Approfondimenti

La guerra e l’America verso il Midterm

L’analisi di Stefano Marroni

Doveva essere una passeggiata di “quattro, cinque giorni”. Poi di “forse un paio di settimane”. A volte l’attacco era per “liberare il grande popolo dell’Iran”, altre volte per eliminare il rischio nucleare, altre perché l’America finalmente avrebbe messo le mani sul petrolio persiano e “fatto una fortuna”. Un crescendo drammatico, culminato con l’attacco a Leone XIV, segnala in questi giorni l’ansia con cui Donald Trump cerca ormai disperatamente di uscire senza perdere la faccia da una avventura in cui – “ingolosito” dal blitz contro Maduro – sembra essersi gettato senza valutarne del tutto rischi, possibili scenari e conseguenze. Inseguito da sondaggi disastrosi, alle prese con le preoccupazioni degli americani per il costo della vita e i primi segnali di resistenza del deep state - e con la consapevolezza crescente di aver fatto in qualche modo un favore persino alla Cina - il Comandante in capo non sembra non avere in tasca una via d’uscita dal pantano iraniano.

Il fragile cessate il fuoco mediato dal Pakistan con l’assistenza decisiva di Pechino è appeso alla necessità di Teheran di portare a casa una pace stabile, il ristoro dei danni causati dall’attacco di Usa e Israele e di gestire il passaggio attraverso il choke point di Hormuz. Ma per Trump – alle prese soprattutto con i riflessi globali del conflitto – non sarà semplice dare a vedere che “Epic Fury” è davvero stata un successo. A rischio di scoprire - ha ricordato The Atlantic, citando un aforisma coniato dal Trotsky del 1917 – che “tu puoi anche non essere interessato alla guerra, ma la guerra rimane interessata a te”.

A pesare, con l’appuntamento di novembre con Midterm politicamente ormai alle porte, è la sensazione di uno sfrangiamento della vasta alleanza che nel 2024 ha consentito a Trump di tornare in sella. I primi segnali sono arrivati con le vittorie democratiche in Virginia e New Jersey e con la batosta del candidato del tycoon persino nel giardino di casa, il distretto di Mar-a-Lago. Ma all’indomani della guerra i sondaggi certificano che per il 68 per cento degli americani il presidente persegue “priorità sbagliate” e che il 64 per cento ritiene di pagare ancora il conto della sua guerra dei dazi. Il dato generale sull’approvazione per Trump è al 39 per cento, poco più alto solo di quello bassissimo on cui “the Donald” lasciò la Casa Bianca nel 2021: “Tutto dipende da come i suoi comportamenti più recenti si rifletteranno su questo dato”, spiega uno dei più noti pollster repubblicani, Whit Ayres. “Nelle elezioni di Midterm la variabile più importante è il giudizio sull’operato del presidente. Quando ha un tasso di approvazione sopra il 50 per cento, la perdita media alla Camera per il suo partito è di 14 seggi. Quando è sotto il 50 per cento, la perdita è di 32…”.

Con questi dati, il rischio di finire il suo mandato come un’anatra zoppa sotto il tiro di un Congresso di nuovo in mano ai Democratici è molto alto. E non è detto che sia stata una buona idea pensare che la svolta militarista degli ultimi mesi, voltando le spalle alla ortodossia MAGA delle Marjorie Taylor Greene e dei Tucker Carlson, avrebbe potuto costituire un booster per la percezione della sua leadership. A tre settimane dall’attacco che nella notte dei 28 febbraio ha decapitato il regime di Teheran, solo il 21 per ceto degli americani ne sostiene le ragioni. E la maggioranza assoluta ritiene che comunque “non ne valeva la pena”. Lo scontro con gli alleati e soprattutto lo strappo aperto con i cattolici Usa dal botta e risposta con Leone XIV e annessa reprimenda di JD Vance addirittura sulle capacità teologiche del papa americano, è “una pessima scommessa politica in vista di Midterm” anche secondo il super MAGA New York Post.

