Approfondimenti

La crisi di Cuba, Trump e la Dottrina Monroe

A latere della guerra in Iran, continua senza sosta la proiezione di potenza statunitense in America Latina: nei piani dell’amministrazione dopo il Venezuela c’è Cuba. L’ombra lunga della dottrina Monroe per l’egemonia nell’emisfero occidentale

In seguito alla rimozione dal potere del presidente venezuelano Nicolás Maduro - alleato di Cuba e allineato al gruppo BRICS - tramite l’operazione militare Absolute Resolve occorsa all’inizio di gennaio, le tensioni tra Cuba e Stati Uniti sono progressivamente aumentate. Oltre alle annose sanzioni in essere, Washington ha imposto un blocco petrolifero all'isola che ha provocato una grave situazione logistica e umanitaria: continui blackout, rifiuti ammassati nelle strade, scarsità di beni basici e crollo del turismo. Alla situazione in loco, si sommano le dichiarazioni di Trump, sempre più eccentriche ed esplicite circa un regime change o, quantomeno, verso una qualche forma di intervento degli Stati Uniti, militare o diplomatico, come vagamente dichiarato dallo stesso presidente statunitense. Trump ha infatti affermato di essere il presidente che avrà “the honor of taking Cuba in some form[1]. Nel frattempo, emergono notizie di negoziati segreti tra la CIA e il governo cubano in merito a una potenziale liberalizzazione dell'economia: una soluzione non militare appare quindi, nel momento in cui scriviamo, ancora tra le possibili eventualità.

Tra ostilità e diplomazia: il background storico dei rapporti bilaterali tra Stati Uniti e Cuba

Donald Trump non è il primo presidente statunitense a coltivare ambizioni espansionistiche nei confronti dell’isola caraibica. Gli Stati Uniti hanno infatti una lunga storia di tentativi di controllo dell'isola e di relazioni ostili con l’Avana, quantomeno dalla fine del regime di Batista e dall’inizio dell’era castrista negli anni ’50. Tuttavia, ben prima della guerra fredda, gli Stati Uniti avevano già piani imperialisti che risalgono alla metà del XIX secolo. Nel 1820, il presidente statunitense del tempo Thomas Jefferson, dichiarò che Washington avrebbe dovuto cogliere la prima occasione per annettere Cuba, al tempo colonia spagnola. Tre anni dopo, nell’anno della creazione della famosa Monroe Doctrine, sulla quale torneremo, l'allora Segretario di Stato e influente diplomatico John Quincy Adams (nonché anch’egli futuro presidente degli Stati Uniti) osservò come una Cuba una volta liberata dal controllo spagnolo, potrà gravitare solo verso Washington, quasi si trattasse di una legge inevitabile. Vari i tentativi da parte di Washington lungo il XIX secolo, non riassumibili in questa sede, di estendere la propria proiezione su Cuba al fine di estromettere la presenza spagnola, financo compresa la richiesta di acquisto dell’isola, offerta sempre rifiutata da Madrid. L’opzione acquisto si perse tuttavia nei meandri della storia, in quanto, come noto, nel 1898 gli Stati Uniti decisero per la presa di Cuba manu militari, ponendo fine alla lunga contesa ispano-americana per l’isola così strategica per Washington e, al tempo, così importante per la sopravvivenza di un qualche status di potenza coloniale della Spagna. La vittoria militare del 1898 segnò il tramonto dell'impero coloniale spagnolo nelle Americhe e l'inizio della piena ascesa degli Stati Uniti come potenza continentale.

Passando al secolo breve, gli avvenimenti geopolitici che ebbero Cuba protagonista, segnarono la storia della guerra fredda nonché la storia del ‘900 tout court: pensiamo all’embargo del 1960 voluto dal presidente Dwight D. Eisenhower o allo sbarco della Baia dei Porci nel tentativo di rovesciare il regime castrista, il cui fallimento condusse l’Avana sempre più vicina all’Unione Sovietica.

