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La Black Sea Grain Initiative su un binario morto

Perché la Russia ha, per il momento, accantonato la Black Sea Grain Initiative, scaduta lo scorso 17 luglio? L’analisi di Claudia De Martino

L’accordo sul grano del Mar Nero, meglio noto come Black Sea Grain Initiative, siglato nel giugno 2022 per la durata iniziale di 120 giorni e poi più volte rinnovato col consenso di entrambe le parti per 60 giorni, è scaduto lo scorso 17 luglio, ed è stato al momento accantonato dalla Federazione Russa, che si riserva la possibilità di riattivarlo qualora ve ne fossero le condizioni. Era stato stipulato grazie alla mediazione della Turchia di Erdogan e delle Nazioni Unite, che avevano convinto Mosca e Kiev a trovare un compromesso sull’esportazione di merci dai porti contesi del Mar Nero, costituendo un Centro di coordinamento congiunto (Joint Coordination Centre, JCC) a Istanbul, composto di rappresentanti russi, turchi, ucraini e personale ONU.

L’accordo finale includeva due protocolli separati: uno siglato dalla Turchia e dall’Ucraina, relativo all’esportazione di grano da quest’ultima, e il secondo stipulato tra la Turchia e la Federazione russa circa la commercializzazione di prodotti agricoli e fertilizzanti russi. Nel primo, si specificava che un passaggio sicuro per l‘esportazione di prodotti agricoli sarebbe stato assicurato alle navi commerciali ucraine dai tre porti di Odessa, Chornomorsk e Pivdennyi, tutti significativamente posti in aree controllate da Kiev, con la pesante rinuncia dell’Ucraina al porto di Mykolaiv – precedentemente utilizzato per circa 1/5 delle esportazioni ucraine, ma allora situato troppo in prossimità dei territori contesi in cui imperversava la guerra, nonché ancora oggi oggetto di novi attacchi missilistici russi – e di altri tre porti ucraini, come Berdiansk, Mariupol e Sebastopol in Crimea, già occupati dalla Russia. Nella seconda parte dell’accordo, invece, l’accordo concedeva alla Russia alcune rassicurazioni importanti sulla prosecuzione dell’esportazione di propri prodotti agricoli e fertilizzanti a dispetto delle sanzioni comminate da Unione Europea e USA un mese prima (giugno 2022).

Tali sanzioni si ponevano lo scopo di massimizzare l’impatto negativo sui grandi gruppi economici filo-governativi gestiti dagli oligarchi o dalle società di stato russe e bielorusse, limitando al contempo le ricadute sulle economie dell’Eurozona. A questo scopo, sanzionavano la commercializzazione di prodotti petroliferi raffinati e non, la vendita di carbone e combustibili fossili, di acciaio, ferro e altre materie prime utilizzate nell’industria pesante, di oro e gioielli, di cemento, asfalto, legno e in generale materiale per le costruzioni, ma anche prodotti commerciali largamente consumati dalle élites russe come frutti di mare, liquori, sigarette e cosmetici, ma escludevano, invece, prodotti orientati al consumo di massa come quelli farmaceutici, alimentari e agricoli, la cui riduzione in commercio o il cui aumento dei prezzi avrebbero potuto impattare sensibilmente sulle condizioni di vita dei cittadini comuni, con l’unica eccezione del potassio, utilizzato nella produzione di fertilizzanti, ma colpito dalle sanzioni in quanto fondamentale fonte di reddito per il governo bielorusso, pari al 10% delle sue esportazioni.

La Black Sea Grain Initiative si era resa necessaria nei mesi successivi allo scoppio della guerra (il 24 febbraio 2022) per ovviare all’impennata drammatica dei prezzi di generi alimentari, energia e fertilizzanti sui mercati mondiali (+20%) per via della riduzione delle scorte, ma anche per cercare di tamponare l’emorragia dell’economia ucraina, che aveva subito un contraccolpo pesantissimo dall’invasione russa, inizialmente stimato in una contrazione del 45 % del PIL nel 2022 (stime Banca Mondiale) rispetto all’anno precedente. Nonostante l’andamento dei prezzi non sia più tornato ai valori precedenti alla guerra, con la previsione del World Bank's Commodity Markets Outlook su un rialzo globale dei prezzi fino alla fine del 2024 , la Black Sea Grain Initiative ha avuto il merito di temperare gli effetti negativi della guerra per l’Ucraina nel medio periodo, rimettendo parzialmente in moto l’esportazione di prodotti alimentari - soprattutto cereali - ucraini, congelata dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022, riportandola al livello di circa 3 milioni di tonnellate al mese, considerato un risultato positivo sebbene ancora insufficiente, essendo pari a circa la metà del volume precedente alla guerra e incapace di tenere il passo con la produzione (circa 45 milioni di tonnellate annue), svuotando i silos di stoccaggio in tempo per i prossimi raccolti (in agosto per i cereali e ottobre per il mais).

