Il setaccio nazionalista del Burkina Faso
Dal rifiuto degli “aiuti degradanti” alla pena capitale per terrorismo. L'articolo di Ginevra Leganza
L’anima guida è Thomas Sankara: “O la patria o la morte”. L’immagine è quella del setaccio: invasori occidentali contro nazione. La cornice, invece, è nella transizione politica avviata dopo il colpo di stato del 2022. Sicché con una nota ufficiale del 28 novembre scorso il primo ministro ad interim burkinabé, Jean Emmanuel Ouédraogo, ha intimato a tutte le istituzioni pubbliche di respingere qualsiasi forma di sostegno finanziario o materiale ritenuto “degradante”. E dunque di setacciare, irrigidendo la postura sovranista del paese, ogni attività di cooperazione incompatibile coi valori nazionali o con la linea ideologica della Rivoluzione progressista popolare (RPP). Un vaglio sistemico dei finanziamenti – nazionali o esteri – per subordinare l’aiuto alle priorità strategiche del regime di Ibrahim Traoré.
Sempre sulla scia del “setaccio”, poi – accanto al rifiuto degli aiuti, in primis europei – s’inscrive oggi il rafforzamento del partenariato coi vicini Niger e Mali. Se si tengono le porte chiuse all’Occidente, in Africa occidentale si cercano infatti alternative. Negli ultimi giorni, per esempio, una nuova carta d’identità biometrica è stata introdotta in AES (Alliance des États du Sahel). Un documento – ufficiale dal 3 dicembre 2025 e concepito nel 2024 – che è ora valido all’interno della confederazione dei tre stati.
Ma in Burkina il terzo elemento di vaglio, al di qua dalle frontiere, è ancora la sicurezza. Ed ecco quindi il ripristino della pena di morte per terrorismo, alto tradimento, spionaggio. Ecco ancora la criminalizzazione delle “pratiche omosessuali” che per il regime sono corollario della colonizzazione. Fattori esogeni, occidentali. In altre parole: patogeni da debellare. Ecco il Burkina Faso che si autodetermina.
Autonomia e vulnerabilità
A distanza di poche settimane dalle ultime iniziative, interesse e sospetto hanno accompagnato l’opinione pubblica. Plauso alla dignità da un lato, perplessità dall’altro. Un’analisi di CediRates sulla governance nel Sahel, fa capire come il rifiuto degli aiuti “degradanti” in Burkina non si sia imposto di punto in bianco. Dal 2022 a oggi, numerose sono state le iniziative volte a slanciare il nazionalismo del paese. A cominciare dalla venerazione civile per Sankara, l’uomo della “autosufficienza economica” che nel 1984 proclamava: “Consumiamo ciò che produciamo e produciamo ciò che consumiamo”.
“Rivoluzione sì, ma senza forma”, ha sintetizzato poi una recente analisi di African Arguments. Perché per quanto queste scelte s’inscrivano in una logica di sovranità, nondimeno accentuano le tensioni coi partner tradizionali. Nonché il dibattito sull’equilibrio tra autorità statale, diritti, isolamento.
In particolare, forti riserve s’addensano oggi sulla sostenibilità di uno stato profondamente dipendente dagli aiuti esterni: per la sicurezza, per le infrastrutture, per i programmi sociali, per la gestione di una crisi umanitaria che coinvolge milioni di sfollati interni. Basti dire, in tal senso, che prima dell’ingresso russo, e cioè fino al febbraio 2023, la presenza francese era strutturale nel contrasto al Jihad. 400 soldati erano sul campo nell’ambito dell’operazione Sabre: 400 uomini costretti poi al ritiro con la cerimonia delle bandiere ammainate e in parte sostituiti, comunque, dai soldati russi (vincitori alla prova del setaccio).
Il sovranismo sospeso
Ed è perciò in quest’attrito – tra retorica dell’autosufficienza e della materialità dei bisogni – che maturano scelte simboliche ma al contempo dirompenti. Sul piano discorsivo, l’attuale leadership attinge selettivamente all’eredità della rivolta popolare del 2014. Ossia all’insurrezione che pose fine ai ventisette anni di presidenza di Blaise Compaoré. Allora, una mobilitazione giovanile e ampia contestò l’intero sistema di legittimazione del potere. Simboli e simulacri della tradizione rivoluzionaria – in primis Sankara – riemergevano come strumenti di rottura e di rivendicazione. A distanza di quasi un decennio, molti di quegli stessi idoli sono stati riassorbiti nell’apparato dello stato. L’estetica militare di Traoré, il richiamo a Sankara, il restauro del suo mausoleo, la politica estera di emancipazione nazionale: sono tutti elementi che concorrono a edificare una nuova legittimità. Un nuovo corso cui si affiancano politiche economiche orientate al controllo delle risorse, in particolare dell’oro (un’agenzia è stata creata per l’acquisto e il trattenimento dell’80 per cento sul territorio). Eppure, la trasposizione dei simboli della protesta in strumenti di governo non si è ancora tradotta in trasformazione strutturale, che colmi lo scarto tra discorsi e fatti.
In definitiva, il Burkina Faso di oggi cresce sul filo sottile di retorica e sfide pratiche. Il “setaccio nazionalista”, tracciato del richiamo a Sankara, guida la selezione delle alleanze, degli aiuti e delle politiche interne. E se da un lato il nazionalismo rafforza l’identità e la distanza dall’Occidente, dall’altro fa cadere la maschera sulla vulnerabilità strutturale del paese. Traducendo la presidenza di Traoré in un laboratorio di sovranismo sospeso tra rivoluzione e forma.