Proprio nel 1962 occorse la celebre crisi dei missili di Cuba, uno degli eventi più iconici dello scontro bipolare, che diffuse nell’opinione pubblica internazionale del tempo il terrore di un potenziale scontro nucleare. Una volta rientrata la crisi tramite la saggia intesa diplomatica personale tra Kennedy e Chruščëv, gli sforzi di Washington per eliminare Castro proseguirono tramite diversi piani di assassinio: tentativi falliti che ebbero l’effetto contrario di compattare la nazione attorno a Castro.

Cuba sempre più fragile dopo il raid in Venezuela. La grand-strategy di Washington per le Americhe

Nei decenni successivi, le relazioni bilaterali sono migliorate due volte, in specie sotto due amministrazioni: quella di Jimmy Carter alla fine degli anni '70 e quella di Barack Obama nella seconda decade del XXI secolo. L’amministrazione Trump I, e ancor più l’attuale, hanno invece cambiato marcia verso un approccio più muscolare. Agli inizi di gennaio, in seguito all’azione militare in Venezuela, Trump ha affermato che Cuba era pronta a cadere, aumentando la pressione sull'isola bloccando i flussi di petrolio estero, compresi quelli venezuelani, fondamentali per l’Avana. Come accennato, il mese scorso, la retorica del presidente statunitense sul destino di una Cuba in forte crisi economica ed energetica, ha visto una pesante escalation in termini di dichiarazioni ufficiali. Sebbene il governo e il controllo delle forze armate cubane sull’isola siano ancora stabili, il malcontento popolare cresce progressivamente. Aldilà delle cronache del giorno, è il più amplio piano di fondo, la grand strategy di Washington che importa per comprendere i vari passi geostrategici che gli Stati Uniti stanno effettuando nell’emisfero delle Americhe. Si tratta della riattivazione della sempiterna dottrina ottocentesca emersa dalla visione strategica del presidente James Monroe, espressa in un suo storico discorso del 1823, che identificò l’intero emisfero occidentale come zona d’influenza statunitense, dal quale le potenze europee dovevano essere tassativamente estromesse. Mutatis mutandis, il nucleo della dottrina in questione, radicata nella visione geopolitica statunitense, non è cambiata. Sono mutati invece i rivali strategici che Washington desidera estromettere: non più le potenze europee, bensì quelle dei BRICS, Cina in primis. Una dottrina che, come si evince da quanto sin qui ricostruito, pochi possono comprendere meglio del popolo e dei politici di Cuba, oggi di nuovo nel mirino di tale secolare strategia. Tra questi, non dimentichiamo uno dei figli più noti della diaspora cubana, il Segretario di Stato Marco Rubio, figlio di immigrati cubani e da sempre falco nei confronti delle policies da utilizzare nei confronti dell’Avana e degli altri regimi socialisti della regione. Per concludere con le sue stesse parole, che riflettono i destini incerti dell’isola, Rubio si è così espresso: “Se vivessi all'Avana e fossi al governo, sarei almeno un po' preoccupato”[2].


[1] Trump predicts he will have ‘honour of taking Cuba’ amid power blackout, The Guardian,

https://www.theguardian.com/wo...

[2] Cosa succederà dopo l’attacco statunitense al Venezuela, N. Chapuis, Le Monde, https://www.internazionale.it/...

Approfondimenti

Una tigre di carta o un leone di ferro?

Storia, strategie, problemi, passato e futuro della Nato dal 1949 a Trump. L’analisi di Ettore Maria Colombo

Leggi l'approfondimento
Approfondimenti

Nord Africa sotto pressione: gli effetti economici della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran

Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran sta incidendo sulla stabilità del Nord Africa principalmente attraverso i canali economici. Mercati energetici, sistemi alimentari e finanze pubbliche risultano esposti a shock esterni che mettono in evidenza le vulnerabilità strutturali della regione.

Leggi l'approfondimento