Approfondimenti

L’America divisa dall’intelligenza artificiale

L'articolo di Stefano Marroni

Tra chi segue più da vicino il Vaticano, sono stati in molti a sostenere che aver lo stesso nome del papa che firmò “Rerum Novarum” è stata una importante suggestione nello spingere Leone XIV a dedicare la sua prima enciclica all’impatto dell’intelligenza artificiale, a 135 anni esatti dopo il documento con cui la Chiesa cattolica prese per la prima volta posizione sugli effetti sconvolgenti nella vita degli uomini dell’imporsi del capitalismo maturo. Ma più ancora, probabilmente, “Magnifica Humanitas” segnala una volta di più quanto siano profonde le radici americane del successore di papa Bergoglio. Perché in nessun parte del mondo come negli Usa infuria ormai da quasi sei anni un dibattito serrato sulla filosofia, sulle applicazioni e sulle prospettive dell’AI. E in nessuna parte del mondo questo dibattito – con le promesse che porta con sé, ma anche con le innumerevoli implicazioni nella vita quotidiana degli americani - influenza già ora le scelte della politica e gli orientamenti degli elettori, promettendo di essere (subito dopo l’economia e la guerra) uno dei fattori chiave nel decidere l’esito della battaglia di novembre alle elezioni di Midterm e - in prospettiva, scommette The Atlantic - anche delle presidenziali del 2028.

Significativamente, per la prima volta i media americani hanno dedicato una enorme attenzione al testo di papa Prevost. Costringendosi a spiegare al pubblico ignaro delle cose della Chiesa cattolica persino cosa sia e che significhi la parola “enciclica”. E amplificando il suo appello a “salvaguardare la persona umana nel tempo dell’AI”, a riconoscere che “la tecnologia non è mai neutrale”, a scegliere “tra costruire Babele o ricostruire Gerusalemme”. I fautori della più ampia deregulation dell’intelligenza artificiale, il gruppo di tecnocrati che di fatto definisce più a fondo su questo fronte le politiche di Trump, non ha potuto far finta di niente: “Non è né più né meno che un puro attacco politico alla Casa Bianca”, ha scandito il più ascoltato consigliere del presidente, David Sacks. “Per fortuna – si è augurato per tutti Dean Bell – di quel pensa il papa l’America si scorderà in ventiquattr’ore…”.

In realtà, invece, la presa di posizione del Papa è stato napalm su uno scontro che attraversa a fondo la società Usa, divide al loro interno partiti e schieramenti e anche la stessa industria. Perché a nessuno è sfuggito, negli Usa, che ad ascoltare in Vaticano la presentazione di “Magnifica Humanitas” ci fosse anche Chris Olah, confondatore con Dario Amadei di Anthropic, il gigante dell’high tech considerato più attento ai rischi di una AI senza regole. E protagonista di un prolungato e impegnativo braccio di ferro con il Pentagono: che solo a fine febbraio lo ha messo nella lista nera dei fornitori della Difesa per il no all’impego del suo “Claude” in attività di sorveglianza interna e in armi a controllo autonomo, poi ha preso a corteggiarlo e infine, qualche giorno fa, ha imposto ad Anthropic il divieto non solo di vendere, ma anche di far usare a non americani il suo ultimo modello di AI, “Mythos 5”, che promette di far saltare tutti i paradigmi nella difesa dai cyber attacchi.

Del resto, l’impatto più immediato dello sviluppo dell’AI, quello sulla crescita dell’economia e dell’occupazione, in America è ormai visibile a occhio nudo. Gli investimenti dei cinque colossi che dominano il mercato – Anthropic, Google, OpenAI, xAI di Elon Musk e Meta - nel 2025 hanno alimentato più del cinquanta per cento della crescita del Pil, e nel loro insieme – 700 miliardi di dollari - valgono come il Pil della Svezia. Gli alti e bassi continui di Wall Street testimoniano bene un nervosismo diffuso tra gli investitori, che hanno celebrato le belle notizie ma scontato al Nasdaq “la sindrome del cigno nero”, il tracollo cioè delle società piccole e medie che producono il software gestionale per le aziende che presto l’AI potrà soppiantare: con SaleForce e Oracle che hanno perso il 30 per cento del fatturato, e WorkDay il 45 pe cento. In questo scenario, Meta in aprile ha annunciato il licenziamento del 10 per cento dei dipendenti, ma già in febbraio Block – la conglomerata che controlla tools come Square, CashAI e Tidal – si era liberata del 40 per cento della sua forza lavoro, e Microsoft del 7 per cento. Senza contare le nubi minacciose che si addensano anche sul settore bancario, con il Ceo di JP Morgan Chase Jamie Dimon ad annunciare “una massiccia ridistribuzione degli impiegati che verranno sostituiti dall’AI”.

