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La GERD nelle dinamiche del Mediterraneo allargato

di Daniele Ruvinetti

Come potrebbe incidere la GERD, la Grand Ethiopian Renaissance Dam, sugli equilibri geopolitici dell’Africa settentrionale? Il punto di vista di Daniele Ruvinetti

Il governo egiziano ha dichiarato di essere favorevole a riprendere i negoziati sulla contestata Grand Ethiopian Renaissance Dam, GERD, la Grande diga sul Nilo Azzurro, nella regione di Benishangul-Gumuz in Etiopia, circa 15 chilometri ad est del confine con il Sudan.

Attorno all'infrastruttura si snoda una delle più importanti dinamiche geopolitiche dell'Africa settentrionale, che tocca l’area strategica del Corno d'Africa e si sovrappone a due contesti critici. Il primo riguarda la guerra nel Tigray; l'altro è la destabilizzazione del Sudan, dove la rottura istituzionale è solo parzialmente recuperata.

Come affermato dal primo ministro egiziano Mostafa Madbouly in una recente dichiarazione, il Cairo è interessato a raggiungere un accordo legalmente vincolante sul riempimento e il funzionamento della GERD, che assicuri gli interessi dell'Etiopia nella produzione di elettricità e nello sviluppo sostenibile senza danneggiare i paesi a valle, ossia l'Egitto e il Sudan. La questione è cruciale per il governo egiziano: le acque del Nilo, l'oro blu, sono l'elemento su cui si basa la storia egiziana – e per il futuro, con il riscaldamento climatico e le siccità conseguenti, rappresenteranno un tema sempre più centrale.

L'Egitto si è più volte detto pronto a tutto affinché la portata dell’acqua che scorre a valle non sia modificata. Il presente chiama: il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha recentemente rivelato che il suo paese ha raggiunto la fase di povertà idrica con meno di 500 metri cubi di acqua pro capite all'anno. Parlando ai giornalisti stranieri a margine della quarta edizione del Forum Mondiale della Gioventù a Sharm el-Sheikh il 13 gennaio, al-Sisi ha fatto notare che se il volume d'acqua che cade sugli altipiani etiopici (un totale di 900 miliardi di metri cubi l'anno) verrà trattenuto in gran parte dall'invaso creato dalla diga, le quote d'acqua che arriveranno in Egitto e Sudan saranno terribilmente ridotte.

È una problematica enorme mentre la popolazione egiziana (il più grande paese del Nord Africa e del mondo arabo) continua a crescere. La demografia, come noto, è un fattore per un paese che vuole costruirsi il ruolo da potenza regionale: ma come è possibile essere una potenza se i propri cittadini soffrono la sete? A monte, l'Etiopia sa che con le turbine idroelettriche collegate allo sbarramento fluviale potrà produrre energia – si stima attorno ai 6 mila megawatt –, e anche questa rappresenta un fattore politico cruciale davanti alle collettività etiopiche (divise in diverse etnie, spesso irrequiete e critiche sulla condotta politica del governo anche per via del conflitto tigrino), oltre che un asset decisivo per accelerare lo sviluppo del paese – che fino a poco più di due anni fa era destinato a diventare un punto di riferimento, una guida per la crescita del continente africano.

"L'Etiopia ha l'ambizione di costruire un'economia moderna basata sull'agricoltura, la produzione e l'industria. È impegnata a sviluppare le infrastrutture sociali con un'istruzione di qualità, sistemi sanitari e la fornitura di acqua pulita per il suo popolo", scriveva su Twitter all'inizio del mese il premier etiope Abiy Ahmed, spiegando: "L'elettricità è un'infrastruttura di base che manca in Etiopia e oltre il 53% dei miei concittadini o circa 60 milioni di persone non ne hanno accesso". È il senso strategico della diga.

Una tempestiva ripresa dei negoziati sarebbe funzionale ad una ridefinizione delle dinamiche che ruotano attorno al riempimento dell'invaso, con l'obiettivo di accelerare la risoluzione delle controversie tecniche e legali al fine di raggiungere un accordo giusto, equilibrato ed equo. Che il Cairo parli di riaprire i negoziati è un segnale positivo se si considera che fino a pochi mesi fa questo flusso non esisteva, e tutto ciò che riguardava la diga veniva affrontato con la ruvidezza del potenziale scontro militare.

Questo tentativo di rinnovare la mediazione, sospesa nell'aprile del 2021 dopo una maratona di colloqui durata anni senza alcun risultato, è accettato anche dal Sudan. Karthoum è stata la prima a proporre di cambiare i metodi di negoziazione espandendo l'ombrello della mediazione intra-africana per includere le Nazioni Unite, l'Unione Europea e gli Stati Uniti. Su questo allargamento l'Etiopia si è espressa negativamente in passato, ma è anche possibile che in futuro qualcosa possa cambiare. Addis Abeba è già alle prese con il conflitto del Tigray, e difficilmente potrà permettersi di sostenere un doppio scenario critico da gestire.

La questione della diga è uno dei tanti, importanti dossier aperti nell'area del Mediterraneo Allargato. All'interno delle vicende che riguardano più strettamente Egitto, Etiopia e Sudan si muovono altri paesi, alleati e collegati: come, per esempio, la Turchia e gli Emirati Arabi. Un tempo in aperto scontro, questi due attori centrali nella regione stanno cercando forme di avvicinamento e distensione, che potrebbero riflettersi anche su altri fascicoli, come quello della GERD. La speranza è che la creazione di un ampio equilibrio regionale possa portare a una svolta nella risoluzione di annose diatribe.

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