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Il secolo della Turchia. Tra riarmo e volontà di potenza

L'articolo di Ginevra Leganza

“È il secolo della Turchia”. Quando il 10 aprile 2023 Recep Tayyip Erdoğan partecipò alla cerimonia di entrata in servizio della nave Anadolu, al cantiere Sedef di Istanbul, il presidente turco la definì subito un simbolo della posizione di Ankara nel XXI secolo: “il secolo della Turchia”. Formula, si capisce, non casuale. E non soltanto perché Anadolu rappresentava – e rappresenta – l’ingresso in servizio della più grande unità navale mai costruita dalla marina turca, ma anche perché era la materializzazione di un’ambizione precisa: trasformare il paese in una potenza militarmente autonoma, tecnologicamente indipendente, capace di proiettare la forza ben oltre i propri confini. In quella stessa occasione, come riportò il sito Investimenti e Finanze del governo turco, il presidente sciorinò poi alcuni dati: il più eloquente sul numero delle aziende del settore difesa, aumentate, dal 2002 al 2023, da 56 a 2.700. E si potrebbe allora partire da qui: da Anadolu, e da altre immagini militari, che mettono bene a fuoco, oggi, la “volontà di potenza” di Ankara.

La nave Anadolu, i droni Bayraktar, lo Steel Dome

Lunga oltre 230 metri e derivata dal progetto spagnolo Juan Carlos I, Anadolu nasce come Landing Helicopter Dock. Ossia come piattaforma anfibia capace di trasportare truppe, mezzi corazzati, elicotteri, velivoli. In origine, Ankara prevedeva di utilizzarla con i caccia americani F-35B a decollo verticale. Sinché, dopo l’acquisto turco dei sistemi missilistici russi S-400, gli Stati Uniti espulsero la Turchia dal programma F-35. Episodio cruciale, nella storia recente dei rapporti con Washington, che spinse il governo a riorientare il progetto. A tal proposito, il portale AeroTime racconta come Anadolu venne via via riconfigurata per operare con droni sviluppati internamente, come il Bayraktar TB3 e il Kızılelma. E di come fu esattamente in questo passaggio che la nave assunse il suo connotato simbolico. Cosicché la Turchia riuscì a trasformare una limitazione imposta dall’Occidente in un racconto di autarchia tecnologica. Erdoğan, durante la cerimonia inaugurale, insistette infatti sull’idea che il paese sarebbe diventato “pioniere di tecnologie rivoluzionarie”. Tantoché la nave divenne il manifesto della nuova industria militare nazionale svincolata il più possibile dai fornitori occidentali.

Ed ecco allora come ruoti attorno alla nave – il cui nome, null’altro che Anatolia, è il “luogo dove sorge il sole” – l’enorme investimento nel settore difesa. Aziende come Baykar, Aselsan, Roketsan e Turkish Aerospace Industries sono state trasformate in pilastri strategici della politica nazionale turca, dove il caso più noto è proprio quello dei droni Bayraktar TB2. Vale a dire dei velivoli utilizzati in Siria, Libia, Nagorno-Karabakh, Ucraina. In particolare, nel conflitto del 2020 tra Azerbaigian e Armenia dove essi ebbero grande impatto sulla reputazione militare turca, contribuendo in modo decisivo alla superiorità azera. E all’idea, largamente promulgata dal governo, che il comparto stesse favorendo la rinascita nazionale.

Ma c’è un terzo termine – forse ancor più notevole – che traduce gli auspici di Erdoğan in realtà. Un altro progetto, annunciato ufficialmente nel 2024, che prende il nome di Steel Dome (Çelik Kubbe), – dove l’eco, va da sé, è nell’Iron Dome israeliano e dunque nei rapporti complessi di Ankara e Tel Aviv. Secondo il Segretariato delle Industrie della Difesa, Steel Dome mira a costruire, oggi, un sistema integrato e multilivello di difesa aerea. Capace di proteggere l’intero spazio aereo nazionale da minacce a bassa, media e alta quota. Un sistema che dovrebbe integrare radar, missili, sensori, guerra elettronica in una rete unica supportata da sistemi di intelligenza artificiale. Aziende come Aselsan, Roketsan, Mke e Tübitak-Sage costituiscono il nucleo industriale del programma. Eppure il richiamo all’Iron Dome israeliano, si diceva, è evidente. Ed è il calco di un’impalcatura. Non di un singolo sistema antimissile, bensì udi n’architettura nazionale di difesa. Reuters ha riportato come Erdoğan abbia descritto lo Steel Dome “essenziale” per la sicurezza turca e parte del cammino verso la “totale indipendenza” nel settore.

