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Usa e Israele in Nigeria. Il ruolo del sionismo cristiano

L’articolo di Ginevra Leganza

Il 31 dicembre 2025, in Florida, Benjamin Netanyahu prende la parola. “Ci uniamo a uno sforzo fondamentale – dice a Surfside – per creare un’organizzazione di nazioni che sostengono le comunità cristiane in tutto il mondo”. La comunità evangelica ascolta. Si entusiasma allorché il primo ministro israeliano esalta le radici giudaico-cristiane. Dopodiché, Netanyahu arriva al punto: “Siamo consapevoli – afferma – del fatto che i cristiani sono perseguitati in tutto il Medio Oriente, in Siria, in Libano, in Nigeria e oltre”; dove, tra tutti i paesi citati, il punto cade con maggiore precisione sulla Nigeria. Solo due giorni prima, a Mar-a-Lago, Netanyahu aveva infatti incontrato Donald Trump, all’indomani dei bombardamenti nel giorno di Natale. Il 25 dicembre, missili americani si erano abbattuti sul suolo nigeriano. Nel mirino: i terroristi di Lakurawa (gruppo sino a poco tempo fa misconosciuto, progressivamente integrato nello Stato islamico e, giocoforza, divenuto centrale per Washington e per Abuja). È in questo contesto, quindi, che Netanyahu incontra i capi della chiesa cristiana e delle università. È in quest’atmosfera che dà la mano all’ex vicepresidente Mike Pence, che il premier conosce da quasi cinquant’anni. E che, per Israele, sussume la storia del sionismo evangelico. Ossia della pietra angolare su cui poggia il discorso di Surfside e, più in generale, l’attenzione verso le comunità cristiane dell’Africa centrale.

Il ponte cristiano con Washington

In Florida, i capi della chiesa si congratulano con il primo ministro. Nel suo discorso, Netanyahu ripercorre il ponte religioso con Washington. “Siete rappresentanti dei sionisti cristiani”, dice alla sua platea. E ancora: “È difficile, per me, concepire l’emergere dello Stato ebraico senza il vostro sostegno negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Per quanto la spinta principale sia stata nell’America del XIX secolo”. Non soltanto un richiamo alla fratellanza delle fedi, quindi. Il discorso, in Florida, illumina altresì un nodo strategico della politica estera israeliana. Ben incastrato alle alleanze ideologiche e geopolitiche del XXI secolo. In tal senso, il riferimento costante ai sionisti evangelici non è ornamentale. Esso è il frutto di un’interpretazione filosofica e politica della diaspora ebraica. Un’interpretazione che fornisce fondamento culturale al sostegno di Israele in Nigeria (dove Trump, anch’egli in linea con un impulso messianico, intende proteggere i “fratelli cristiani”).

I sionisti cristiani, tra cui Mike Pence, diventano così il ponte. Il mastice religioso, in Africa, tra il presidente statunitense e l’omologo israeliano. Per meglio inquadrare questo rapporto, comunque, occorre accennare al concetto di diaspora che anima il sionismo evangelico. L’Encyclopaedia Britannica, nell’analisi della corrente teologico-politica, evidenzia come sia essenziale ampliarne il senso ben oltre la dispersione fisica (e geografica) successiva alla distruzione del Secondo Tempio. Il discorso di Netanyahu, per contro, poggia sul legame tra le comunità ebraiche disperse e la centralità di Israele: nazione-magnete rispetto alla quale il ritorno è letto in chiave escatologica. Ed ecco allora emergere la centralità della corrente confessionale, per la quale lo stato ebraico è esso stesso adempimento della profezia. Espressione del disegno divino che prepara la seconda venuta di Cristo. “Benedire chi benedice Israele” è la promessa di Dio ad Abramo che questi evangelici statunitensi assumono come norma politica e come ottemperanza alla promessa divina. L’impronta del discorso è dunque chiara. Costruire un’alleanza che non solo difenda la comunità ebraica globalmente. Ma che funga, oggi, da ponte tra Stati Uniti e Israele, anche e soprattutto nel continente africano.

L’Europa cristiana, oggi ecumenica

A questo punto – per inquadrare la strategia teologica – diventa rilevante osservare come la risposta europea diverga nell’affrontare la minaccia in Nigeria. Se Trump e Netanyahu focalizzano l’attenzione sulle comunità cristiane martoriate – comunità che li affratellano – l’approccio del Vecchio Continente appare invece più sfaccettato, meno univoco.

Nel dicembre scorso, una risoluzione del Parlamento europeo ha chiesto la protezione delle comunità vulnerabili in Nigeria, vittime di gravi violazioni dei diritti umani, tra le quali i cristiani certo figurano, ma non svettano né sono subordinati ad altri. Il messianismo e le “radici”, a Bruxelles, cedono il posto al “dialogo” ecumenico. In questi termini si esprime infatti l’ambasciatore dell’Unione europea in Nigeria, Gautier Mignot, parlando di “neutralità religiosa”, in implicita risposta a Trump.

La differenza di approccio, sulle sponde atlantiche, riflette così due visioni istituzionali distinte. Da un lato, vi è che privilegia legami forti con specifiche comunità di fede, e li traduce in diplomazia diretta; dall’altro, chi mira a bilanciare diritti umani e pluralismo religioso. Usa, Israele ed Europa a confronto. Sul suolo africano.

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