La Fase Due a Gaza è un test per la governance internazionale
L’avvio della Fase Due del piano statunitense su Gaza segna il passaggio da una gestione emergenziale a un tentativo strutturato di transizione politica. Il punto di Daniele Ruvinetti
L’annuncio dell’avvio della Fase Due del piano statunitense per Gaza rappresenta un passaggio significativo nel tentativo di trasformare il cessate il fuoco in un processo strutturato di transizione politica, sicurezza e ricostruzione. In questa nuova fase, il fulcro dell’architettura delineata da Washington è costituito dall’istituzione del National Committee for the Administration of Gaza (NCAG) e dal rafforzamento del Board of Peace, organismo incaricato di fornire indirizzo strategico, coordinamento internazionale e supervisione complessiva del percorso post-conflitto, in coerenza con la Risoluzione 2803 (2025) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La Fase Due si configura dunque, almeno nelle intenzioni, come un cambio di paradigma: dal contenimento delle ostilità alla costruzione di una governance transitoria di tipo tecnocratico, accompagnata da un quadro di sicurezza multilaterale e da un’agenda di ricostruzione economica.
La nomina di Ali Sha’ath alla guida del NCAG risponde a questa impostazione, puntando su una leadership orientata alla gestione amministrativa, al ripristino dei servizi essenziali e alla riattivazione delle istituzioni civili, con l’obiettivo di stabilizzare la vita quotidiana e creare le condizioni per una governance sostenibile nel medio periodo. Il passaggio alla Fase Due avviene, tuttavia, in un contesto segnato da risultati disomogenei della Fase Uno. Il cessate il fuoco ha contribuito a ridurre l’intensità delle operazioni militari e ha consentito progressi sul fronte degli scambi di prigionieri, anche se non ha prodotto una piena normalizzazione delle condizioni sul terreno. Alcuni obiettivi chiave, come il completo ritiro militare, la totale apertura dei corridoi umanitari e la stabilizzazione delle linee di controllo, sono rimasti parzialmente incompiuti, evidenziando la complessità di tradurre intese politiche in effetti immediati e verificabili. Allo stesso modo, anche il disarmo di Hamas è sostanzialmente bloccato (anche perché il gruppo conserva una dimensione clandestina).
È su queste criticità che la Fase Due intende intervenire, spostando l’attenzione dalla gestione dell’emergenza alla costruzione di meccanismi di lungo periodo, nei quali la demilitarizzazione, la riorganizzazione delle strutture di sicurezza e la ricostruzione economica risultano elementi strettamente interdipendenti. In questo quadro, il Board of Peace costituisce l’elemento più innovativo dell’architettura proposta. Presieduto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il Board è concepito come una piattaforma di coordinamento strategico capace di mobilitare risorse finanziarie, garantire accountability e assicurare coerenza tra le diverse dimensioni dell’intervento internazionale. La composizione del suo Executive Board, che riunisce figure con esperienza diplomatica, finanziaria e multilaterale, riflette l’ambizione di integrare capacità politiche, strumenti di investimento e visione di sviluppo, mentre la nomina di un Alto Rappresentante per Gaza mira a rafforzare il collegamento operativo tra il livello strategico e le dinamiche sul terreno. Al tempo stesso, la struttura del Board articolata su più livelli, da un vertice politico composto da capi di Stato fino a strutture esecutive dedicate, incluso un Gaza Executive Board, introduce interrogativi sulla delimitazione dei mandati e sulla relazione con le istituzioni multilaterali esistenti. Pur essendo formalmente autorizzato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza per il contesto di Gaza, il Board rappresenta un esperimento di governance internazionale a forte impronta politica, la cui efficacia dipenderà dalla capacità di cooperare in modo complementare, e non competitivo, con il sistema delle Nazioni Unite.
Il nodo centrale della Fase Due resta tuttavia la questione della sicurezza. La prevista International Stabilization Force è chiamata a garantire un ambiente sufficientemente stabile per consentire l’avvio della ricostruzione e il funzionamento delle istituzioni civili, sostenendo al contempo un processo di demilitarizzazione che rappresenta una condizione necessaria ma politicamente sensibile. Il disarmo degli attori armati non statali richiederà un equilibrio delicato tra fermezza operativa, inclusività politica e coordinamento regionale, in un contesto nel quale la sicurezza resta strettamente intrecciata alla legittimità del processo di transizione. In questo scenario, il posizionamento dell’Unione Europea assume una rilevanza specifica.
Queste dinamiche, viste da un’ottica europea, suggeriscono la necessità di mantenere un equilibrio tra sostegno politico al processo e salvaguardia del quadro multilaterale. Bruxelles ha accolto positivamente l’avvio della Fase Due, ribadendo la disponibilità a sostenere il processo attraverso strumenti umanitari, diplomatici e di cooperazione, e sottolineando l’importanza del riferimento al quadro multilaterale delle Nazioni Unite e al coinvolgimento dell’Autorità Nazionale Palestinese. Tale approccio riflette l’interesse europeo a contribuire alla stabilizzazione di Gaza, preservando al contempo la centralità del diritto internazionale e della dimensione multilaterale. Parallelamente, il ruolo degli attori regionali, in particolare Egitto, Qatar e Turchia, resta essenziale sia come garanti politici sia come facilitatori operativi, contribuendo a conferire alla Fase Due una dimensione regionale indispensabile per la sua sostenibilità.
Nel suo complesso, la Fase Due del piano per Gaza rappresenta un tentativo ambizioso di passare dalla gestione del conflitto alla costruzione di un ordine post-bellico funzionale. Il successo di questo passaggio dipenderà dalla capacità del Board of Peace di operare come piattaforma inclusiva e coordinata, dalla credibilità della governance tecnocratica palestinese e dalla creazione di un quadro di sicurezza efficace e condiviso. In un contesto ancora fragile, la sfida principale resta quella di trasformare un’architettura istituzionale complessa in risultati tangibili per la popolazione, preservando al tempo stesso la legittimità internazionale e la sostenibilità politica del processo di transizione.