Il Corridoio di Lobito: la sfida geoeconomica dell’occidente nel cuore dell’Africa
Di seguito l’approfondimento di Corrado Cok, pubblicato nel nostro Report Annuale 2026.
Il Corridoio di Lobito è una cartina di tornasole della trasformazione in atto dell’ordine economico e geopolitico globale. In un contesto internazionale sempre più multipolare, si accende la competizione per il controllo delle filiere strategiche e l’accesso a risorse critiche, usate non solo come veicolo di crescita economica ma sempre più come leva geopolitica da grandi e medie potenze. È così che anche il Corridoio di Lobito non viene concepito soltanto come un’infrastruttura logistica, ma come un dispositivo utile a ridisegnare le catene di approvvigionamento e, con esse, i rapporti di forza tra potenze.
La crescente domanda globale di rame, cobalto, litio, terre rare e altri minerali strategici, trainata dall’elettrificazione dell’economia, dall’espansione delle tecnologie digitali e dalle necessità della difesa, ha riportato al centro dell’attenzione internazionale l’Africa australe, dove si concentrano il 30% delle riserve mondiali confermate di tali materiali. La cosiddetta “Copperbelt” congolese e zambiana costituisce uno dei principali bacini minerari al mondo e la sua connessione efficiente ai mercati internazionali è diventata oggetto di interesse strategico per Stati Uniti, Unione Europea, Cina e altre potenze emergenti. All’interno di questa dinamica, il Corridoio di Lobito si configura in due modi. Sul lato economico, esso rappresenta un tentativo occidentale di espandere l’accesso a risorse critiche e un’opportunità per i paesi africani coinvolti di generare crescita e occupazione. Su quello politico, il Corridoio rafforza la presenza geoeconomica occidentale in Africa australe, aumentando al contempo l’autonomia strategica dei paesi africani coinvolti grazie a una diversificazione dei loro partner. Il piano politico e quello economico risultano infatti profondamente intersecati.
Questa analisi si prefigge di spiegare la struttura e le prospettive del progetto di Lobito e come esso vada inquadrato da un’angolatura africana ed europea. Ciò che emerge è che il Corridoio non sembra destinato a modificare sensibilmente l’assetto delle filiere globali, soprattutto quelle minerarie. Tuttavia, esso funge da banco di prova per valutare la capacità occidentale di costruire partenariati economici efficaci e la capacità africana di trasformare la competizione tra potenze in leva di sviluppo. Per comprendere la vera portata del progetto è necessario quindi partire dalla dimensione tecnica e dal ruolo delle catene del valore minerarie, per poi estendere il quadro alle implicazioni geopolitiche ed economiche per Europa e Africa.
Architettura e stato del progetto
Il Corridoio si fonda sulla riabilitazione della Ferrovia di Benguela, costruita a inizio ‘900 per collegare l’entroterra minerario del Congo meridionale e dello Zambia all’Oceano Atlantico. Dopo anni di degrado dovuti alla guerra civile angolana e alla mancanza di manutenzione, la linea fu progressivamente ricostruita tra il 2004 e il 2013, inizialmente con il sostegno finanziario e tecnico cinese. Tuttavia, la piena valorizzazione commerciale dell’infrastruttura è iniziata solo con la concessione trentennale assegnata nel 2022 al consorzio Lobito Atlantic Railways (LAR), composto da tre operatori europei del settore logistico e minerario, che furono preferiti ai concorrenti cinesi. Al tracciato dell’ex-Ferrovia di Benguela, il progetto di Lobito aggiunge un secondo ramo, da costruire ex-novo, che collega direttamente la città di Luacano, nell’Angola orientale, a Chingola, nello Zambia centrale, bypassando la regione congolese del Katanga. Parallelamente, la gestione del porto di Lobito è stata affidata nel 2023 ad Africa Global Logistics, società controllata dal colosso italo-svizzero MSC, rafforzando così il coinvolgimento di capitali occidentali nell’opera. Tale dinamica riflette il ruolo guida che Stati Uniti e Unione Europea stavano assumendo in quegli stessi anni nello sviluppo del progetto tramite una serie di memorada con i tre paesi del Corridoio, oltre all’African Development Bank e all’Africa Finance Corporation. Complessivamente, i partner del progetto hanno mobilitato oltre 6 miliardi di dollari, sebbene tali fondi risultino versati solo in parte.
