ha avuto successo limitato e ha esposto il territorio dei due paesi del Golfo alle rappresaglie dei miliziani yemeniti. Prima di andare avanti, va comunque sottolineato che nonostante tutto ciò, le azioni degli Houthi non sembrano aver avuto ancora un impatto significativo sulla guerra tra Israele e Hamas o sulle politiche globali riguardo alla crisi.

Il gruppo che controlla metà dello Yemen sembra mirare più che altro a migliorare la propria immagine non solo internamente al paese. Gli Houthi vogliono compiacere altri interlocutori arabi e musulmani e lo fanno con interessi diretti. Questi attacchi cercano, infatti, di andare oltre la retorica antisraeliana più basica, per contrapporsi ai rivali interni e agli alleati della coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Tra gli obiettivi potrebbe esserci quello di mettere in imbarazzo il principale rivale regionale, Riyad, impegnato in discussioni con gli Stati Uniti sulla normalizzazione delle relazioni con Israele al momento degli attacchi di Hamas. L’idea potrebbe essere quella di trarre maggiore vantaggio nella propria fase negoziale con i sauditi, ad esempio, creando forme di pressione attraverso le collettività del regno che vedono nell’azione yemenita una conseguenza accettabile delle attività contro Israele.

È un gioco rischioso, perché l’impegno degli Houthi potrebbe piuttosto allarmare la leadership saudita, mettendo in dubbio la reale volontà degli yemeniti di negoziare una soluzione politica. Nonostante mirassero a Israele, i lanci missilistici hanno di fatto interrotto la de-escalation in Yemen – concordata dopo il cessate il fuoco dell’aprile 2022 – e aumentato il timore di un riaccendersi dei combattimenti. Inoltre, gli attacchi degli Houthi, riforniti da Teheran, sembrano andare contro l’accordo di riavvicinamento del marzo 2023 tra Arabia Saudita e Iran, che prevedeva tra le altre cose anche la riduzione delle armi fornite agli Houthi.

Un rischio significativo per la possibilità di Ansar Allah di ottenere un accordo accettabile potrebbe, inoltre, derivare da una eventuale posizione più severa degli Stati Uniti nei confronti dell’organizzazione. La tempistica dell’aumento delle aggressioni transfrontaliere degli Houthi potrebbe spingere l’amministrazione Biden a riconsiderare il supporto militare alle forze saudite ed emiratine in Yemen. Negli USA c’è già chi sostiene di adottare una posizione più dura, associando i lanci agli sforzi iraniani contro Israele e suggerendo il ripristino degli Houthi nell’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere.

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