L’Accordo ha, invece, parzialmente mancato il primo obiettivo, che era quello di assicurare la commercializzazione di grano e fertilizzanti in quantità sufficienti a garantire prezzi accessibili sul mercato mondiale nonostante l’offensiva in corso, permettendo così ai Paesi in via di sviluppo di mantenere inalterati i loro già bassi consumi alimentari. All’appello mancherebbero 30 milioni di tonnellate di grano, congiuntamente fornite ai mercati mondiali da Russia e Ucraina annualmente, la cui esportazione risulterebbe ostacolata dalle operazioni militari. Infine, la Federazione russa avrebbe messo in discussione lo stesso obiettivo delle Nazioni Unite di fornire sufficienti scorte alimentari ai Paesi poveri, affermando che, nonostante le dichiarazioni del Programma Alimentare Mondiale (PAM o World Food Program, WFP) sul massiccio impiego di grano ucraino in operazioni umanitarie, quasi la metà delle esportazioni di tale grano (il 43% delle 32.9 milioni di tonnellate esportate) si sarebbero invece dirette verso Paesi ricchi come Cina e Spagna e non verso i Paesi che ne avrebbero avuto maggiormente bisogno - come Afghanistan, Etiopia, Kenya, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Yemen, Zimbabwe, Sierra Leone, Haiti e Honduras -, dove, secondo le stesse stime PAM, circa 50 milioni di persone sono attualmente a rischio di morte per fame, ma che risultano destinatari solo del 3% del grano. In alcuni Paesi a baso reddito (Etiopia, i due Sudan, Pakistan), infatti, la scarsità di grano avrebbe provocato un rialzo dei prezzi finali al consumo del 30%, ma la riduzione totale del suo volume sui mercati mondiali avrebbe destabilizzato un’area molto più ampia: i Paesi dell’Africa del Nord, del Corno d’Africa e del Medio Oriente, ed in particolare Libano ed Egitto, rispettivamente importatori di grano per l’80% e il 70% del loro fabbisogno, lo Yemen, dipendente dall’importazione di cereali russo-ucraini per il 95%, ridotto allo stremo, nonché impattato negativamente anche su Paesi a medio reddito impegnati nell’industria di trasformazione del grano, come la Turchia, e su Paesi dell’Eurozona come Ungheria e Slovacchia, la cui inflazione alimentare al consumo ha raggiunto picchi rispettivamente del 45% e del 29%.

Tuttavia, alcuni analisti, come il Professor Nicolas Bricas del Centre de coopération internationale en recherche agronomique pour le développement (CIRAD), fanno notare come il consumo di grano non sia diffuso nell’Africa subsahariana, dove non costituisce la prima fonte di cibo, mentre invece altri prodotti alimentari, come il riso, sono assolutamente fondamentali per l’alimentazione di milioni di persone. Per quanto riguarda il rischio di insicurezza alimentare nei Paesi più poveri del mondo, è dunque più preoccupante il rimbalzo dell’aumento del prezzo del grano su quello del riso: in effetti quest’ultimo avrebbe registrato un rincaro concomitante dovuto a fattori contingenti, come crisi ambientali - quali le inondazioni in Pakistan, quarto produttore al mondo di riso -, risentendo inoltre negativamente dell’aumento delle restrizioni alle esportazioni di prodotti alimentari di base sul mercato globale, recentemente introdotte da alcuni Paesi (come India, Indonesia, Russia, Ucraina e Argentina) in funzione protezionistica, pari al 17% del commercio alimentare secondo le stime dell’International Food Policy Research Institute (IFPRI, Food and Fertilizer Trade Restrictions Tracker).