La ferrovia risulta ad oggi funzionante e dal 2024, la canadese Ivanhoe trasporta rame dalla sua principale miniera in Katanga verso il porto di Lobito. Ma nonostante i progressi, il grado di avanzamento resta disomogeneo. Se il tratto angolano è pienamente operativo, quello congolese necessita ancora di importanti lavori di ammodernamento. I treni impiegano infatti due giorni per attraversare i 1300km che separano Lobito dal confine tra Angola e Congo e altri due per i successivi 450km fino allo snodo minerario di Kolwezi nella RDC. Da Kolwezi fino a Kapiri Mposhi, termine ultimo del Corridoio nello Zambia centrale, il collegamento non è stato ancora riabilitato. Al contempo, la costruzione della tratta Angola-Zambia risulta in stallo nell’attesa di ulteriori finanziamenti. I suoi costi di realizzazione sono infatti lievitati significativamente, passando da una stima iniziale di 1,6 miliardi di dollari a previsioni recenti pari a quasi il triplo. Tali ritardi complicano le prospettive di un completamento della tratta parallela entro il 2029. A questo si aggiungono poi una serie di sfide politico-regolatorie che incidono sull’operatività del Corridoio. In primis, il Corridoio manca di una cabina di regia unica capace di coordinare gli sforzi dei partner, a cui si aggiungono oggi le tensioni tra i due principali finanziatori dell’iniziativa: Washington e Bruxelles. Inoltre, Angola, RDC e Zambia continuano ad avere sistemi regolatori e priorità economiche poco armonizzati, come dimostra lo stallo del partenariato tra Kinshasa e Lusaka per la creazione di uno stabilimento per batterie elettriche. Infine, il progetto sconta le resistenze interne da parte delle potenti lobby degli autotrasportatori in Congo e Zambia, che temono di perdere importanti quote del mercato del trasporto minerario e non solo a causa della ferrovia.
Nel frattempo, China Civil Engineering Construction Corporation sta avviando i lavori di riqualificazione della storica ferrovia TAZARA, grazie a un prestito di $1,4 miliardi elargito da Pechino. La linea TAZARA collega il porto tanzaniano di Dar Es-Salam proprio a Kapiri Mposhi e rappresenta la prosecuzione naturale del Corridoio di Lobito. Tuttavia, qualora TAZARA fosse riabilitata prima del completamento di Lobito, essa andrebbe a disincentivare lo sviluppo dell’ultimo tratto del Corridoio, per il quale non vi sono ancora finanziamenti certi, dal momento che le attività economiche del territorio andrebbero a gravitare sulla linea cinese. In conclusione, il progetto di Lobito è già ampiamente avviato e sostanzialmente operativo, tuttavia una serie di sfide finanziarie e regolatorie importanti ne mettono in dubbio la sostenibilità economica, rallentandone il completamento.
Le filiere strategiche di Lobito
Il cuore geoeconomico del Corridoio risiede nella sua connessione con le filiere minerarie della “Copperbelt”. La Repubblica Democratica del Congo detiene una quota superiore al 75% della produzione mondiale di cobalto e figura anche tra i grandi produttori di rame, insieme allo Zambia. Tali minerali sono fondamentali per le strumentazioni digitali, energetiche e aerospaziali moderne, motivo per cui è previsto che la loro domanda si moltiplichi da qui al solo 2030, assieme a quella di altri materiali critici. L’accesso stabile a queste risorse è diventato quindi un obiettivo strategico per le grandi e medie potenze del pianeta, con i paesi occidentali intenti a ridurre il dominio cinese nel settore minerario globale. Tale strategia tocca inevitabilmente anche l’Africa australe. In quest’ottica, l’apertura di una rotta atlantica efficiente consentirebbe di diversificare le vie di esportazione tradizionalmente orientate verso l’Oceano Indiano e di ridurre la vulnerabilità logistica delle catene di approvvigionamento occidentali, favorendo al contempo nuovi investimenti minerari nella Copperbelt. Non a caso, le canadesi First Quantum e Barrick Gold, che gestiscono circa due-terzi della produzione di rame dello Zambia, hanno annunciato nuovi investimenti per espandere i loro siti principali, situati lungo il tracciato del ramo Angola-Zambia di Lobito. Anche in Angola stanno sorgendo i primi progetti minerari legati a Lobito, tra cui spicca un vasto giacimento di terre rare.