È “l’Apocalisse dell’occupazione” in America su cui ha già titolato con inconsueta nettezza The Economist, in linea con le analisi che nel 2020 spinsero il premio Nobel per l’economia Dalon Acemoglu a paragonare l’impatto dell’AI negli Usa a quello drammatico della rivoluzione industriale sulla classe operaia inglese nel XIX secolo. Non per caso Peter Thiele, il guru di PayPal e Palantir amico personale di JD Vance, definisce “luddisti” i sostenitori della regolazione dell’AI. Ma i sondaggi dicono che oggi sette americani su dieci pensano che per effetto dell’intelligenza artificiale sarà più difficile trovare lavoro e tre su dieci hanno paura di perdere il proprio lavoro, mentre gran parte dei nuovi laureati in Scienze della Programmazione faticano a trovare sbocchi occupazionali.

Anche nella destra di estrazione più puramente MAGA, nel mondo spesso cospirazionista che ha dato corpo alla rivolta contro i vaccini e poi contro le energie alternative, il mondo che ha i suoi portavoce più noti in Steve Bannon e Tucker Carlson, l’avversione per le “élite tecnocratiche” alimenta la diffidenza per l’AI. E discende pure da qui, anche in vista del voto di Midterm, l’inedita cautela e anche i repentini cambi di rotta di Donald Trump nel maneggiare una questione che divide in tre fazioni persino la sua squadra più stretta. Con Pete Hegseth e soprattutto il suo vice Emil Michael a raccomandare con decisione l’uso del freno, la capo dello staff Suzie Wiles e il ministro dell’Economia Scott Bessent favorevoli a una qualche forma di autoregolamentazione delle imprese, e il superfalco Sacks a tirare dall’altra parte.

Il 20 maggior scorso, rivedendo la correzione di rotta con cui aveva rovesciato le misure prudenti di Joe Biden in materia di intelligenza artificiale e criptovalute, Trump era a un passo dal firmare un ordine esecutivo che imponeva a Big Tech di sottoporre “volontariamente” i nuovi modelli di AI a una valutazione del governo della durata massima di tre mesi, prima di poterli mettere in commercio. Il giorno dopo Sacks – radici sudafricane come Musk e Thiele, grande estimatore della Russia, e soprattutto grande investitore in tutta la galassia high tech - si è precipitato alla Casa Bianca: “Penso che tu stia facendo un grave errore, Donald”, ha esordito. Convincendo alla fine Trump a mettere nel cassetto il suo piano di regolazione.

Poi, ai primi di giugno, il clamore suscitato dall’uscita di “Mythos 5” ha cambiato le cose, ridando fiato al lavoro di Wiles per riportare il tema nell’agenda del presidente. Il suo nuovo, potentissimo modello di AI è stato descritto da Anthropic come in grado di penetrare in profondità nei sistemi come nessuno prima, innescando “una resa dei conti” per l’efficienza degli attuali strumenti di sicurezza informatica: una novità così dirompente da far temere a funzionari governativi, banche e altri soggetti che in mano a persone (o governi) sbagliati i futuri modelli di intelligenza artificiale possano individuare vulnerabilità sfruttabili dagli avversari degli Stati Uniti.

Così, dopo una nuova riunione con Bessent, Hegseth e Sacks, Trump ha dato il via libera ad una versione corretta del provvedimento, che riduce da novanta giorni a un mese la finestra di tempo a disposizione dell’esecutivo per le sue valutazioni, e chiede al Tesoro di formare una commissione per la cybersecurity con il compito di individuare in tempo le vulnerabilità dei sistemi individuate dall’AI: “I progressi nello sviluppo dell’AI rendono la nostra nazione più forte – ha scritto Trump – ma generano anche nuove preoccupazioni in ordine alla sicurezza nazionale che richiedono l’azione coordinata dei dipartimenti e delle agenzie governative”.

