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Il peso della diaspora armena nel cammino verso l’Europa

L'articolo di Ginevra Leganza

Diaspora è dispersione e, insieme, disseminazione. Un’ambivalenza semantica tuttavia insufficiente per identificare la questione armena. Per gran parte della sua storia contemporanea, infatti, l’Armenia ha vissuto una condizione illogica. Quella di essere una nazione più grande dello stato che rappresentava e tuttora rappresenta. La Repubblica d’Armenia, attualmente, conta meno di tre milioni di abitanti. L’Armenia oltre i suoi confini, di contro, continua a vivere in una vasta costellazione diasporica: dal Libano alla Francia, dagli Stati Uniti alla Russia.

Ma se per decenni quest’asimmetria è stata un elemento storico, oggi, nel processo di lenta e persistente europeizzazione, ci si domanda invece quanto sia determinante. In altre parole: ci si chiede quando la diaspora influenzi il percorso cui Yerevan sembra aver dato inizio.

L’avvicinamento del paese all’Europa è diventato, negli ultimi anni – e ancor più negli ultimi mesi – uno dei pilastri della politica estera armena. La quale, come pure abbiamo già raccontato, non coincide con una rottura netta con Mosca. L’Armenia resta legata alla Russia da rapporti economici, energetici, commerciali, oltre che dalla permanenza nell’Unione economica eurasiatica. Contemporaneamente, però, la crisi del sistema di sicurezza russo – emersa con la guerra del Nagorno-Karabakh e aggravata dalla riconquista azera del 2023 – ha spinto Yerevan a cercare nuove garanzie e interlocutori. Per quanto in Europa – l’altro polo verso cui oscilla il governo di Nikol Pashinyan – il peso specifico degli armeni non sia semplice da misurare.

Diaspora positionality

La domanda, dunque, ruota attorno al soft power armeno. Possono gli armeni europei considerarsi, da questo punto di vista, omogenei? Un articolo di International Studies Review del 2017, a firma della politologa Maria Koinova, ha messo a fuoco il tema a partire da un primo assunto.

Basandosi su 120 interviste – condotte in sei anni tra Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia e Germania – Koinova arrivava alla conclusione che la diaspora armena non possa essere misurata soltanto attraverso la sua consistenza numerica. Di contro, per la studiosa, il tema era la “diaspora positionality”. Tradotto: il peso politico di una comunità che non dipende certo da quanti membri conti, bensì dalla posizione che questi stessi occupano all’interno dell’ambiente sociale, politico, istituzionale.

Koinova, in particolare, guardava alla mobilitazione degli armeni per il riconoscimento del genocidio. Là dove la diaspora non era confinata al rapporto fra paese d’origine e paese d’insediamento ma è piuttosto inserita in uno spazio transnazionale di organizzazioni, reti, comunità in altri paesi. Per così dire, in “hub” della mobilitazione.

In tal senso, si comprende allora come una comunità numericamente più esigua possa risultare politicamente più efficace di una più numerosa. In Russia, per esempio, dove la presenza armena è stimata in oltre due milioni di persone, la prossimità geografica all’Armenia non si è tradotta in un peso internazionale paragonabile a quello esercitato, per esempio, dalle comunità francesi o statunitensi. In Francia, una comunità meno consistente si è radicata nel tempo attraverso la cultura, l’associazionismo, i rapporti istituzionali, la vitalità elettorale.

Altrettanto significativo, ancora, è il caso tedesco. Se la diaspora armena, in Germania, si è trovata inserita in un vivo ambiente associativo, Koinova ha posto a suo tempo il contrappeso turco. Gli attivisti tedeschi intervistati nel 2017, in particolare, segnalavano la presenza di organizzazioni turche quali ostacolo agli incontri pubblici sul genocidio. Caso che emerse con particolare evidenza nel 2016, quando il Bundestag approvò, con una sola voce contraria e un’astensione, la risoluzione che qualificava come “genocidio” persecuzioni e assassini degli armeni dell’Impero ottomano nel 1915-1916. La decisione, all’epoca, provocò forti reazioni. E non soltanto da parte del governo turco, ma anche all’interno della Türkische Gemeinde in Deutschland, per esempio. La comunità dei turchi in Germania che espresse contrarietà alla risoluzione. La mobilitazione, al tempo, fu assai ampia. Accanto alla TGD, si rilevò più tardi il coinvolgimento di reti turco-islamiche e politico-diasporiche come DİTİB, UID, IGMG e ATIB. Mostrando quanto la questione armena fosse inserita in un più ampio ventaglio politico transnazionale che collegava – e collega – Germania e Turchia. Tuttavia, a far da controcanto ai turchi-tedeschi, si mossero all’epoca anche diverse organizzazioni curde. La Yek-Kom e.v. di Düsseldorf, la Komkar di Colonia, e poi le giovanili, furono particolarmente agguerrite e sollecite nella difesa del popolo armeno.