Ma nonostante le premesse, il Corridoio di Lobito non sembra destinato a modificare sostanzialmente le geometrie del settore minerario. La fase più sensibile della filiera non è tanto quella dell’estrazione, generalmente più distribuita, quanto quella della raffinazione e della lavorazione intermedia, ambiti dove le compagnie cinesi detengono una posizione dominante, superando il 40% nella filiera del rame per poi sfiorare l’80% in quella del cobalto e raggiungere il 95% in quella delle terre rare. Tale massa critica permette alle compagnie cinesi di raggiungere economie di scala che consentono loro di essere estremamente competitive sul mercato, a discapito dei loro concorrenti esteri. A questo si aggiunge la forte presenza di componentistica cinese nella logistica e nei macchinari legati al settore minerario. Perciò, anche qualora Lobito aumentasse significativamente il volume di minerali esportabili verso Europa e Nord America, essi rimarrebbero legati ad imprese cinesi in altre parti della catena del valore. Per far fronte a tutto ciò, durante il summit ministeriale sui minerali critici tenuto di inizio febbraio, gli Stati Uniti hanno radunato 54 paesi, tra cui Angola, RDC e Zambia, più l’Unione Europea, per siglare accordi industriali e lanciare un’area commerciale dedicata ai minerali. Tramite regole e prezzi definiti, tale area punta a creare le condizioni di mercato per mitigare la concorrenza cinese e quindi spazi per nuove filiere a guida occidentale. Sebbene il piano americano abbia il potenziale per modificare le geometrie delle filiere minerali globali, l’adesione ad esso da parte di altri paesi rimane un’incognita. Per l’Unione Europea, la cui produzione mineraria risulta infatti minima - terre rare (0%), nichel (4%), litio (2%), rame (7%) e cobalto (4%) – la strada più indicata rimane quella di una collaborazione più estesa possibile con partner africani, occidentali e mediorientali, ma anche con la Cina stessa.
Limitare il Corridoio alla dimensione mineraria significherebbe trascurare altri settori ad alto potenziale: agricoltura ed energia. Le regioni attraversate dalla linea ferroviaria comprendono aree agricole fertili, adatte a colture remunerative come avocado e caffè, che soffrono di isolamento logistico e scarsa integrazione nei mercati regionali e globali. La riduzione dei costi di trasporto e l’accesso a infrastrutture di stoccaggio e trasformazione possono quindi favorire lo sviluppo di filiere agro-industriali in grado di generare reddito e occupazione di fondamentale importanza, essendo il settore agricolo la prima fonte di sostentamento nei paesi del Corridoio. Inoltre, collegando meglio le zone agricole angolane con gli impianti di trasformazione in Zambia, si andrebbe anche a rafforzare il commercio intra-africano, in linea con gli obiettivi dell’accordo di libero scambio continentale (AfCFTA). Nel complesso, ciò creerebbe opportunità di crescita per le imprese agro-alimentari europee e incrementerebbe i livelli di reddito in loco, migliorando al contempo la sicurezza alimentare di entrambe le regioni.
La condizione imprescindibile per tale trasformazione è la disponibilità di energia affidabile. L’Africa australe registra deficit strutturali nella generazione e distribuzione elettrica, con frequenti interruzioni che ostacolano l’attività industriale. La forte dipendenza dall’energia idroelettrica ha messo in crisi la regione durante la pesante siccità che ha prosciugato i bacini delle dighe tra 2023 e 2024 e rilancia la necessità di integrare altre fonti a basso impatto climatico, come solare, eolico e nucleare. L’integrazione del Corridoio con investimenti in energie rinnovabili e reti di trasmissione potrebbe creare cluster produttivi lungo il tracciato, favorendo la nascita di poli industriali integrati. Tra questi spicca la piattaforma logistica di Caála, dove un consorzio olandese e il governo angolano stanno sviluppando l’infrastruttura logistico-energetica per sostenere la produzione e l’export verso l’Europa di avocado tramite il Corridoio. Il rafforzamento del settore energetico risulta quindi essenziale ad attirare investimenti e produrre effetti strutturali di sviluppo, evitando il rischio che Lobito si riduca ad un mero canale di esportazione di materie prime. Quest’ultimo fattore è di fondamentale importanza non solo per l’aspetto economico, ma anche per quello politico, soprattutto in una fase di rilancio delle relazioni tra Europa e Africa.
