Il trono e l’altare.
Lo scontro tra papa Leone e Trump alla luce di storici e difficili rapporti tra Usa e Vaticano. Il punto di vista di Ettore Maria Colombo
Lo scontro al fulmicotone tra il presidente degli Usa, Donald Trump, e l’attuale Papa, Leone XIV, è agli atti. Meno indagato è il rapporto storico, politico, geopolitico, tra Usa e Vaticano e anche il rapporto tra fede e politica in una Nazione, gli Usa, ancora oggi molto religiosa, oltre che, sostanzialmente e fortemente cristiana, in cui il voto dei cristiani (e dei cattolici) incide e pesa fortemente. Il conflitto Chiesa-Stato, quello attuale come quelli passati, è ricco di scontri, anche pesanti, e con diversi Stati. Almeno da quando la Chiesa – in pratica dai suoi inizi, cioè dalla donazione di Costantino (375 dC.), poi rivelatasi un apocrifo - ha rappresentato ‘anche’ un potere temporale. Si va dalle lotte medioevali tra Papato e Impero al conflitto tra Chiesa e stati nazionali nascenti, dal Trecento all’Ottocento, infine all’opposizione (larvata) della Chiesa al nazismo e allo scontro aperto col comunismo nel corso del Novecento.
Scontri che, dalla fine della Guerra Fredda, si sono spostati sul piano dell’antitesi tra le ragioni della pace e la guerra che diversi pontefici (da Giovanni XXIII a Francesco, passando per Giovanni Paolo II) hanno sempre più accentuato e incarnato davanti a molti, diversi, conflitti: il rischio nucleare durante la Guerra Fredda, la I e II guerra in Iraq, il conflitto in ex Jugoslavia, la guerra in Ucraina. Poi, ovviamente, vi sono stati, rispetto alle scelte politiche interne degli Stati (sia con l’Urss, prima, che con la Cina comunista, dopo, e, nel passato, con diversi stati europei), diversi scontri tra il magistero papale e diversi Stati su temi cruciali per la Chiesa cattolica: morali (divorzio, aborto, eutanasia, genetica) e sulla libertà religiosa e di culto.
Insomma, non è certo una novità, uno scontro Stato/Chiesa, ma mai si è arrivati a un botta e risposta così duro. E qui entra in gioco un secondo elemento di analisi. Il rapporto, sempre altalenante, tra Vaticano e Stati Uniti, ancora oggi, il paese occidentale più ‘cristiano’ del Mondo. Di certo, però, mai, in 150 anni di storia degli Stati Uniti, un presidente aveva attaccato, con tanta virulenza, il Papa.
Tre secoli di relazioni difficili. Il rapporto Vaticano-Usa. Dal caso Surratt (Pio IX) alla Guerra Fredda (Pio XII).
Ma vi è una lunga tradizione di attriti tra Vaticano e Usa. I rapporti tra Stati Uniti e Santa Sede sono stati segnati, infatti, più da duri scontri che da fasi di civile convivenza. Sin dall’istituzione, nel 1784, della prima Prefettura Apostolica negli Usa (nati nel 1776, Costituzione del 1787), per volontà di Pio VI, le relazioni diplomatiche tra presidenti Usa e pontefici sono state attraversate da frequenti tensioni, alternate da periodi di convergenza.
Bisogna risalire alla presidenza di George Washington, quando Pio VI autorizza la prima missione cattolica negli Usa. La nascita della diocesi di Baltimora, nel 1789, e la nomina di John Carroll a primo vescovo, apre la strada allo sviluppo del culto. La diffusione del cattolicesimo, alimentato dalle ingenti ondate migratorie in arrivo negli Usa da paesi cattolici (Irlanda, Polonia e Italia) incontra, però, la diffidenza crescente della maggioranza del Paese.