Capitali calde e capitali fredde

Beninteso, non era quella una contrapposizione uniforme fra diaspora armena e turca. Piuttosto, un concorrere, da parte di due corpi, in uno stesso spazio sociale. Ma ecco come, a fronte di questo quadro, i più recenti slanci europeisti non possano essere letti, in Europa, in maniera uniforme.

Il posizionamento di Yerevan – l’abbiamo raccontato – è cambiato sensibilmente negli ultimi anni. Nel settembre 2024 con Bruxelles si era già aperto il dialogo sulla liberalizzazione dei visti. Già nel luglio dello stesso anno, l’Ue aveva poi adottato la prima misura di assistenza all’Armenia attraverso la European Peace Facility. Non si trattava ancora di un processo di adesione, è chiaro, ma di un cambiamento di orientamento. Ormai istituzionalizzato.

La risposta europea, tuttavia, varia sensibilmente a seconda del paese. La Francia ha assunto oggi una posizione particolarmente esplicita. Nel febbraio 2024 Emmanuel Macron dichiarava infatti il “sostegno pieno” allo sviluppo delle relazioni fra Unione europea e Armenia. La Germania, pur mantenendo un approccio più legato alla cornice istituzionale, sosteneva e sostiene ufficialmente l’avvicinamento dell’Armenia all’UE – e difatti partecipa con proprio personale alla missione civile europea EUMA. Nel 2024 Berlino è inoltre risultata il principale partner commerciale all’interno dell'Unione, con 554 milioni di euro di scambi bilaterali (e chissà se, oggi, non giochi un ruolo favorevole anche la lenta distensione dei rapporti tra Yerevan e Ankara).

Ancora diverso, poi, è il caso dei Paesi dell'Europa centro-orientale e baltica. Nei quali la questione armena tende a essere inserita più direttamente dentro il problema della sicurezza del vicinato europeo e della riduzione della dipendenza dalla Russia. La Lituania, per esempio, nel 2024 dichiarava esplicitamente il proprio supporto alla diversificazione della politica estera e di sicurezza armena, alla riduzione della dipendenza da Mosca, all’approfondimento dei rapporti con l'Ue. Nel 2025 il ministro degli Esteri lituano Kęstutis Budrys definiva l’integrazione europea dell’Armenia una possibile “success story” della politica di vicinato. Così come la Polonia che vedeva il proprio ruolo come quello di un sostenitore del “pro-Western course”.

Eppure, non tutte le capitali europee guardano a questo corso con la stessa urgenza. Paesi i cui governi hanno mantenuto, negli ultimi anni, rapporti più dolci con Mosca – Ungheria e Slovacchia – guardano all’avvicinamento con meno sollecitudine. Ora. È chiaro che sarebbe un salto logico indebito dedurne una posizione contraria alle aspirazioni europee di Yerevan. Più semplicemente, la maggiore freddezza di Budapest e Bratislava rende meno immediata la sovrapposizione fra europeizzazione armena e interesse strategico nazionale. Una differenza di accenti che contribuisce a spiegare perché la stessa agenda di Pashinyan trovi, nelle diverse capitali europee, sfumature differenti di attenzione e disponibilità politica. In questo senso, quindi, l’europeismo armeno del nostro decennio sembra confermare, più che smentire, la tesi di Koinova. Il soft power armeno in Europa è tutt’altro che un monolite. Semmai, una rete di armonie profonde.

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