Le parole sono importanti
La violenza lessicale insita nelle ‘nuove guerre’ e la ‘neo-lingua’ del Potere militare. Il punto di vista di Ettore Maria Colombo
Cosa vogliono dire, oggi, parole come ‘cessate il fuoco’, ‘tregua’, ‘armistizio’, ‘trattative di pace’? L’uso, sempre più violento, che viene fatto delle parole ne vanifica, stravolge o confonde il loro stesso significato. Non è solo una conseguenza diretta di parole ‘violente’, quelle che indicano le nuove guerre, stravolgendo, oltre alle regole, codificate da secoli, dei Diritto internazionale, anche il significato e il significante del linguaggio. Ma anche una loro giustificazione e legittimazione post quem che finisce per rendere più accettabili, oltre che più facili, le guerre stesse, bypassando a pié pari secoli di codificazione, stratificazione, usi e consuetudini di parole ‘diplomatiche’.
Le parole, cioè, non servono più a chiarire il quadro reale della situazione, anche se e seppure da una logica di parte, ma a renderlo sopportabile, pur nella sua palese incoerenza. E così, le parole, cioè la ‘grammatica’ stessa della Politica, non servono più a chiarire dei dati di fatto reali e urgenti, ma a renderli ‘accettabili’, a prescindere dal dato di realtà. Le opinioni pubbliche perdono i loro anticorpi e capacità di individuare, secondo la famosa logica del ‘discernimento’, non solo cosa sia giusto, ma anche cosa sia davvero ‘reale’. Esposte come sono a una ‘lingua’ che dismette il sentirsi in dovere di proclamare e dimostrare una propria ‘coerenza’, ma che fa, anzi, della contraddizione, la sua vera Tecnica.
Il “potere delle parole”, cioè, si verifica, ancora una volta, come decisivo e, al tempo stesso, urticante. A seconda di come (e perché) le ‘parole’ vengono usate, nell’arte della guerra, cambiano di senso a seconda dell’epoca storica. Ma se anche la lingua ‘normalizza’ le guerre, deformando la realtà dei fatti, urge ragionare sull’uso delle parole. Come diceva (anzi, ‘urlava’) il regista Nanni Moretti, nel film “Palombella rossa” (1989), “Chi parla male, pensa male, vive male. Bisogna trovare le parole giuste. Le parole sono importanti! Le parole uccidono!”. Vediamo come le parole pesano e cambiano, alla radice, la realtà stessa delle cose.
Guerre che non finiscono, paci che non iniziano. La Terza Guerra del Golfo complica e confonde la realtà.
Su tutti i canali all news del Mondo e su tutti i siti Internet, o sui giornali (per chi ancora li legge), gli spazi, servizi e approfondimenti dal Golfo riportano sempre la stessa testatina e, dunque, la stessa dicitura: “guerra nel Golfo”. La parte per il tutto, come si usa dire. Infatti, formalmente, da diverse settimane, quasi due mesi, è in atto una ‘tregua’, cioè una sospensione delle ostilità tra Usa e Iran. Inoltre, per due volte, si sono tenuti ‘negoziati di pace’ a Islamabad (Pakistan). Il ‘cessate il fuoco’ tra Usa e Iran è entrato in vigore l’8 aprile e, formalmente, ancora in vigore. Le ‘trattative di pace’ si sono tenute ad Islamabad (Pakistan), in due round (tra l’11 e il 13 aprile e poi tra il 21 e il 22 aprile). Una trattativa esile, sfibrante e che, presto, si è sfilacciata fino al punto che un terzo round, ad oggi, non solo non c’è stato ma non è neppure alle viste. Non sono stati neppure, i colloqui di Islamabad, delle vere ‘trattative di pace’, ma delle semplici mediazioni. Incontri e abboccamenti ‘indiretti’ che non hanno prodotto risultati utili, causa la enorme distanza registrata dalle parti in causa.
Non sono mancate, nel frattempo, dichiarazioni, atti ostili, provocazioni e attacchi militari veri e propri, sia nel vitale stretto di Hormuz che sui Paesi arabi, nello stesso Iran. Per non dire del fatto che la ‘tregua’ in atto riguarda Usa e Iran, ma non Israele e Iran che sono ancora, di fatto, in guerra e hanno solo smesso di attaccarsi reciprocamente sui propri rispettivi territori. Stati che ‘non’ si riconoscono a vicenda e negano, l’uno all’altro, ogni tipo di legittimità e sovranità.
