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India leader dell’emigrazione

di Guido Bolaffi

Dall’India emigrano in misura sempre maggiore donne e uomini scolarizzati ed altamente qualificati. Il brain drain, tuttavia, non è necessariamente un male. L’analisi di Guido Bolaffi

L’India si conferma leader assoluto dell’immigrazione mondiale. Non solo perché con i suoi 17,9 milioni di emigrati sparsi ai quattro angoli del Pianeta precede, nella classifica ONU delle sette maggiori nazioni di origine dell’immigrazione internazionale, rispettivamente il Messico (11,2 milioni), la Russia (10,8 milioni), la Cina (10,5 milioni), la Siria (8,5 milioni), il Bangladesh (7,4 milioni) e il Pakistan (6,3 milioni); ma anche in ragione del fatto che gli 87 miliardi di dollari ufficialmente trasferiti in patria nel 2021 dagli indiani all’estero rappresentano, secondo l’ultimo rapporto della World Bank, la cifra in assoluto più alta delle rimesse internazionali: “Remittances to India have ballooned in recent years and the estimated U.S. $ 87 billion received in 2021 represented a more than sixfold increase over 2001. This is far more than any other country in absolute numbers and a full 64% higher than the $53 billion each to China and Mexico, the next largest remittances receivers”.

Un primato che non si limita, però, solo alle quantità, visto che, diversamente da quella delle altre nazioni di grande emigrazione, quella indiana non è composta solo da lavoratori poco o per nulla qualificati, ma anche da una quota significativa, e crescente, di donne e uomini scolarizzati ed altamente qualificati.

Ruchi Singh, nell’assai ben documentato Origin of World’s Largest Migrant Population pubblicato lo scorso 9 marzo dal Migration Policy Institute di Washington, spiega infatti che “Worldwide, India has the highest number of emigrants with a postsecondary degree, with nearly 3,1 million residing in 38 countries of the Organization for Economic Cooperation and Development [...] The number of highly educated Indian emigrants more than doubled between 2000 and 2010 [...] India is now a top origin country for immigrants in the United States where Indian immigrants are regularly the top recipients of the H-1B visa for skilled workers introduced in 1990”.

Un’emigrazione di qualità che molti considerano come una dannosa emorragia per l’economia dell’India. All’opposto di quanto invece sostiene il nobel dell’economia Amartya Sen, che nel saggio La doppia anima dell’India scrive: “Se, una volta, gli emigrati indiani svolgevano soltanto lavori modesti, oggi la situazione è diversa. Si tratta, infatti, anche di ricercatori o di persone assunte a dirigere reparti tecnici che, quando tornano, hanno una professionalità, hanno acquisito notevoli competenze dirigenziali oltre ad aver raggiunto un livello tecnico eccellente. E questo non può che giovare alle attività economiche indiane. Penso che l’ansia per la fuga dei cervelli sia diminuita, e giustamente. La maggior parte degli indiani che vanno all’estero rimane in stretto contatto con il proprio Paese, con il quale continua ad interagire. Molti ci tornano stabilmente dopo un periodo di cinque o dieci anni e portano con sé una rete di rapporti che per l’India è fonte di ricchezza. L’apertura al mondo della scienza e della tecnologia è fra i doni più benefici della cultura pluralista dell’India”.

Parole che aiutano a capire perché il rischio del brain drain, almeno per quanto riguarda l’India, e forse anche gran parte delle nazioni in via di sviluppo, è una preoccupazione che va molto ridimensionata. Quella della fuga dei cervelli è infatti una lettura del fenomeno che non tiene nel giusto conto, o sottovaluta, i molteplici e superiori benefici che i talenti trasferitisi all’estero sono in grado di rinviare ai propri paesi.

L’emigrazione all’estero dei “cervelli” non rappresenta dunque solo un grave ed irreversibile danno per i paesi che lasciano. Essa, semmai, va vista come lo stadio intermedio di un processo a lungo termine capace di rappresentare una risorsa. Tanto più se dopo un periodo di lavoro e di professionalizzazione fuori dei confini patri questi “emigrati del nuovo tipo” tornano (ri-immigrano) e reimpiantano nuove attività nelle loro terre di origine.

Una verità confermata da A. Agrawal, D.Kapue e J. McHale che nel saggio Brain Drain o Brain Bank? scrivono: “The most important form of innovation for a poor country is likely the adoption of technologies developed elsewhere [...] the migration of skilled human capital from poor countries may not just be a negative brain drain, it could also have a more positive effect as a brain bank, accumulating knowledge and technologies abroad and facilitating their transfer back to the domestic inventors”.

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