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Israele: il ritorno di Benjamin Netanyahu

di Daniele Ruvinetti

Dopo le elezioni quali sfide attendono il nuovo governo di Netanyahu. L’analisi di Daniele Ruvinetti

Il ritorno al governo di Benjamin Netanyahu era sotto molti aspetti atteso. Il leader del Likud non ha mai lasciato la centralità acquisita da due decenni nella scena politica, ed è stato in grado di magnetizzare le opposizioni già durante la fase di governo dell'alleanza composta da Yair Lapid e Naftali Bennett.

Il lavoro durante la campagna elettorale si è infatti concentrato solo sul convincere gli israeliani ad andare al voto. E a giudicare dal risultato dell’affluenza – il 71,3%, il più alto dal 2005 –, lui e i suoi alleati sono riusciti nel loro obiettivo meglio dei partiti del fronte avversario. All’interno del quale, invece, le divisioni tra le tre fazioni arabo-israeliane si sono fatte sentire: non sono infatti state gradite all’elettorato di riferimento che ha fatto mancare parte del proprio sostegno, rappresentando uno tra i fattori che hanno pesato nel mancato successo di Lapid.

Ora Netanyahu ha davanti a sé la possibilità di formare un governo che potrebbe avere maggiore capacità e stabilità dei precedenti, stando ai numeri alla Knesset – dove la coalizione di maggioranza può contare su 65 seggi. Restano tuttavia diverse sfide per il nuovo premier. Tra queste la gestione delle forze più radicali, le compagini di estrema destra – che hanno ottenuto un ottimo risultato ai seggi – il cui ruolo potrebbe essere annacquato dall’ingresso nell’esecutivo di forze più moderate.

Da questo equilibrio interno potrebbero dipendere determinati fattori, tra cui il rapporto con gli Stati Uniti, che hanno già storto il naso davanti al dialogo con queste realtà israeliane. È una posizione che tocca anche gli Accordi di Abramo, perché il rischio è che alcuni Paesi arabi si sentano in difficoltà nel relazionarsi a un governo che contiene componenti molto aggressive nei confronti dei palestinesi e degli arabi israeliani.

In questo caso, la sfida per Netanyahu sarà cercare un modo per continuare a implementare gli accordi facendoli uscire dalla dimensione più securitaria – il contenimento dell’Iran – per lanciare piani di sviluppo condivisi dal valore regionale.

Qui sta un altro dei temi di grande importanza: in una recente intervista con Fareed Zakaria sulla CNN, Netanyahu ha dichiarato che il suo “principale obiettivo diplomatico” sarà la normalizzazione dei legami diplomatici con l’Arabia Saudita. Ha anche osservato che “in nessun modo” gli Stati del Golfo che hanno normalizzato i legami con Israele – gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein – avrebbero potuto farlo senza “l’approvazione dell’Arabia Saudita” e sostenuto che l’interesse principale dei sauditi è la difesa dall’Iran e che non permetteranno un veto palestinese sulle loro azioni.

Quando nella stessa intervista gli è stato chiesto se i partiti di ultra-destra anti-arabi nella sua coalizione sarebbero stati un peso, Bibi ha risposto: “Decido io la politica”. Per il nuovo premier, i trenta seggi del suo partito alla Knesset e la sua precedente storia di controllo dei partner di coalizione sarebbero stati fattori determinanti.

Questo aspetto che tocca gli Accordi di Abramo potrebbe anche collegarsi alla ricostruzione dei rapporti con la Turchia. Ankara ha sempre sostenuto le istanze palestinesi, anche come strumento mediatico per parlare ai musulmani nel mondo. Ma Turchia e Israele, dopo una fase di rigidità nelle relazioni proprio sotto il precedente governo di Netanyahu, hanno ravvivato recentemente le proprie relazioni. La cooperazione commerciale, economica, di intelligence e gli avvicinamenti sulle questioni energetiche aperte nel Mediterraneo orientale, sono destinate a restare in piedi, perché – al di là di potenziali posizioni di facciata – sono una necessità per la stabilità di entrambi i Paesi.

Anche perché la questione si lega all’Iran. Ankara e Teheran hanno un rapporto complicato, tentano relazioni positive ma ci sono diversi punti di attrito: per Israele è sconveniente un aggancio troppo stretto tra i due, e dunque potrebbe cercare spazi per promuovere la cooperazione con i turchi e spingere ulteriormente l’isolamento iraniano.

La visione nei confronti della Repubblica islamica è un altro dei dossier strategici in cui le policy di Netanyahu dovrebbero seguire una certa continuità. Israele è seriamente preoccupato degli sviluppi iraniani nel campo del nucleare militare e del programma missilistico, e di come i proxy regionali si siano ormai diffusi rappresentando una minaccia da cui lo stato ebraico si sente circondato.

Da qui, il recente accordo marittimo mediato dall’amministrazione Biden con il Libano è stato un esempio positivo e creativo di come la necessità di sicurezza nazionale e il pragmatismo – non solo israeliano, ma anche di Beirut – abbiano prevalso sugli storici sentimenti tribali nazionalistici. Tant’è che Hezbollah, partito/milizia collegato ai Pasdaran tra i principali proxy iraniani, ha accettato la partecipazione dopo aver minacciato ritorsioni.

Tornato al governo nei giorni della COP27, per Netanyahu quest’intesa (che aveva anche criticato) diventa importante anche per il messaggio che Israele invia al mondo sulle sue priorità negli anni a venire e su come propone di affrontare le imminenti minacce alla sicurezza nazionale derivanti dal cambiamento climatico per se stesso, per la regione e per il mondo in generale.

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