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In India cresce il Pil ma non cala l’emigrazione

Perché, nonostante il growth boom dell’economia indiana, l’emigrazione dal paese non accenna a diminuire? Il punto di Guido Bolaffi

L’emigrazione indiana inanella un record dopo l’altro. A partire dall’enorme flusso di denaro annualmente inviato dai quattro angoli del Pianeta verso la madrepatria dai “figli di Delhi”.

Nel 2023, secondo uno scoop del quotidiano Hindu, gli emigrati indiani all’estero avrebbero ufficialmente spedito alle loro famiglie risorse pari a $125 miliardi. Senza contare quelle, non poche, “trasferite” in via informale o attraverso i canali del mercato finanziario para legale.

Cifre tanto più significative se si considera che nell’anno precedente il loro ammontare aveva superato - per la prima volta nella storia dell’emigrazione mondiale - la barriera dei $100 miliardi. Distanziando di parecchie lunghezze quelle delle nazioni inseguitrici: Messico ($61,10 miliardi); Cina ($51,00 miliardi); Filippine ($38,049 miliardi); Pakistan ($29,871 miliardi).

Questo incremento del monte rimesse si spiega, pur scontando un miglioramento nelle condizioni economiche medie di molte famiglie della diaspora indiana all’estero, solo con la significativa persistenza di grandi flussi migratori oltreconfine, della cui ampiezza, mancando al momento attendibili certificazioni statistiche, traiamo indiretta cognizione grazie a due informazioni riportate da Sanjaya Baru, ex Advisor to Prime Minister of India, nell’articolo Poor, middle-class, wealthy - more Indians than ever before are leaving the country.

La prima: “From November 2022 to September 2023 up to 96,917 Indians were arrested while crossing illegally into the US alone. This compares with 19,883 Indians caught trying to illegally sneak into the United States in 2019-20, and 63,927 in 2021-22 [...] If desperate Indians are jumping ship and bearing ordeals in search of decent livelihood, the country’s wealthy, the so-called High net worth individuals (HNIs) are being golden visas to settle overseas [...] The out-migration of the poor, the professionals and wealthy has increased exponentially this past decade”.

La seconda: “Also if, as India’s external affairs minister S. Jaishankar in Parliament stated on July 21 that a total of 225,360 Indians had renounced their Indian citizenship and in the first six months of 2023 the figure was already at 87,026, the non-resident Indians abroad are now more than non-resident Chinese”. Numeri da cui si evince che la diaspora degli indiani all’estero è in grado di “ripianare” con l’arrivo di nuove reclute dell’emigrazione i vuoti lasciati dai compatrioti emigrati negli anni precedenti e che, nel frattempo, decidono di rinunciare alla loro antica cittadinanza.

Se le cose stanno così, viene però naturale chiedere: come mai l’India - infrangendo una delle regole auree dell’emigrazione secondo cui essa è destinata a diminuire quando un paese supera una determinata soglia dello sviluppo economico - pur vantando il quinto Prodotto Interno Lordo su scala mondiale e il growth boom, di cui dava notizia giorni addietro l’agenzia Bloomberg, continua invece a sfornare masse di nuovi emigrati?

Una possibile risposta a questo quesito va forse individuata proprio nelle caratteristiche del suo recente, straordinario, decollo economico. Visto che, scriveva sul New York Times della settimana scorsa Alex Travelli nell’articolo India is chasing China’s economy. But something is holding it back: “India’s economy is booming. Stock prices are through the roof, among the best performing in the world. The government’s investment in airports, bridges and roads, and cleaning-energy infrastructure is visible almost everywhere. India’s total output, or gross domestic product, is expected to increase 6 percent this year- faster than the United States or China. But there’s a hitch [...] Green and red lights are flashing at the same time”.

Una linea di analisi ripresa e sviscerata con magistrale chiarezza da Amartya Lahiri, docente di economia all’università della British Columbia, nel pezzo India’s way forward: Services or manufacturing?: “ India has had difficulties in expanding the share of the manufacturing sector in its economy [...] India appears to be jumping a stage in the development process by going from a primarily agrarian to a mainly service economy.

India is adding around 8-10 million new workers to its labour force every year. This pace will continue for at least a decade. Moreover, a majority of these new workers are arriving in the labour market armed with high school or better educational attainment levels. Hence their aspirations are high and further buoyed by the general national narrative of India finally arriving at the international stage of accomplishment. With manufacturing’s share of both output and employment planned at below 20 per cent India’s jobs problems may be difficult to solve”.

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