Il primo incidente diplomatico scoppia proprio durante la Guerra Civile americana quando Pio IX invia un messaggio “per la pace” tra unionisti e secessionisti a Jefferson Davis, allora presidente degli Stati Confederati d'America. L'appello di papa Ferretti viene stigmatizzato dagli Stati del Nord che lo bollano come un riconoscimento implicito del Sud secessionista e schiavista. La tensione tra Washington e Roma sale quando John Surratt, complice dell’attentato al presidente Abraham Lincoln, avvenuto il 14 aprile 1865, trova riparo nella Città eterna, arruolandosi nell’esercito pontificio. Nonostante l’estradizione, scattata dopo l'indignazione americana, le relazioni si deteriorano ulteriormente anche per la falsa notizia della chiusura della cappella protestante allestita presso la legazione Usa nello Stato Pontificio. L’episodio segna l’inizio di una fase di gelo con il blocco dei finanziamenti da parte del Congresso e l’addio dell’inviato americano senza congedarsi dal Papa.
La prima, formale, apertura arriva nel marzo 1875, con la nomina a cardinale dell’arcivescovo metropolita di New York, John McCloskey, primo americano e non europeo ad ottenere la porpora cardinalizia. Con il concistoro, Pio IX riconosce l’ascesa politica ed economica degli Stati Uniti ed esprime gratitudine per il sostegno americano ricevuto durante il Concilio Vaticano I (1870), segnato, peraltro, dall'emanazione del dogma dell’infallibilità papale.
Vanno avanti, dunque, per settant’anni, sostanzialmente rapporti informali tra Usa e Santa Sede. La svolta arriva con l’udienza concessa, alla fine della Prima Guerra Mondiale, nel gennaio 1919, da papa Benedetto XV – il papa che condannò la Guerra definendola una “inutile strage” - al presidente democratico Woodrow Wilson che segna la vera apertura dei normali canali diplomatici. Il legame con la Casa Bianca trova impulso dieci anni dopo, con la nascita formale dello Stato della Città del Vaticano (1929) e viene suggellato dalla visita dell’allora segretario di Stato, Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, negli Usa. Pacelli instaura, con il presidente Franklin Delano Roosevelt (democratico) un rapporto personale che si rafforza con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale contro il totalitarismo nazista.
Poi, però, Roosevelt, che dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor (1941) stringe un’alleanza antinazista con la Russia, chiede a Pio XII di ammorbidire le sue posizioni sul comunismo trovando, tuttavia, in questi, un netto rifiuto..
Ricomposta la frattura, durante la Guerra Fredda, i rapporti continuano a segnare alti e bassi. Come le pressioni del Vaticano su Harry Truman (democratico) per la nomina, poi ritirata, del generale Mark Clark a rappresentante presso la Santa Sede. Nel 1960, l’elezione di John Fitzgerald Kennedy, primo presidente degli Stati Uniti dichiaratamente cattolico, segna una netta svolta, ma la distanza, nelle forme, resta. Nel 1962 Washington è tra le poche delegazioni a non inviare un osservatore in occasione dell’apertura del Concilio Vaticano II (1962-1965), quando Giovanni XXIII, con l'enciclica “Pacem in Terris”, pubblicata pochi mesi dopo la crisi dei missili a Cuba, riafferma il principio secondo cui la pace non può basarsi solo sulla deterrenza, ma soprattutto sulla fiducia reciproca.
Dalla lotta contro il comunismo a quella per la pace. Il pontificato di Giovanni Paolo II e il suo ‘No’ alla guerra.
Nel succedersi dei presidenti (da Johnson a Nixon, da Carter a Reagan), dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, gli scontri sembrano attenuarsi, specie grazie al rafforzamento dei legami diplomatici. Nel 1965 Paolo VI è il primo Papa a visitare gli Stati Uniti: un viaggio storico, seguito del primo incontro tra un presidente cattolico e un Papa (1963).
L'elezione, nel 1978, del polacco Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II, consolida la convergenza strategica (e ideale) in contrapposizione all'Unione Sovietica, che vede Reagan e il Papa schierati dalla stessa parte, contro il comunismo. Il “Non abbiate paura!” del Papa, ai fedeli che vivono sotto il giogo dell’Urss e la lotta di Reagan all’Impero del Male, formalizza un miglioramento netto dei rapporti tra Vaticano e Usa, sancito, nel 1984, con la nomina di William A. Wilson come primo ambasciatore Usa presso la Santa Sede.
Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, però, emergono nuove tensioni. L'apertura del democratico Bill Clinton sul tema dell'aborto incontra la ferrea opposizione di Giovanni Paolo II, che entra in contrasto con Clinton anche sul tema della pena capitale. Il Papa fa della battaglia contro la pena di morte uno dei pilastri del suo magistero, chiedendone l’abolizione e criticando apertamente gli Usa.