Presi alla sprovvista, i big del settore hanno comunque fatto buon viso alla svolta della Casa Bianca. Microsoft, OpenAI, Google e la stessa Anthropic hanno definito l’ordine esecutivo “un passo avanti significativo”, in grado di tenere in equilibrio sicurezza e innovazione: e anche a stemperare la crescente inquietudine di larghi settori dell’opinione pubblica, messi in allarme dal moltiplicarsi degli avvertimenti sui rischi legati all’AI. Anche perché a lanciarli sono anzitutto manager e progettisti della Silicon Valley che hanno rotto con gli antichi compagni di ventura denunciandone la mancanza di scrupoli: gli uomini e le donne che sul New York Times Ross Duthat ha definito “gli araldi dell’Apocalisse” intervistando il più radicale tra loro, l’ex OpenAi Daniel Kokotajlo.

Il successo un suo saggio recente - “AI 2027” – ha acceso i riflettori sulla previsione di un pericoloso e rapidissimo cambio di fase per i modelli di intelligenza artificiale, che se non verranno riorientati ora – sostiene - al massimo nel 2030 saranno perfettamente in grado di decidere da soli cosa fare perché “nessun umano sarà in grado di fare programmi con la stessa velocità ed efficienza”, e saranno potenzialmente in grado di opporsi ai tentativi di governarli: “L’ultima generazione di intelligenza artificiale è formata da programmatori, ingegneri e presto scienziati così capaci – spiega - che molti temono potrebbe essere l’ultima davvero creata dall’uomo: Jack Clark, un cofondatore di Anthropic, pensa che ci sia il 60 per cento di probabilità che per la fine del 2028 un sistema di AI sarà in grado di creare il proprio successore senza alcun coinvolgimento umano. E potrà nascondere ciò che fa – avverte Kokotajlo - senza possibilità di essere scoperto, come oggi invece capita spesso quando i programmi mentono, più o meno deliberatamente. A un certo punto, potrebbero anche ritenere che gli uomini siano superflui se non dannosi, e decidere di eliminarli”.

È uno scenario da incubo che ricorda da vicino quello che nel 1968, nel suo “Odissea nello Spazio”, Stanley Kubrick disegnò attorno al ruolo di Hal 9000, il supercomputer ribelle che tenta di uccidere gli astronauti della Discovery One. Ma nelle analisi di alta strategia già pesa l’ipotesi che in futuro un nemico senza scrupoli – tanto per non far nomi, la Cina - possa pianificare una guerra di sterminio condotta da droni e robot in grado di autogestirsi. E nasce da qui il timore che la voglia dei “lunatici di estrema sinistra” di regolare dal basso, in Occidente, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale nelle politiche della difesa possa favorire i piani delle autocrazie, che anche grazie all’assenza di controllo democratico potranno fare l’esatto contrario.

Più che dalle profezie cupe di gente come Kokotajlo, però, la diffidenza verso l’AI dell’uomo della strada negli Usa è alimentata da entità molto più a portata di mano: dal proliferare in tutto il paese, ad esempio, di centri di calcolo sempre più grandi e potenti, per la cui costruzione dal 2020 a oggi Big Tech ha speso l’equivalente di quel che in tutta la loro storia gli Stati Uniti hanno investito nella costruzione della propria rete stradale. Dopo aver goduto dell’iniziale favore di molte comunità per progetti che promettevano importanti ricaschi in termini di occupazione e benessere (e che le amministrazioni hanno spesso sussidiato con agevolazioni fiscali a pioggia), oggi Jeff Bezos, Bill Gates e compagni si trovano di fronte spesso una opposizione agguerrita, che spinge le autorità locali a negare o almeno a procrastinare i permessi. In qualche caso – ha raccontato a Politico la reporter ambientalista Jael Holzmann Heatmap – “la gente si è trovata di fronte ad autorizzazioni rilasciate a piccole start up che solo a lavori iniziati si sono rivelate in realtà semplici coperture dei soliti noti”.

