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Il raid statunitense in Venezuela

Dal ripristino della Dottrina Monroe agli effetti sui rapporti di forza globali con la Russia di Putin e la Cina di Xi. Il punto di Giorgio Cella

L’operazione militare di successo decisa da Donald Trump (Operation Absolute Resolve) conclusasi con la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro, ha portato, o ha quantomeno dato il via, a un cambiamento della struttura di potere del sistema internazionale, dei rapporti di forza su scala globale, di una nuova deterrenza e di una nuova tappa circa la conduzione della politica estera da parte delle grandi potenze. Una singola operazione militare, chirurgica, multidimensionale, militarmente innovativa – un insieme di droni, elicotteri d’attacco, forze speciali e di intelligence, velivoli per la guerra elettronica che hanno disabilitato radar e comunicazioni del campo avversario: un dispositivo militare complessivo che ha altresì ridimensionato le aspettative circa la reale efficacia dei sistemi di difesa russi e cinesi impiegati dalle forze di sicurezza venezuelane[1]. Un’operazione che in meno di un’ora ha lasciato un segno indelebile nelle dinamiche dell’anno appena iniziato, segnando allo stesso tempo un nuovo corso e una accelerazione della proiezione politico-militare statunitense, conferendo un indiretto controllo del Paese sudamericano (e della vendita del suo greggio) a Washington. Quali gli interessi diretti oltre quelli di ristabilire genericamente un ruolo di supremazia statunitense sull’emisfero americano? Interessi economici: derivanti dallo sfruttamento delle immense riserve di petrolio venezuelane; interessi di politica internazionale e di alleanze: eliminare o ridurre gradualmente la presenza e l’influenza nell’area di potenze rivali ivi radicati come Cina, Russia e Iran. Un nuovo corso dei rapporti internazionali, dicevamo, verosimilmente caratterizzato dal ritorno a una nuova forma di politica di potenza - non riferendosi esclusivamente agli Stati Uniti di Trump naturalmente, ma alla tendenza generale riscontrabile anche dal modus operandi, in primo luogo, della Russia di Putin e in modo per ora meno palese della Cina di Xi Jinping, tramite un uso più disinvolto dello strumento militare e dal riemergere del concetto delle sfere di influenza. Tutte modalità d’azione, e di pensiero, tipiche della politica europea ottocentesca, mutatis mutandis, evidentemente, con tutti i distinguo e le diversità contestuali d’obbligo tra le due differenti ere. Un attacco, occorso aggirando il passaggio al Congresso, che ha unilateralmente portato alla sostituzione di un leader straniero e che ha scatenato polemiche e dibattiti circa l’infrazione dei principi cardine di un diritto internazionale sempre più indebolito dalle convulsioni geopolitiche che hanno caratterizzato questi due primi decenni del Ventunesimo secolo.

Il ripristino e consolidamento della Dottrina Monroe con la Trump Corollary

Un’operazione, quella americana, che trascende il Venezuela, diretta ben oltre i meri perimetri nazionali dello Stato sudamericano; i riverberi di tale azione si diramano in primis in tutto l’emisfero americano - con minacce di similari azioni in Colombia e Cuba - ripristinando e riaffermando il concetto plasmato e teorizzato dal presidente statunitense James Monroe, codificato nella storica Dottrina Monroe del 1823 - di mentalità evidentemente coloniale e figlia di quell’epoca - che rivendicava l'influenza di Washington nell’emisfero occidentale delle Americhe, con l’America Latina vista come cortile di casa degli Stati Uniti. Una dottrina, quella del presidente James Monroe, che fu poi ciclicamente ripresa e rivitalizzata con diverse aggiunte e adattamenti, la più celebre sotto la presidenza Roosevelt (Theodore) agli inizi del Novecento, nota anche come corollario Roosevelt, che riprendeva la dottrina sopracitata, evidenziandone la sua importanza e continuità nel tempo, giustificando così l'intervento degli Stati Uniti come forza di polizia internazionale nelle Americhe per correggere comportamenti cronici sbagliati (che si trattasse di instabilità di diversa natura, politica, ideologica o finanziaria) che potessero coinvolgere l’interventismo di potenze europee, riaffermando il ruolo degli di Washington come custode unico e supremo dell'ordine dell’emisfero delle Americhe. Al Corollario Roosevelt, si aggiunge oggi il Corollario Trump (così definito anche nella nuova National Security Strategy, letteralmente definita Trump Corollary), con l’intento di difendere il proprio emisfero occidentale non dall’Europa, come ai tempi di Monroe o Roosevelt - una Europa oggi priva di unità di intenti geostrategici e capacità di espansione politico-militare - ma da Russia e soprattutto Cina, la vera potenza globale che affianca e tallona la superpotenza statunitense nei vari quadri geopolitici globali.