Ma è dopo gli attentati dell'11 settembre 2011 che il pontefice – che già nel 1991 si era schierato contro la prima Guerra del Golfo voluta da Bush padre, definita “una sconfitta per l’umanità” – che la frattura esplode. Il Papa critica l'intervento militare Usa in Iraq (II guerra del Golfo). E’ il momento di massima frizione Usa-Vaticano. Il 5 marzo 2003, Giovanni Paolo II invia il cardinale italiano Pio Laghi per incontrare il presidente George W. Bush e chiedergli di non invadere l’Iraq. II ‘gelo’ tra il Papa e Bush jr. è venuto fuori solo a distanza di anni. Il Papa riteneva la guerra in Iraq “un’avventura”, che avrebbe avuto gravi conseguenze per il Medio Oriente e il mondo: aveva scelto proprio Laghi (amico personale dei Bush), per farlo desistere e portargli una lettera di ammonimento. Ma quando Laghi, alla presenza di Condoleezza Rice e altri membri dell’amministrazione, dopo lunga anticamera, vede Bush, il presidente prende la lettera del Papa, la mette in un cassetto, neppure la apre e sostiene (da presbiteriano convinto) che fare la guerra “era la volontà di Dio”. Inoltre, a Laghi viene impedito di incontrare i giornalisti, al termine dell’incontro, alla Casa Bianca, e non gli rimane altro che tornare a Roma e riferire il nulla di fatto. Il Papa, come detto, tuona più volte contro la “guerra ingiusta” e diventa, di fatto, ‘leader’ del movimento pacifista mondiale.
Il primo Trump e le forti tensioni con papa Francesco
Morto Papa Giovanni Paolo II e passato il breve pontificato di Benedetto XV, che si concentra solo su problemi morali, bioetica e migrazioni sono, nei decenni seguenti, al centro di nuovi dissapori tra Usa e Vaticano, negli anni di Obama. Ma è soprattutto durante il primo mandato di Donald Trump (2017-2021) alla Casa Bianca che lo scontro si riaccende. Trump detestava Francesco, che non ha mai nascosto il fastidio, e insieme l’orgoglio, per le sue critiche. Forti distanze si registrano su diversi temi, come i rapporti con la Cina, dopo l'accordo del 2018 tra Pechino e Vaticano sulla nomina ‘ufficiale’ dei vescovi cattolici, ma le tensioni maggiori si registrano sul tema dei migranti. Lo scontro più duro tra Papa Francesco e Trump vede il primo criticare più volte la costruzione del muro al confine con il Messico. L’acme dello scontro è a febbraio 2025, cioè durante la seconda amministrazione Trump. Il Papa interviene, con una lettera ai vescovi statunitensi, per denunciare la “grande crisi” generata dal programma di deportazioni di massa avviato in Usa: parla esplicitamente di dignità umana violata (“deportare i migranti ferisce la dignità umana”) con parole che provocano reazioni dure.
Da Biden al secondo Trump. Da Francesco a Leone XIV
Passa sostanzialmente indolore, invece, il rapporto tra il Papa e l’amministrazione del democratico Joseph Biden, secondo presidente cattolico, dopo Kennedy, nella storia degli Usa. Dopo gli anni di gelo del primo mandato Trump, l’incontro tra Biden e il Papa, ricevuto in Vaticano a ottobre 2021, sembra segnare un nuovo inizio: dura un’ora e Biden, uscendo, glissa sul tema spinoso dell’aborto, cui, pur da cattolico, è favorevole, ma il Papa lo esorta: “è un buon cattolico, deve continuare a ricevere la comunione”.
La genesi dello scontro. Il Conclave del maggio 2025.
Quando si arriva alla morte di papa Francesco e al conclave che porta alla, inaspettata, elezione di papa Leone XIV (8 maggio 2025), il primo papa nord-americano nella Storia della Chiesa, Trump è già il nuovo presidente degli Usa. Il cardinale Prevost arriva al conclave all’interno di un gruppo di nove cardinali elettori provenienti dagli Usa e non entra al conclave da favorito. La sua elezione è un vero ‘colpo’, per Trump, che – già quando era cardinale – ne diffidava.