Infine, Israele, durante l’intero periodo della cessazione delle ostilità, non ha mai dismesso - anzi, ha intensificato – massicce operazioni militari contro Hezbollah, in Libano. Per paradosso, l’invasione del Libano, da parte di Israele, è iniziata proprio l’8 aprile, quando è scattata la tregua tra Usa e Iran. Sempre per paradosso, la tregua dell’8 aprile è scattata poche ore dopo che Trump, pronunciasse ‘apocalittiche’ (“Una intera civiltà morirà stanotte…”).
Il ‘cessate il fuoco’ va letto così. Non come il ‘ritorno’ della Politica, ma come la prova ulteriore della sua ultima deformazione. Esso non viene, infatti, presentata come la semplice, e corretta, sospensione dei bombardamenti, peraltro legata alla riapertura, definita “immediata e sicura” (mai arrivata) dello stretto di Hormuz, dopo i colloqui di pace, ma come un semplice ‘passaggio’ che pretende vere ‘garanzie’, in attesa di un accordo (veri colloqui di pace?) in cui i contendenti pretendono ‘garanzie’, compensazioni e un accordo (presunto) stabile. Insomma, il ‘cessate il fuoco’ c’è e non c’è. Le trattative di pace, forse mai iniziate, sono quantomeno in stand-by, tutto potrebbe, già oggi, cambiare.
Per fortuna (si fa per dire…) la ‘guerra’ vera, che potrebbe riprendere da un giorno all’altro, almeno sappiamo quando è iniziata, sia nella forma che nella sostanza. Come si sa, quella che viene, ormai, più comunemente chiamata la “Terza Guerra del Golfo” (dopo la Prima e la Seconda) è iniziata il 28 febbraio scorso con un massiccio attacco (aereo e missilistico) congiunto di Usa e Israele sull’Iran.
Quando le guerre non vengono più ‘numerate’, ma sono chiamate con i nomi delle rispettive operazioni militari.
Forse per pudore, forse per mancanza di fantasia, le guerre, normalmente, vengono ‘numerate’ e sono sempre state battezzate e chiamate, in modo scontato ma efficace, con i loro numeri o, al massimo, con l’area geografica di appartenenza, cioè del luogo geopolitico in cui si svolgono. In ogni caso, in forma tautologica. Vale nelle guerre antiche (guerra del Peloponneso tra Sparta e Atene, guerre persiane, tra Grecia e Persia, guerre puniche, tra Roma e Cartagine, etc.), dove si preferiva indicare il luogo o l’area. Vale nelle guerre medioevali (guerre tra Stato e Chiesa), come nelle guerre moderne che, essendo guerre tra Stati, preferiscono indicare i principali contendenti in lotta oppure la durata (concreta) della guerra stessa (la guerra dei Cento anni, tra Francia e Inghilterra, e la guerra dei Trent’anni, tra Impero e Francia, oltre che tra cattolici e protestanti), oppure limitarsi ai nomi dei contendenti (guerra franco-prussiana, guerra russo-turca, guerra russo-giapponese) o sempre limitarsi al luogo o teatro (guerre balcaniche, etc.). Solo in alcuni, sporadici, casi le guerre assumono nomi propri (guerre napoleoniche), causa la rilevanza e il numero (notevole) di chi le fa (l’imperatore Napoleone Bonaparte).
Nell’età contemporanea, lo sconvolgimento drammatico prodotto da ben due Guerre Mondiali, la Prima e Seconda, le fa numerare in modo banale, quasi a indicare un pudore. Persino la Guerra Fredda (combattuta, pur senza scontri aperti, tra Usa e Urss) ha un nome, appunto, freddo. Come pure le guerre ‘locali’ che si incastonano in essa (guerra del Vietnam, guerra in Afghanistan). E, anche dopo il crollo del Muro di Berlino, le principali guerre avvenute (Prima e Seconda Guerra del Golfo) prendono i nomi dai luoghi in cui sono state, effettivamente, combattute. Anche se, va detto, il lancio dell’operazione (politica, mediatica, ideologica, oltre che militare) “guerra al terrorismo” prende un nome che, già in sé, rappresenta un programma. Insomma, è nella figura di G. W. Bush, detto ‘Bush jr.’, che va ritrovato uno scarto, uno iato, davvero significativo, antesignano dell’attuale modo di indicare (e, dunque, concepire, ma anche propagandare) le “nuove guerre”.
L’espressione “guerra al terrorismo” (in inglese “war on terror” o “global war on terrorism”), coniato dalla amministrazione Bush dopo gli attacchi terroristici portati da Al Qaeda l’11 settembre 2001 nel cuore degli Usa, e poi rilanciato dai media di tutto il Mondo, diventa anche uno slogan politico usato per giustificare vere e proprie guerre, semplici operazioni militari, invasioni, attacchi, alleanze.