Il neo-ottomanesimo di Akp

A questo punto è evidente quanto Anadolu, droni e Steel Dome rappresentino molto più di semplici programmi militari. Emblemi della nuova identità strategica, essi vanno inseriti in un più ampio quadro. A cominciare della cornice politica del partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) di Erdoğan. E, giocoforza, dal cosiddetto neo-ottomanesimo di cui figura correlata è Ahmet Davutoğlu, ex ministro degli Esteri nonché autore della dottrina della “profondità strategica”.

Secondo Davutoğlu, la Turchia non dovrebbe percepirsi come periferia dell’Europa, bensì come epicentro di uno spazio storico che si estende dai Balcani al Caucaso, sino Medio Oriente e al Mediterraneo. In questa prospettiva, geografia e storia attribuirebbero ad Ankara una responsabilità particolare o, per così dire, una vocazione che la politica estera degli ultimi vent’anni ha progressivamente cercato di tradurre in pratica.

Ed è allora in questa logica che si inserisce, oggi, il riarmo. Nell’idea, cioè, di non essere più soltanto fianco sud-orientale della Nato, ma potenza regionale autonoma, capace di intervenire militarmente nelle aree considerate strategiche. Tradotto? In Siria, Ankara ha costruito una zona d’influenza nel nord del paese, giustificando le operazioni militari come necessarie a impedire la formazione di entità curde autonome ai propri confini. In Libia, il sostegno al governo di Tripoli ha consentito alla Turchia di consolidare la propria presenza nel Mediterraneo orientale attraverso accordi marittimi. Nel Caucaso, il sostegno all’Azerbaigian durante la guerra del Nagorno-Karabakh ha rafforzato l’idea di una solidarietà turcofona guidata da Ankara. E se un approfondimento richiederebbe proprio la proiezione turcofona a est, anche il Corno d’Africa rientra in questa strategia. In Somalia, la Turchia ha costruito la base militare Turksom: una delle più grandi installazioni all’estero, da cui addestra le forze locali e consolida la propria presenza lungo le rotte tra Mar Rosso e Oceano Indiano. Ma la presenza di Ankara si accompagna altresì a investimenti infrastrutturali. O meglio, civili. Scuole, moschee, programmi culturali, secondo un intreccio di hard e soft power.

Parallelamente, Erdoğan ha sviluppato una sua politica della memoria. La riconversione di Santa Sofia in moschea, nel 2020, è probabilmente il simbolo più forte di questa trasformazione. Per quanto, frequentando le fiere del comparto difesa – com’è capitato a noi – ci si possa facilmente imbattere in più modesti rendering promozionali, ritraenti soldati della Marina Ottomana. Quanto a Santa Sofia, il gesto aveva certo un significato politico di ridimensionamento del kemalismo, ma anche di superamento del nazionalismo in un’ottica diversa. Meno laica ma più ampia. Ciò detto, comunque, diverse analisi suggeriscono come il neo-ottomanesimo non debba essere interpretato come un progetto di ricostruzione imperiale in senso stretto. Com’è noto, Ankara continua infatti a muoversi tra Nato, Russia, Cina e mondo musulmano. Senza schierarsi completamente con nessun blocco. Collabora con Mosca in alcuni teatri e la contrasta in altri; mantiene relazioni economiche con l’Europa, mentre sul piano interno utilizza una retorica spesso antioccidentale. Il riarmo turco appare così il tentativo di costruire una maggiore autonomia. Anadolu, droni e Steel Dome condensano perfettamente l’ambizione. Ossia l’idea di una Turchia vieppiù indipendente che cerca nel passato la legittimazione culturale della propria ascesa.

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