A maggio 2025, prima del conclave, Trump pubblica sui social un’immagine insolita e provocatoria, generata con l’AI: si ritraeva con una tiara, vestito da Papa, con un dito alzato e tutt’altro che benedicente, il volto corrucciato. Un’immagine che evocava la figura dello Zio Sam. In Vaticano viene liquidata come una battuta di cattivo gusto, ma la scelta del collegio cardinalizio è stata anche un modo per creare un contrappeso morale a una presidenza che, da subito, veniva percepita ‘pericolosa’, per l’ordine mondiale. Senza mettersi apertamente all’opposizione, il conclave decide di costruire un ponte con l’opinione pubblica, sapendo che la il Papa va ben oltre il mondo cattolico. La figura di Leone porta con sé il peso e le aspettative di un Chiesa, e di una curia, chiamata a un compito complesso: ricucire le divisioni interne, ristabilire il dialogo con l’America latina, immaginare una nuova traiettoria globale al cattolicesimo. Una ‘nuova frontiera’ in un mondo nuovo.
Fede, politica, dollari. Il rapporto tra America e S. Sede.
L’altro elemento, poco raccontato, in questi anni, ma ora ben scavato in un libro uscito da poco e scritto dal giornalista, e studioso del Vaticano, Massimo Franco (“Papi, dollari e guerre. Il potere dell’America in Vaticano dal passato a Leone XIV”, Solferino, marzo 2026, 367 pp.), è il rapporto tra fede e denaro e dunque tra Vaticano e Usa. Il ruolo del denaro non è mai scomparso, ovviamente, nella storia della Chiesa e, in particolare, in quella americana: fondazioni, associazioni, reti di benefattori hanno continuato a sostenere, influenzare e orientare il Vaticano. Già dal 2020, inoltre, le finanze vaticane erano in rosso ed è allora che prende corpo l’idea di eleggere un papa statunitense, eventualità prima impensabile, ma necessitata: gli Usa sono tra i principali contributori della Chiesa. Inoltre, l’episcopato Usa voleva far valere la sua influenza, al conclave, essendo tra i suoi maggiori polmoni finanziari. Il ‘dietro le quinte’ dello scontro attuale va cercato, cioè, anche nella necessità di continuare a ricevere finanziamenti che, specie da parte della Chiesa cattolica nordamericana, restano fondamentali ancora oggi, per le finanze vaticane.
I primi scontri tra Leone e Trump su migranti e guerre.
Ovviamente, restano in piedi, nel rapporto tra il Magistero papale e l’azione politica di Trump, gli altri temi di scontro. A partire, come già durante il pontificato di Francesco, dalle politiche restrittive sull’immigrazione, con l’utilizzo indiscriminato della forza da parte dell’ICE, fino alle scelte aggressive di Trump in politica estera. Entrambe hanno, peraltro, progressivamente compattato il fronte cattolico americano con le posizioni esplicitate, pubblicamente, da molti cardinali Usa che dichiaratamente si esprimevano, di volta in volta, su un tema o sull’altro, ma sempre in accordo con Leone, che ha lasciato fossero loro a difendere, in Usa, la dottrina sociale e i valori della Chiesa.
La maggioranza dei vescovi Usa, che erano – a volte riservatamente, altre volte apertamente - contro Francesco e che si dividono, a metà, tra progressisti e conservatori, si sono ricompattati intorno al Papa. Una settimana fa, durante il programma “60 Minutes” sulla rete Cbs, i tre cardinali-simbolo della Chiesa progressista – Robert McElroy, Joseph Tobin, Blaise Cupich, già autori della lettera del 19 gennaio contro le politiche di Trump sui migranti –hanno rinnovato le loro critiche all’amministrazione Trump.
A tutto ciò si aggiunge il rifiuto del Vaticano di partecipare al Board of Peace per la ricostruzione di Gaza che, secondo il Vaticano, avrebbe indebolito il ruolo dell’Onu. Infine, ecco l’affronto ‘simbolico’: la decisione, da parte del Papa, di non volersi recare negli Usa per il 250 esimo anniversario dell’indipendenza, il 4 luglio, quando sarà, invece, a Lampedusa. Non sono mancati, naturalmente, appelli espliciti del Vaticano, come del Papa, e di molti cardinali, contro gli interventi militari: in Venezuela e in Libano. E, infine, soprattutto, contro la guerra in Iran.