Le preoccupazioni circa il rischio aggravato di fame nei Paesi vulnerabili del mondo, però, potrebbero essere avanzate solo in maniera strumentale da entrambe le parti, rispondendo piuttosto alla nuova impennata di tensioni nella competizione diplomatica sempre più serrata tra Paesi occidentali e Federazione russa nel conflitto in corso. Anne Creti, Professore all’Università di Paris Ouest Nanterre la Défense, ritiene infatti che, con la sospensione momentanea dell’Accordo, Mosca si stia giocando una delle sue ultime carte nei confronti dell’Occidente. Dal momento che l’UE avrebbe sostanzialmente ridotto la sua dipendenza dal gas russo, i settori agricolo e dei fertilizzanti rappresenterebbero l’ultima leva su cui Mosca potrebbe fare affidamento nel commercio estero per ottenere contropartite fondamentali, come la riconnessione della Banca agricola russa (Rosselkhozbank) al sistema bancario di pagamenti internazionali Swift - da cui tutte le banche russe sono state sospese dalle sanzioni adottate nel giugno 2022 -, ma anche la fine degli attacchi ucraini a infrastrutture strategiche russe, come l’oleodotto che trasportava ammoniaca russa attraverso il distretto di Kharkiv, fatto saltare da un’operazione militare ucraina lo scorso 5 giugno.

Le richieste di Mosca rispetto alla Black Sea Grain Initiative includerebbero infatti il ripristino dell’utilizzo a pieno regime dell’oleodotto TogliattiAzot - attualmente danneggiato e in riparazione per i prossimi tre mesi-, principale canale di trasporto dalla città russa di Togliatti a quella ucraina di Odessa dell’ammoniaca utilizzata nella produzione di fertilizzanti, nonché la ripresa della fornitura occidentale alla Russia di macchinari agricoli, pezzi di ricambio ed accessori. In definitiva, l’obiettivo di Mosca sarebbe quello di sottrarre all’Ucraina la sua quota di mercato globale per materie prime come mais, grano e olio di semi di girasole, difendendo al contempo la sua buona reputazione di fornitore di fertilizzanti e prodotti agricoli a basso costo presso i Paesi poveri, soprattutto dell’Africa. Il settore agricolo, infatti, non sarebbe particolarmente profittevole in termini economici, ma costituirebbe una leva strategica sul piano internazionale, contribuendo a sponsorizzare l’immagine di una Russia potente e generosa nei confronti dei Paesi africani: una rappresentazione di successo a cui i Paesi occidentali, riuniti nella Global Alliance for Food Security - lanciata dal G7 a presidenza tedesca nel maggio del 2022 -, faticano a contrapporre una narrazione altrettanto convincente, nonostante l’annunciato sostegno di 12 miliardi di dollari alla sicurezza alimentare dei Paesi più vulnerabili e l’organizzazione di sei summit UE-Africa.

In definitiva, la potenziale ripresa della Black Sea Grain Initiative è solo uno dei pezzi del puzzle nella più generale partita giocata dalla Russia contro l’Occidente e viceversa, in cui Mosca vuole ottenere la parziale rimozione di alcune sanzioni indirette che hanno gravemente danneggiato il suo mercato dei fertilizzanti e le sue esportazioni agricole, mentre l’Occidente ha tutto l’interesse a ritrarre Mosca come il principale responsabile della crisi alimentare nel mondo per non cedere alle pressioni di riabilitare alcuni settori economici russi, ad oggi in piena recessione grazie all’impatto positivo delle sanzioni. In questo braccio-di-ferro, l’UE ha molte più carte della Russia da giocare, in quanto potrebbe potenziare i “corridoi di solidarietà” per il trasporto via terra in territorio UE del grano ucraino e assumersi il compito della sua redistribuzione nel mondo attraverso i propri porti in Romania e Bulgaria o lo sviluppo di porti ucraini alternativi, come quelli di Reni e Izmail su canali del Danubio a ridosso dei confini UE e lontani dalle zone di guerra. I costi iniziali aumenterebbero, secondo tutte le previsioni, tra i 12 e i 150 dollari a tonnellata di grano, ma rappresenterebbero un investimento in un’infrastruttura strategica che potrebbe garantire ai 2 milioni e mezzo di agricoltori ucraini – e con loro alla diplomazia occidentale – un altro tassello fondamentale verso la piena indipendenza da ricatti russi in futuro.

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