Il nuovo scarto – semantico, culturale, politico, ideologico – arriva, però, solamente negli ultimi due anni, sotto la nuova amministrazione Trump. Le guerre, infatti, hanno ormai iniziato a chiamarsi con i nomi delle operazioni militari. Nomi che, un tempo, erano un puro gergo tecnico-militare, oggi sono assurti a rango diplomatico e pubblico, sempre più esotici e immaginifici. In Usa l’operazione del 28 febbraio 2026 è ribattezzata “Epic Fury” (“Furia epica”), in Israele “Lion roar” (“Ruggito del leone”), e l’Iran risponde con “Vera promessa 4” (dal farsi “Va'de-ye Sadeq”).
Il precedente è la guerra Iran-Israele del 2025, nota come “guerra dei dodici giorni” (12 giugno – 24 giugno), cui gli Stati Uniti partecipano, in appoggio a Israele contro l’Iran, ribattezzata con il nome delle rispettive operazioni militari: negli Usa, “Midnight Hammer” (“Martello di Mezzanotte”), in Israele “Rising Lion” (“Leone che si solleva”).
Ad oggi, non è neppure chiaro se, quella in corso, è una ‘guerra’ dichiarata o soltanto una ‘operazione militare’. Le guerre – che, per interi millenni sono state chiamate, e definite, con nomi neutri, semplici, quasi banali - diventano “operazioni militari” dai nomi altisonanti e iperbolici che servono a camuffare quello che realmente sono: guerre.
“Operazione speciale” e “operazione militare”. Le nuove guerre (2022-2026) e i problemi che pongono.
Va detto, tuttavia, per non gettare troppe croci e colpe su Trump (che pure ne ha molte), che lo slittamento di senso è precedente all’attuale guerra o ‘operazione speciale’ in Iran. Il vero ‘turning point’, infatti, va retrodatato a partire dall’invasione della Russia all’Ucraina (22 febbraio 2022), definita da Mosca come “operazione militare speciale”. E’ da quel momento in poi che il manto di ipocrisia copre le parole, svuotandole di senso, e prevale non solo sui campi di battaglia, ma anche nel modo di presentare, davanti alle opinioni pubbliche, quelle che sono delle vere ‘guerre’.
Partiamo, dunque, dal primo, vero, slittamento semantico, l’aggressione russa all’Ucraina. La guerra, una vera, ‘classica’, guerra di conquista per ottenere, con la forza, territori altrui (le province del Donetsk e del Donbass), è iniziata il 22 febbraio 2022, al netto della violazione di ogni basilare regola del Diritto internazionale, che prevede la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati, essa non ha visto, da allora, un giorno solo di vera tregua e non vi altro modo di definirla se non, appunto, come ‘guerra’.
Il “potere delle parole”, da allora, normalizza le guerre. L’Occidente chiama ‘guerra’ quella che, per il popolo russo come per molti altri Paesi del Mondo (la Cina, i Brics, etc.) è una “operazione militare speciale”. D’altro canto, Usa, Israele e il mainstream del pensiero occidentale si rifiuta di definire ‘guerra’ ciò che, per l’Iran come i Paesi del Golfo, guerra è. A seconda di dove vivi, sai – o, almeno, ritieni – che stai vivendo in uno scenario di guerra o suoi affini…
Dalla “guerra preventiva” all’“attacco preventivo”. L’innovazione nel linguaggio dell’amministrazione Bush
Ma il precedente scarto semantico che riguarda anche oggi, attiene sempre alla più grande potenza militare del Mondo. Sono gli Usa a passare dal concetto di ‘guerra preventiva’ (II Guerra del Golfo, Iraq 2003) a quello, assai più brutale, di ‘attacco preventivo’ (le operazioni in Iran 2025 e 2026).