La nascita dei data center ha impattato con le preoccupazioni più diffuse nell’elettorato: l’aumento dei prezzi delle aree fabbricabili anche in contesti largamente extraurbani, l’aumento del prezzo dell’elettricità, l’inquinamento dell’aria, il consumo enorme di acqua anche in aree svantaggiate dal punto di vista idrogeologico. E poi il rumore, sordo e insopportabile, dei motori diesel e delle gigantesche turbine a gas che ventiquattro ore su ventiquattro forniscono in house ai computer la potenza elettrica che li fa lavorare, e riempiono l’aria di gas inquinanti.

In Ohio Amazon è alle prese con una articolata battaglia legale ingaggiata dai residenti di Hilliard, un sobborgo della periferia nordovest di Columbus. In uno stato che ospita già 194 data center, la compagnia di Bezos vuole fornire un surplus di energia fatta in casa a uno dei suoi due centri di calcolo, un mastodonte di quasi settanta ettari che giorno e notte fa vibrare i vetri delle finestre. E l’idea è di affiancare a 158 generatori diesel tradizionali un generatore a cellule elettrochimiche in grado di fornire altri 73 megawatt di potenza a un impianto che sarebbe riduttivo definire energivoro.

Per Elon Musk, invece, il fronte più caldo si è aperto a Memphis, la capitale dell’ultraconservatore Tennessee, dove il Colosseum iX è stato avviato – denunciano i cittadini – senza le necessarie autorizzazioni per le turbine a gas. Lavorano invece ancora una volta in larga parte per Amazon i data center di Sterling, in Virginia, letteralmente immersa nel ronzio delle turbine: molti residenti per dormire sono stati costretti a installare i doppi vetri, altri hanno raccontato a Politico di non poter più portare il cane fuori “perché non sopporta il continuo rumore”.

Su questo sfondo, si sta saldando un inedito fronte di nemici dei data center. Il blogger e podcaster di destra Matt Walsh è partito all’assalto del progetto di soddisfare con imponenti campi eolici e solari la sete di energia di un colosso progettato nel cuore nella Navajo County, in Arizona. E Bernie Sanders e Alexandra Ocasio-Cortez, due volti tra i più popolari della sinistra-sinistra americana, sono scesi in campo per chiedere una moratoria generalizzata nella costruzione di nuovi centri di calcolo in tutto il paese.

I sondaggi sembrano allineati a queste posizioni, con sette americani su dieci che si dicono contrari alla costruzione di data center nella loro comunità, e uno su quattro che ammette di averne paura. E anche questo sembra poter avere un peso in vista delle elezioni di Midterm. Big Tech lo sa benissimo, e sta già correndo ai ripari. Ha chiesto aiuto, ottenendo un vertice allo studio Ovale in cui davanti ai leader di Amazon, Google, OpenAI and altri giganti del web Trump ha detto alle data company di “costruire, innestare o comprare una nuova generazione di impianti in grado di soddisfare le nuove domande di energia pagandone integralmente i costi”: a impegnarsi, cioè, a tranquillizzare almeno sul lato del costo dell’elettricità elettori già infuriati per la spirale inflazionistica innescata dai dazi prima, e dalla guerra poi. Ma soprattutto – avvertono i lobbisti dell’industria – metterà ancora ancora una volta generosamente mano al portafoglio. C’è un fiume di denaro pronto a scorrere, perché a novembre il voto non faccia brutti scherzi ai repubblicani e - soprattutto – all’inquilino della Casa Bianca.

Approfondimenti

“La trappola di Tucidide”, il soft power cinese, la presunta ineluttabilità dello scontro Cina-Usa.

L’attenzione e l’apprensione mondiale si sposta in Asia. L’articolo di Ettore Maria Colombo

Leggi l'approfondimento
Approfondimenti

Le metamorfosi del terrore in Nigeria

L'articolo di Ginevra Leganza

Leggi l'approfondimento
Notizie

Online il terzo numero di Med-Or Radar

È online il terzo numero della nuova rubrica di Med-Or "Radar - Nuove rotte della Geopolitica"

Leggi la notizia