La Cina alla prova come potenza diplomatica nel conflitto in Iran
Gli Stati del Golfo chiedono un maggiore coinvolgimento cinese affinché eserciti la sua influenza nella sempre più intricata situazione conflittuale in Iran. L’analisi di Giorgio Cella
Nel mezzo dell'escalation conflittuale in Iran, gli Stati arabi del Golfo guardano, oltre che al loro principale alleato statunitense - così come lo hanno fatto anche negli scorsi anni - alla Cina, grande potenza in divenire e unico, vero competitor su vari fronti, della superpotenza americana. Lo scopo dei Gulf States è quello di far sì che Pechino dispieghi la sua influenza economica e geopolitica sull'Iran per una qualche soluzione circa la vitale questione per il commercio regionale (e globale) dello Stretto di Hormuz e per l’intera area del Mar Rosso. Questo accorato richiamo diplomatico, mette allo stesso tempo alla prova la capacità e la volontà di Pechino di esercitare pressioni su Teheran e di assurgere a pieno al ruolo di powerbroker diplomatico globale.
La volontà dei Paesi del Golfo di coinvolgimento di Pechino, deriva dalla situazione non cristallina in termini di strategia e tattica operata in questo frangente dall’Amministrazione Trump nei confronti del regime iraniano: una situazione che ha visto recentemente un aggravarsi della situazione tramite il coinvolgimento, in questo caso diretto e militare, dell’Arabia Saudita contro le milizie sciite filo-iraniane in Iraq. La situazione regionale diventa dunque sempre più imprevedibile e incerta, da qui la necessità di chiamare in causa la diplomazia cinese. La guerra, come si ricorderà iniziata con gli attacchi israelo-americani contro l'Iran il 28 febbraio, ha portato importanti danni al nemico regionale degli Stati del Golfo sia sul piano infrastrutturale, militare ed economico, ma ha allo stesso tempo avuto, come risposta militare da parte di Teheran, il bombardamento di infrastrutture petrolifere fondamentali vitali per le potenze del Golfo, portando a una conseguente limitazione delle esportazioni energetiche.
Con l'Iran che ora, insieme ai suoi alleati (quel che rimane dell’asse sciita, specificamente gli Houthi yemeniti), minaccia il canale di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz, gli Stati del Golfo - che hanno come alleato primario gli Stati Uniti ma che mantengono allo stesso tempo importanti relazioni bilaterali con la Cina di Xi Jinping[1] - hanno sentito il bisogno di richiedere un coinvolgimento anche della diplomazia cinese, che vanta influenza non solo su Teheran ma anche sugli Houthi.
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha in questo senso già avuto svariati colloqui e incontri con le controparti per tentare di giungere a un nuovo cessate il fuoco, mentre l'inviato speciale Zhai Jun ha tenuto colloqui diretti nelle capitali arabe del Golfo e in Iran. La posizione della Cina, in quanto maggiore acquirente di petrolio da tutto il Golfo e maggiore partner commerciale dell'Iran, presenta opportunità ma anche delle diversità di peso negli equilibri bilaterali.
Le realistiche ipotesi circa un maggior coinvolgimento cinese: tra aneliti diplomatici e realismo politico
Nel quadro della volontà, reiterata anche nei giorni scorsi da parte di Teheran, di mantenere il controllo sullo Stretto di Hormuz, i governi del Golfo sperano in ultima istanza che la Cina guidi Teheran verso un qualche tipo di soluzione negoziata. È plausibile pensare che, conoscendo le dinamiche della diplomazia cinese - che si muove sovente lentamente e con cautela, anche secondo i principi del confucianesimo - che i risultati, se vi saranno, non saranno immediati. Esiste tuttavia, come osservato da vari analisti negli ultimi anni, un altro discorso più realista per quanto concerne la posizione diplomatica cinese, che emerge e che si riscontra ad esempio nell’altro grande conflitto in Ucraina, ossia che Pechino nutra interessi nel prolungamento del conflitto su un piano strategico e di mutamento nei rapporti di forza globali: più il conflitto si protrae, più aumenta la pressione sugli Stati Uniti, esponendo gli stessi a un maggiore, relativo, logoramento. Niente di strano o sorprendente nella storia delle relazioni internazionali: i calcoli delle superpotenze prevalgono quasi sempre su altre forme di pensiero o d’azione. Pechino, difatti, si è per ora astenuta dal contestare pubblicamente in modo chiaro le minacce di Teheran alla libertà di navigazione nello stretto, alimentando i dubbi su quanto la Cina sia in realtà disposta a spingersi per garantire la sicurezza del Golfo e le sue esportazioni.
In conclusione, tenendo a mente tutte le dinamiche e le ipotesi sin qui descritte, rimane sullo sfondo l’andamento del conflitto e le mosse che gli Stati Uniti (e Israele) vorranno, o meno, implementare nei confronti dell’Iran da qui a settembre: se andare nel senso di una escalation militare o in quello opposto di una de escalation - operata tramite pressione economica, diplomazia e negoziati. Nel caso della prima eventualità, ossia un worst-case scenario che includa una invasione di terra di cui molto si è speculato negli ultimi giorni, difficilmente l’influenza geopolitica della Cina potrà risollevare le sorti di una regione che sarà verosimilmente, per il futuro prossimo, sempre più preda di dinamiche belliche e di conseguenti limitazioni e danni all’economia e al commercio regionale.
[1] La Cina ha sviluppato stretti legami commerciali e di investimento con i sei Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Bahrein, Oman, Qatar, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) a partire dal vertice Cina-Golfo del 2022.