L’Africa australe nel mondo multipolare
L’Africa australe presenta un insieme di fattori che ne accrescono la rilevanza strategica. L’abbondanza di minerali critici, la presenza di mercati urbani in crescita e una relativa stabilità istituzionale rispetto ad altre aree del continente costituiscono elementi di attrazione per investimenti a lungo termine⁹. L’importanza della regione fu colta dalla Cina oltre vent’anni fa, quando Pechino instaurò un rapporto privilegiato con i paesi dell’Africa australe tramite prestiti e investimenti che ne promossero lo sviluppo infrastrutturale, energetico e minerario, oltre ad una stretta cooperazione politica bilaterale e multilaterale. Sebbene il modello cinese sia stato un volano di crescita per la regione, esso ha anche prodotto forti squilibri sul piano del debito, soprattutto in Angola e in Zambia, e una dipendenza strutturale da Pechino da cui oggi svariati governi africani cercano di affrancarsi. Per favorire tale ribilanciamento, cresce l’importanza dei paesi occidentali agli occhi dei governi dell’Africa australe. Sebbene l’occidente abbia generalmente prestato scarsa attenzione alla regione dopo la Guerra Fredda, oggi l’Unione Europea - e con essa anche l’Italia - è considerata un partner affidabile dagli attori regionali, diversi dei quali hanno siglato accordi con essa negli ultimi anni riguardanti i minerali critici e non solo. Sempre in quest’ottica di diversificazione dei partenariati, accelera la presenza di nuove potenze emergenti nella regione, quali Brasile, India, Turchia e monarchie del Golfo, anch’esse interessate tanto agli aspetti di sicurezza economica quanto a quelli di proiezione di potenza legati all’Africa australe.
Accanto alle opportunità persistono anche fragilità significative. Il conflitto nel Congo orientale e la presenza jihadista nel Mozambico del nord continuano a rappresentare un fattore di instabilità che incide sulla sicurezza delle infrastrutture e sulla fiducia degli investitori¹⁰. I cambiamenti climatici, con eventi estremi sempre più frequenti, dai cicloni alle siccità, mettono sotto pressione i sistemi agricoli e le reti energetiche. Le limitate competenze tecniche della forza lavoro complicano la realizzazione di progetti avanzati e ostacolano lo sviluppo manifatturiero. La povertà rimane diffusa e nessuno dei paesi della regione figura tra le prime cento posizioni dell’Indice di Sviluppo Umano. Infine, le recenti proteste in Angola, Madagascar, Mozambico e Tanzania dimostrano come fasi di deterioramento delle condizioni di vita, soprattutto tra la popolazione giovane, si traducano in un fattore di instabilità politica. Tutto ciò spinge i governi locali ad esigere accordi più vantaggiosi, che non siano solo estrattivi bensì in grado di garantire crescita ed occupazione in loco, e più che in passato, essi possono far leva sulla corsa ai minerali critici e il crescente numero di partner interessati alla regione. Pertanto, la sostenibilità del Corridoio dipende non solo da capitali e infrastrutture, ma anche dalla capacità dei governi sponsor di offrire partneriati bilanciati ai paesi africani.
Angola, Repubblica Democratica del Congo e Zambia sono protagonisti di tali dinamiche. Con l’elezione di João Lourenço nel 2017, Luanda ha avviato una strategia di progressiva diversificazione economica e diplomatica, volta a ridurre la dipendenza dal petrolio e dal sostegno finanziario cinese, tramite l’apertura a partner occidentali, sudamericani e mediorientali. Pur continuando a valorizzare le proprie risorse fossili, come il GNL - anche grazie al contributo pluridecennale di ENI - l’Angola ha posto al centro della propria agenda lo sviluppo dell’agricoltura, della manifattura leggera, della logistica e del settore minerario, facendo leva sulla posizione geografica tra Africa centrale e Oceano Atlantico e sullo sviluppo infrastrutturale in corso. Il Corridoio di Lobito si inserisce direttamente in questa visione: esso rafforza il ruolo dell’Angola come hub logistico regionale e porta d’accesso ai mercati globali per RDC e Zambia.