La Terza guerra del Golfo (dopo la Prima e la Seconda, condotte dagli Usa, ma contro l’Iraq, nel 1991 e 2003) è stata ‘venduta’ al Mondo come ‘operazione militare’. Ma è sempre con Bush che le definizioni cambiano di senso. Bisogna partire dall’uso ambiguo del termine guerra “preventiva”, una minaccia percepita come imminente, e proveniente da altri Paesi, che può essere sfruttata a pretesto per muovere attacchi preventivi. Il concetto di “guerra preventiva”, pur essendo presente fin dall’epoca greca e romana, trova la sua attuale, e nuova, formulazione nella dottrina strategica dell’amministrazione Bush, dopo l’11 settembre 2001, che la applica nel conflitto in Iraq del 2003. In quel caso, la ragione dell’attacco viene giustificata dalla presunta detenzione di “armi di distruzione di massa”, ipotesi falsa. La “dottrina Bush” (dal discorso all’accademia militare di West Point del I giugno 2002) offre grande rilevanza al concetto di “guerra preventiva” e viene poi ufficializzata nei documenti della “Strategia di sicurezza nazionale” degli Usa, per giustificare, post quem, le guerre degli Usa in Afghanistan (2001) e Iraq (2003).
Restando sul terreno del linguaggio, si assiste all’uso improprio del termine “preventivo”. La prima ambiguità è che, in italiano, spesso si traducono come “preventivo/a” termini del linguaggio, in inglese, differenti tra di loro: “preemptive” e “preventive”. Il termine “preemptive”, così come nell’espressione “preemptive war/strike”, è un attacco militare giustificato dalla certezza che il Nemico è sul punto di un attacco. Per “preventive war” si intende un attacco militare iniziato nella convinzione che l’attacco del nemico, pur non essendo imminente, è inevitabile: temporeggiare comporta, a lungo periodo, danni maggiori. Ma poiché manca del carattere di imminenza, sarebbe meglio tradurre, in italiano, l’espressione “preventive war” con “guerra precauzionale”. Le guerre precauzionali (“preventive”) e gli attacchi preventivi (“preemptive”) sono attività rischiose: lo Stato che ne fa uso ritiene impossibile una soluzione diplomatica, ma le decisioni prese a riguardo sono discutibili e le guerre “precauzionali” controverse, quantomeno sul piano del Diritto internazionale e delle sue regole, codificate da secoli, che però qui non tratteremo.
Ma se le guerre ‘precauzionali’, come gli attacchi ‘preventivi’ possono avere successo, in determinate circostanze, la distinzione tra guerra preventiva (preemptive) e guerra precauzionale (preventive) non è affatto, ovviamente, solo una questione di pura semantica. La guerra preventiva (“preemptive”), in buona sostanza, è più facile da giustificare: rientra nella nozione di autodifesa. A metà tra la legittima difesa e l’uso della forza per fini umanitari, la guerra preventiva può ritenersi un’accezione del diritto di autotutela invocato dagli Stati e, per parte della dottrina, può definirsi come legittima tutela preventiva. Ma rappresenta un illecito internazionale che viola la Carta dell’ONU, né è codificata dai trattati e dalle convenzioni internazionali, come indica l’articolo 2, paragrafo 4, che vieta la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, pur se contemperato con l’articolo 51 che prevede il diritto all’autodifesa degli Stati.
L’uso violento delle parole che svuotano il linguaggio.
Tornando al punto che qui ci interessa, e cioè non volendo disquisire di legittimità o meno di un intervento armato, secondo i canoni del diritto internazionale, va notato, come scrive Francesca Mannocchi su la Stampa del 9 aprile scorso, che “Il collasso del linguaggio diventa funzionale e utile a una Politica e scelte politiche, strategiche, militari di governo. L’uso della forza viene presentato e giustificato in via esclusiva. La violenza verbale diventa il modo in cui il linguaggio pubblico smonta i luoghi della mediazione e li presenta come gusci vuoti, scenografie senza sostanza, organismi che non contengono più la forza, la rincorrono”.
Il problema non è solo la violenza verbale, ma il modo con cui il nuovo linguaggio pubblico smonta i luoghi della mediazione, li declassa, li presenta come gusci vuoti, scenografie senza sostanza, organi che non contengono la Forza, ma la rincorrono. Lo iato è che la Politica non spiega più cosa è stato ottenuto, si limita a proclamarlo e basta.
Questa ‘grammatica’ ritorna, prepotentemente, sempre più aggressiva e spoglia, oltre che profondamente cangiante. Sia gli Usa che Israele definiscono l’attacco all’Iran come “preventivo”. Una parola decisiva che contiene, da sola, il rovesciamento del Diritto, oltre che quello del linguaggio. La parola stessa (“preventivo”) suggerisce si tratti di una forma/formula anticipata di ‘autodifesa’, cioè una necessità imposta da una minaccia che non si è ancora materializzata, ma presentata come sufficiente a fondare l’uso della Forza. Il concetto stesso di ‘diritto internazionale’ non viene solo negato, in modo frontale e smaccato, ma viene piegato ai propri scopi, sempre usando le parole. L’autodifesa diviene un concetto ‘elastico’, abbastanza largo da imporre, dentro essa, una guerra ‘di scelta’, non certo necessitata. La lingua, oltre il diritto, non delimita né codifica più nulla.