I potenziali effetti sui rivali strategici: Russia e Cina

  • Con l’attacco in Venezuela, gli Stati Uniti hanno riconfermato di avere ancora una forza preponderante politico-militare di grande impatto trasformativo della realtà internazionale, indipendentemente da come finirà questa incerta transizione venezuelana successiva alla cattura dell’ex presidente Maduro. Una capacità di incidere, in grado di cambiare le cose sul piano globale, e di dare ancora le carte nella grande partita per la ridefinizione degli assetti di potere globale del Ventunesimo secolo. Sia Mosca che Pechino hanno perso, nel corso di una notte, una pedina di rilievo sia sul piano degli allineamenti internazionali, sia sul piano dei vantaggi economici petroliferi, stessa cosa vale per potenze minori come Iran e Cuba.
  • Russia: l’operazione militare degli Stati Uniti, inoltre, non rende certo un quadro positivo in un’ottica comparativa, essendo Mosca ancora costretta a operare in una guerra di attrito nelle lande sud-orientali ucraine dopo quasi quattro anni di conflitto. Per quanto concerne la Russia, rimane però l’incertezza, e un alone di difficile interpretazione, circa le reali intenzioni dell’amministrazione Trump, ossia in riferimento alla poco celata volontà di cooptazione della Federazione Russa in una nuova architettura di sicurezza in una qualche forma di collaborazione con Washington, anche nell’ottica di una auspicata scucitura dei (per ora) saldi rapporti con Pechino. Una Russia che, oltre alla Siria, vede ora svanire un altro tassello delle sue alleanze, questa volta nell’emisfero occidentale, così come rischia di perdere nel futuro prossimo anche l’Iran degli Ayatollah, oggi in bilico a causa delle imponenti manifestazioni di protesta in corso
  • Cina: lo stesso giorno del raid statunitense, Pechino aveva inviato il suo più alto rappresentante per l’America Latina, Qiu Xiaoqi, che aveva ricevuto parole di encomio dal presidente Maduro verso Xi Jinping e per lo stato dei rapporti bilaterali Cina-Venezuela; poche ore dopo lo stesso Maduro veniva catturato da un commando della Delta Force ed estradato negli Stati Uniti. La presenza cinese nell’emisfero latino-americano, privata dell’accesso al greggio venezuelano (di cui è stato negli ultimi anni il maggiore importatore) e di uno Stato alleato, subirà sicuramente qualche tipo di revisione e-o ricalibratura: qualsiasi strategia non risulterà certo di facile esecuzione data la nuova assertiva postura di Washington e la sua posizione di forza. Alla luce dello scacco subito, la diplomazia cinese si è per ora limitata ad esternare il suo malcontento denunziando l’infrazione del diritto internazionale da parte di Washington, definendo l’attacco e la cattura di Maduro “un atto egemonico” e di “bullismo unilaterale”. Il conseguente dibattito interno alla Cina invece, quantomeno sul piano dell’opinione pubblica e dei social, si è incentrato sulle possibili analogie di quanto occorso a Caracas riguardo Taiwan, ponendo un interrogativo carico di conseguenze ed enigmi per la stabilità internazionale: se lo hanno fatto gli Stati Uniti, perché non potrebbe farlo anche Pechino?


[1] P. Sullivan, J. Amble, Eight Military Takeaways from the Maduro Raid, Modern War Institute, https://mwi.westpoint.edu/eigh...

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