L’avvisaglia della tempesta. Il Nunzio apostolico convocato al Pentagono e la minaccia della ‘cattività’.
Infine, l’ultima goccia prima della tempesta perfetta. Il 22 gennaio del 2026, un mese prima dell’inizio della guerra, l’allora nunzio negli Usa, il cardinale Christophe Pierre, viene convocato al Pentagono a rispondere dell’opposizione del Papa alla linea Trump, dal sottosegretario alla Difesa, Elbridge Colby. Seguace di Vance, Colby è anche il nipote di William Colby, cattolico devoto che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, aveva diretto l’ufficio della Cia proprio a Roma, prima di diventare direttore della ‘Company’ (Cia). Oggetto della convocazione, in una sorta di inusitato e mai visto processo a porte chiuse, era discutere il discorso al corpo diplomatico tenuto da Papa Leone ,13 giorni prima. Infatti, il 9 gennaio Leone si era rivolto ai diplomatici accreditati citando Sant’Agostino, a lui assai caro, che “mette in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, l’eccessivo nazionalismo e la distorsione dell’ideale dello statista”. Tredici giorni dopo Pierre viene convocato al Pentagono. E anche se non c’è conferma ufficiale che Colby abbia minacciato la ripetizione della ‘cattività avignonese’, imposta da Filippo V ‘il Bello’ ai papi lungo il Trecento, la conversazione è stata “franca”, dicono le fonti, il che vuol dire dura, urticante. Colby sostiene che la pace si crea con la forza, modello “si vis pacem, para bellum”, concetto assai difficile da conciliare con il messaggio evangelico.
La popolarità del Papa, i cattolici e i cristiani negli Usa.
Papa Leone, che parla inglese, ma anche bene lo spagnolo, gode di un gradimento molto positivo in oltre metà degli americani, il presidente è sceso sotto il 40% nei sondaggi. La crescita di popolarità, negli Usa, per il Papa (il primo Papa a riceverla così, negli States), è forte specie tra i più giovani. Una prova: per ‘irresistibile pressione’ dei fan, la squadra di baseball Chicago White Sox regalerà cappellini papali allo stadio in occasione della finale di campionato contro Cincinnati, il prossimo 11 agosto. Leone non è solo nato a Chicago, ma è uno storico sostenitore della squadra.
Solo negli Stati Uniti, si professano cattolici, ma qui le fonti e le stime divergono, intorno ai 60-70 milioni di cittadini, circa il 20-22% della popolazione (dato dei battezzati), su 1,4 miliardi di cattolici presenti, oggi, nel mondo. In buona sostanza, su dati del 2025, il 20% degli adulti statunitensi si definisce cattolico (erano il 24% nel 2007).
Il cristianesimo, nel suo complesso, è la religione con il maggior numero di fedeli, negli Usa (268 milioni di fedeli su 314,8 milioni di cittadini), anche se il dato è in costante calo: era l’85% nel 1990, il 78% nel 2007, il 75% nel 2015, il 62% nel 2024, secondo un centro di ricerca serio, il PEW. Circa il 40-46% degli adulti americani è, però, di credo protestante. Tra loro, la prima confessione è degli evangelici, intorno al 23%, poi vi sono i protestanti ‘storici’ (‘Mainline’), intorno all’11%, le chiese protestanti ‘nere’ (5%), e altri gruppi minori (sul 3%) di varie tradizioni. La singola confessione protestante più grande, per fedeli, è la Southern Baptist Convention (i ‘battisti’), poi vi sono la United Methodist Church (i ‘metodisti’), la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (i ‘mormoni’), la chiesa di Dio in Cristo (i ‘pentacostali’), gli ortodossi, etc.