La RDC è forse il partner più complesso nel progetto di Lobito per via delle crisi securitarie interne e dei deficit infrastrutturali. Nel Congo orientale, la prosecuzione del conflitto con il gruppo M23/AFC, sostenuto dal Rwanda, complica le prospettive di investimento nelle risorse minerarie e alimenta l’instabilità politica interna. Nonostante questi vincoli, il Presidente Félix Tshisekedi punta a rafforzare il contributo del settore minerario all’economia, spingendo per impianti di raffinazione e lavorazione in loco e inserendo quote all’export del cobalto per aumentarne il prezzo globale. Al contempo, Kinshasa cerca di ridurre la sua dipendenza strutturale dalla Cina, che oggi controlla una larga fetta della produzione mineraria congolese. In questa prospettiva, il Corridoio di Lobito assume una funzione strategica: attrarre nuovi investimenti minerari, ridurre la dipendenza dai canali a controllo cinese e rafforzare il legame politico ed economico con l’Occidente, in primis gli Stati Uniti. Il riavvicinamento tra Kinshasa e Washington, culminato nel 2025 in un partenariato strategico sui minerali e confermato dai recenti accordi siglati al summit di Washington, si inserisce in questo tentativo di ricalibrazione geopolitica.
Lo Zambia combina anch’esso priorità economiche ad una ricalibrazione dei propri partneriati. A seguito del default del 2020 e la successiva rinegoziazione del debito nell’ambito del G20, il Presidente Hakainde Hichilema ha impostato una strategia di risanamento finanziario e rilancio degli investimenti, cruciale per la tenuta del paese, oltre che per la sua rielezione nel 2026. Data la centralità strutturale dal settore estrattivo, soprattutto del rame, l’obiettivo dichiarato è quello di triplicarne la produzione entro il 2031 e di accrescere la quota di valore aggiunto generata nel paese e nella regione. Per un paese senza sbocchi sul mare, la connettività infrastrutturale diventa fondamentale per gli investimenti. Lobito è infatti uno dei sei corridoi strategici volti a rendere lo Zambia il baricentro geoeconomico dell’Africa australe. Esso risulta anche funzionale a rilanciare i legami con l’Occidente, riducendo l’eccessiva esposizione alla Cina maturata negli ultimi vent’anni, pur senza rinunciare alla cooperazione con essa, in linea con la tradizionale “neutralità attiva” di Lusaka. L’importanza rivolta sia a TAZARA sia a Lobito riflette proprio questa logica di bilanciamento tra est e ovest.
In sintesi, Angola, RDC e Zambia guardano al Corridoio di Lobito come a una leva per ampliare i propri partenariati internazionali con investimenti in settori prioritari. Questa è la sfida fondamentale per l’Italia e l’Europa.
Conclusione: l’Italia e l’Europa
Per l’Italia e l’Unione Europea Lobito gioca un ruolo centrale nel rilancio delle loro relazioni con i paesi dell’Africa australe. Il Summit italo-europeo su Piano Mattei e Global Gateway di giugno 2025 ha affinato la convergenza tra Roma, Bruxelles e gli attori africani attorno al Corridoio di Lobito. L’opera s’inserisce infatti nel quadro del Piano Mattei per l’Africa come veicolo per investimenti in aree prioritarie, come agricoltura, energia e formazione. Lo stanziamento di 250 milioni di euro tramite Cassa Depositi e Prestiti e SACE per la linea Angola–Zambia certifica la volontà italiana di assumere un ruolo visibile nel progetto. Anche l’Unione Europea è in prima fila nello sviluppo del Corridoio. Tramite l’approccio Team Europe, le istituzioni comunitarie e nove stati membri - tra cui l’Italia - stanno mobilitando oltre €2 miliardi nella cornice del Global Gateway, investendo su aspetti necessari per la riuscita del progetto, come infrastrutture energetiche e digitali, progetti agricoli e formazione tecnica.
Roma e Bruxelles godono oggi di forti relazioni con i partner della regione, come confermato durante il summit tra Unione Africana e Unione Europea, tenutosi proprio a Luanda nel novembre scorso. L’imprevedibilità della politica estera americana – unita in taluni casi ad atteggiamenti ostili, come sperimentato dal Sud Africa – rende l’Europa l’interlocutore occidentale più affidabile e promettente per i paesi dell’area. Se le basi diplomatiche sono solide, il futuro dei rapporti dipenderà anche dalla capacità di Lobito e progetti simili di attrarre investimenti privati nella regione, dai minerali all’agricoltura. Tali investimenti dovranno sia offrire opportunità di crescita per le imprese europee, sviluppando nuove catene del valore, sia assicurare la crescita della manifattura e dell’impiego a livello locale. Questo renderà Lobito un asset nelle relazioni tra Europa e Africa nel sistema multipolare in evoluzione.
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