Ogni volta, cioè dopo o durante ogni operazione militare, il salto logico, politico, ideologico, risulta sempre lo stesso: la Politica abbandona ogni sua misura, perde ogni rapporto con ogni suo limite, smette di parlare per immagini e ‘parla’ solo per iperboli che diventano terminali o apocalittiche. Non serve a preparare un negoziato o una possibile vittoria, non rende chiari i rapporti di forza, non definisce neppure un presunto interesse strategico, ma opera per trasformare il conflitto in una scena apocalittica, in un ‘Armageddon’ (più sbandierato che reale) e soprattutto chiede all’opinione pubblica di adottarne i parametri come fossero normali.
La ‘neo-lingua’ del Potere non solo mente: ha già vinto.
Questa ‘neo-lingua’ del Potere non è solo brutale, ma lavora non per sottrazione, ma per saturazione, e ripete formule così estreme e radicali tali da rendere del tutto irriconoscibile lo scarto tra ciò che viene detto e ciò che accade. Il problema è che la contraddizione, insita nelle parole, viene assorbita, normalizzata e resa amministrabile. Si tratta di una “lingua di sicurezza” tecnica e la sua apparente razionalità la fa percepire come efficace, oltre che necessitata. Ma se la minaccia nucleare comprende ‘tutto’ (il nucleare, i missili, la capacità di blocco dello stretto di Hormuz), allora la guerra non può ‘finire’ mai, per davvero. Non esiste più un obiettivo politico circoscritto, verificabile, che conta costi e rischi di eventuali azioni (militari e politiche), ma solo una ‘promessa’ di sicurezza così ampia da giustificare un conflitto (armato) privo di perimetro, oltre che di ‘ragione’. E così, il lessico di una gestione – presunta ‘razionale’ – di una crisi, o anche di una guerra, finisce per produrre lo stesso effetto apocalittico richiamato nelle parole di Trump: allargare a dismisura senza criterio il mandato della Forza.
Ne consegue che il ‘cessate il fuoco’, l‘armistizio’, la ‘tregua’, diventano oggetto di interpretazioni divergenti, un perimetro mobile che ne svuotano la sostanza. E anche la parola ‘magica’ che dovrebbe contenere la guerra, la ‘pace’ finisce sempre più pericolosamente per somigliare alla guerra, e cioè – in teoria – al suo contrario. Diventa, la pace, presunta, provvisoria, equivoca, incerta e, sicuramente, pronta a rompersi nuovamente al primo attrito. Tutto ciò produce un effetto preciso: il diritto internazionale appare sempre più non violato, ma superato.
E il diritto stesso diventa un intralcio formale, non solo un limite sostanziale: la guerra non ha più bisogno o necessità di giustificarsi (e, tanto meno, di proclamarsi) fino in fondo, importa solo che venga ritenuta ineluttabile e necessaria. Il punto finale non riguarda soltanto Trump o gli ayatollah, ma la condizione delle nostre stesse democrazie, poste davanti a una ‘lingua ‘politica che capovolge il reale e la storia. Una lingua che chiama ‘negoziato’ un tavolo aperto (e presunto) fatto sotto le bombe o la minaccia di nuovi attacchi (e nuove bombe). Che chiama ‘prevenzione’ una guerra fatta, anche se non dichiarata, senza una cornice legale chiara e definita. Che definisce ‘tigri di carta’ le istituzioni internazionali (ONU, Nato, Ue), quando provano a rallentare quella stessa escalation di guerra non dichiarata ma reale, concreta, pronta a riaccendersi in ogni momento. Che definisce come ‘cessate il fuoco’ una semplice pausa nelle ostilità. Che non riesce a chiudere tutti i fronti aperti. Una lingua che non sta solo ‘mentendo’, come conclamato, ma sta producendo un ambiente morale, internazionale e anche interno, sempre più fragile, esposto, incerto e sempre più disponibile ad accettare che il Potere ‘dica’ e ‘produca’ lo stato del Mondo, invece di capirlo e, dopo, di spiegarlo. E’ ovvio che, ogni volta che ciò accade, la ‘guerra’ ha già vinto gran parte della battaglia, nelle menti dell’opinione pubblica, prima ancora che debba vincerla sul suo terreno. Come si vede, anche la lingua ha il suo Potere, nelle guerre.