Il cattolicesimo rappresenta, dunque, una fetta importante della popolazione statunitense, ma storicamente gli Usa nascono rigidamente protestanti, anzi, ‘anti-papisti’, retaggio della fede dei primi coloni inglesi (i ‘puritani’). Il ‘dogma’ del sospetto verso i fedeli del papa ‘romano’, dopo secoli di guerre combattute in Europa tra cattolici e protestanti, resta forte. I Padri fondatori degli Stati Uniti - che, con il Primo emendamento della Costituzione hanno voluto separare rigidamente Stato e Chiese - mettono al centro della struttura di governo la tolleranza religiosa, ma riprendono il concetto da John Locke, il più influente fra i filosofi che hanno ispirato la Costituzione, che si premurava di specificare che la tolleranza religiosa si estende a tutti, tranne ai papisti... I cattolici erano cittadini infidi e sleali, non potevano essere accolti nella nascente società liberale. E’ l’immigrazione dall’Europa mediterranea e dall’Irlanda e l’inclusione degli ex territori messicani a rendere la percentuale di cattolici presenti in Usa sempre più influente, oltre che sempre più importante, anche nel voto politico.
Il peso del voto cattolico nelle elezioni presidenziali.
Certo, dato l'enorme numero di persone che si identificano come cattoliche (di fatto, il 13% dell’elettorato attuale), è arduo individuare un quadro lineare delle loro convinzioni. In tale panorama, se nel 2020 solo il 46% dei cattolici vota per Trump, anche per il cattolicesimo dichiarato di Biden, percentuale in ogni caso assai considerevole, la nuova tornata elettorale del 2024 segna un vero ribaltamento: la percentuale di cattolici per Trump sale, infatti, al 55%. Un consenso, quello dei cattolici, che Trump oggi ha perso, se non totalmente, di certo per una larga parte del loro voto e che potrebbe contribuire alla sconfitta dei repubblicani alle decisive elezioni di mid-term previste a novembre 2026.
Di certo, resta importante il ruolo della religione e della fede nella strategia di ogni inquilino della Casa Bianca. Per i Repubblicani e non solo per i Democratici, verso i quali si è sempre orientato, storicamente, il voto cattolico, specialmente quello dei latinos, quasi tutti di fede cattolica. Una ormai lunga tradizione di strategia repubblicana, che risale agli anni Ottanta, ha fatto sempre perno sul voto dei cristiani, anche se per lo più su protestanti ed evangelici, ma negli ultimi decenni si è rivolta anche al voto cattolico.
Dio, Patria, Libertà. La concezione della fede in Trump e i cattolici presenti oggi nella sua amministrazione.
Trump, educato nel culto presbiteriano, ma oggi privo di ‘denominazione’ (cioè non seguace di alcuna confessione), ha usato come un’arma la religione per promuovere la sua versione aggiornata dell’America First, puntando a rinsaldare, intorno a lui, sia il mondo evangelico che, in generale, quello protestante, presentandosi come il nuovo ‘difensore della fede’ contro il modernismo globalista. Come nella famosa fotografia della preghiera nello Studio Ovale in cui la consigliera religiosa di Trump ha chiesto la ‘guida divina’ per la guerra in Iran, circondata da vari pastori e vescovi delle più diverse chiese protestanti. Ma se la versione bellicista del nazionalismo cristiano rappresenta un elemento chiave della sua amministrazione, la voce autorevole di Leone non può che apparire come una minaccia, da contrastare con tutte le armi (retoriche) utili.
Paradossalmente, la seconda amministrazione Trump si distingue anche per una presenza significativa di cattolici in ruoli chiave, con circa una dozzina di nomine di cattolici praticanti in posizioni di vertice (tra il 48 e 60% dei ruoli). L’esponente cattolico più in vista è ovviamente J.D. Vance. Convertito al cattolicesimo nel 2019, la sua fede è, a suo dire, ispirata da Sant’Agostino, nume tutelare del Papa. A breve uscirà un libro sulla sua conversione (Communion), ma ha detto che il papa deve occuparsi ‘solo’ di morale. Una bella contraddizione per chi ritiene, come lui, che la religione debba avere impatto e peso sulla vita pubblica... Poi c’è il Segretario di Stato Marco Rubio, cattolico praticante, figlio di esuli cubani cattolici e conservatori, risparmiato, per ora, da Trump nella richiesta di uno scontro frontale con il Papa. Tipi culturali di cattolici assai diversi. Certo è che i cattolici dell’Amministrazione Trump oggi sono in grande difficoltà. Erano stati addestrati per tenere insieme le ragioni del trono e quelle dell’altare, ma che, ormai, sono sempre più a malpartito con la voce del Papa, della Chiesa e, anche, evidentemente, con il voto cattolico.