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Il modello Fanfoni al Cairo

Il suo lavoro in Egitto negli Anni Settanta non è stato soltanto un’opera di restauro monumentale, ma un modello di cooperazione internazionale durato oltre quarant’anni, fondato sul trasferimento di competenze

Nel dibattito odierno sul Piano Mattei per stabilire con i Paesi africani un “rapporto non predatorio”, come lo definì il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel gennaio del 2024 presentandolo al vertice Italia-Africa, si propone una nuova forma di partenariato fatto di formazione, sviluppo condiviso e anche di lotta alle cause profonde dell’emigrazione. Di questa visione esiste un’esperienza italiana che ha anticipato di decenni questi principi e che merita di essere raccontata. È quella del professore Giuseppe Fanfoni che, dal 1975, ha trasformato il restauro del complesso dei dervisci Mevlevi del Cairo in un laboratorio permanente di cooperazione tra Italia ed Egitto.

Il complesso Mevlevi, che ospita la Sama’khana, si trova a breve distanza dalla Cittadella del Cairo, in via as-Siyu’yya, che si estende lungo l’antico asse nord-sud della città medievale. Il gruppo di edifici che compongono questo importante complesso datano dal primo periodo mamelucco alla tarda età ottomana. Oltre alla Sama’Khana, dove i dervisci eseguivano la danza rotatoria, nel complesso ci sono il Convento Mevlevi (Tekeyya / Takiyya), ossia il monastero vero e proprio, destinato a ospitare la confraternita e i pellegrini sufi; la Madrasa di Sunqur al-Sa’di, fondata nel 1321 dal principe mamelucco Shams al-Din Sunqur al-Sa’di; il mausoleo di Hasan Sadaqa, con una maestosa cupola in pietra ben visibile dall’esterno, che ospita la tomba di Hasan Sadaqa (un importante sceicco sufi dell’epoca) e dello stesso fondatore Sunqur al-Sa’di, insieme ad altre sepolture legate alla storia del complesso; il minareto Mamelucco che termina con un berretto frigio al posto della classica mezzaluna. E ancora. I resti del palazzo dell’Emiro Qusun e del successivo palazzo Yashbak nel tempo donati ai dervisci per espandere le attività del convento.

Quando Fanfoni arrivò al Cairo come docente di metodologie del restauro presso l’Università di Giza, trovò la Sama’khana dei dervisci e l’intero complesso monumentale in condizioni gravissime, con vaste aree trasformate in discarica. Si sarebbe potuto limitare a restaurare un edificio. Scelse invece una strada diversa: fare di quel restauro uno strumento di formazione e di sviluppo locale.

Nacque così il cantiere-scuola, una struttura nella quale studenti universitari, tecnici, restauratori, artigiani e operai egiziani hanno imparato tecniche a loro ancora sconosciute lavorando direttamente sul monumento. Il sapere italiano non veniva esportato come un modello da imporre, ma condiviso quotidianamente con professionisti egiziani, valorizzando le tecniche costruttive tradizionali e i materiali locali. È un principio che oggi definiremmo “capacity building”, ma che Fanfoni applicava già negli anni Settanta.

Nel corso di oltre quattro decenni il progetto ha formato tre generazioni di restauratori egiziani. Da quell’esperienza sono nati corsi universitari di restauro in numerosi atenei egiziani, tra cui Giza, Helwan, Alessandria, Fayyum, Tanta, Kafr el-Sheikh, Qena e Sohag. Il patrimonio di competenze è rimasto in Egitto, creando occupazione qualificata e professionalità locali.

Il dato forse più significativo, e di straordinaria attualità geopolitica, è che nessuno degli allievi formati nel cantiere-scuola ha scelto la strada dell’emigrazione, ma ha continuato a lavorare nel proprio Paese, contribuendo alla tutela del patrimonio culturale nazionale. È l’esempio concreto di come la formazione possa diventare uno strumento di stabilizzazione sociale ed economica. Questa esperienza rappresenta uno dei migliori esempi italiani di cooperazione allo sviluppo fondata sul capitale umano.

Il recupero del complesso Mevlevi ha inoltre restituito al Cairo uno dei più importanti monumenti del sufismo islamico, trasformandolo in un centro di ricerca, formazione e dialogo culturale. Non soltanto conservazione, dunque, ma diplomazia culturale nel senso più autentico del termine: costruire fiducia tra Paesi attraverso la conoscenza, il lavoro comune e il rispetto delle identità locali.

Per la geopolitica contemporanea il “modello Fanfoni” offre almeno tre insegnamenti. Primo: investire sulle competenze produce sicurezza più di qualsiasi intervento emergenziale. Secondo: la tutela del patrimonio culturale può diventare uno strumento di politica estera e di cooperazione strategica. Terzo: il partenariato funziona quando crea istituzioni permanenti e non semplici progetti temporanei.

In un Mediterraneo attraversato da crisi migratorie, tensioni regionali e competizione internazionale, l’esperienza del Centro Italo-Egiziano per il Restauro e l’Archeologia (Ciera) dimostra che la diplomazia culturale può produrre effetti duraturi: formazione, occupazione, identità condivisa e relazioni stabili tra Stati. È per questo che il cantiere-scuola di Giuseppe Fanfoni può essere considerato, a pieno titolo, un Piano Mattei ante litteram, nato quasi cinquant’anni prima che questa espressione entrasse nel lessico della politica italiana.

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