Di più, la difficile gestione dell’emergenza, la necessità di stare sempre più spesso sotto l’occhio delle telecamere ha messo gli americani di fronte all’evidenza di un ottantenne che usa sempre più spesso il turpiloquio, a tratti sembra perdere il filo del discorso, fa lunghe digressioni del tutto off topic, a volte confonde persone e paesi proprio come l’ultimo Joe Biden. Anche in casa repubblicana c’è chi dà voce a preoccupazioni sulla lucidità del Comandante in capo. E nei talk comici della sera, seguiti da milioni di persone in tutto il paese, da Saturday Night Live in giù si gioca apertamente a scommettere se il presidente sia “pazzo come un cavallo o semplicemente pazzo”.

In questo clima, una delle figure più brillanti del panorama repubblicano, il governatore uscente della Georgia Brian Kemp, avverte che quel che si sta aprendo sarà “un ciclo politico difficile per il Gop”. È uno dei pochi repubblicani che nel 2018 vinse contro il candidato sostenuto da Trump, ma respinge con fastidio le voci di una sua possibile corsa nelle primarie presidenziali del 2028 e chiede ai suoi di concentrarsi sulle prossime scadenze “Quel che sto dicendo a molti repubblicani – ha confidato a Politico, dando il polso della situazione in uno stato decisivo nel 2024 per la vittoria di Trump - è che le elezioni di Midterm con un repubblicano alla Casa Bianca sono già abbastanza complicate di per sé, quale che sia il presidente. Qui in Georgia non sarà facile rivincere la corsa a governatore, e non sarà facile riprenderci il seggio senatoriale che abbiamo perso. Dobbiamo stare in mezzo alla gente, mettere la centro le cose di cui le famiglie parlano la sera in cucina. E scegliere i candidati giusti”.

È l’invito a concentrarsi sui temi – lavoro, salari, costo di beni e servizi – riassunto nel celeberrimo “it’s the economy, stupid!” che nel ’92 marcò a fuoco la vittoriosa agenda di Bill Clinton. Un’agenda a cui per carattere Trump fatica a conformarsi, oscillando tra la negazione della realtà, che ancora una volta lo accomuna al Biden dell’ultimo anno alla Casa Bianca, e la voglia di aprire ogni giorno un nuovo fronte: con le Corti che rigettano le sue istanze, con i funzionari e gli apparati che non si conformano, con le Università, i media, in ultimo – e con gravi rischi – la Fed. Nel correre ai ripari, Trump ha usato le maniere forti piazzando Markwayne Mullin alla guida della Homeland Security al posto Kristi Noem, e poi assegnando al suo ex avvocato Todd Blanche la guida del Dipartimento di Giustizia, travolto nella gestione di Pam Bondi del caso Epstein. Ma è trasparente anche la crescente distanza tra i due uomini indicati da Trump per succedergli nel 2028. Con Vance che dopo un lungo silenzio sembra aver perso un treno importante con il fallimento di Islamabad. E Marco Rubio – segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza nazionale - sempre più sugli scudi anche nella considerazione dei suoi avversari. Per lui, scommettono in molti a Washington, la partita decisiva si giocherà su Cuba.

Approfondimenti

Il trono e l’altare

Lo scontro tra papa Leone e Trump alla luce di storici e difficili rapporti tra Usa e Vaticano. Il punto di vista di Ettore Maria Colombo

Leggi l'approfondimento
Notizie

Osservatorio LATAM | Rapporto sulla congiuntura

L’Osservatorio sull’America Latina (LATAM) pubblica il rapporto sulla congiuntura dedicato all'Argentina

Leggi la notizia
Video/Foto

A Roma l’incontro con il Presidente del Kenya William Ruto promosso da Med-Or Italian Foundation alla Luiss

Il 21 aprile il Presidente della Repubblica del Kenya William Ruto ha partecipato all’evento organizzato da Med-Or Italian Foundation a Roma presso il Campus Luiss di Roma. L’incontro conferma l’impegno di Med-Or nel promuovere un dialogo strutturato e progetti innovativi con i paesi africani, valorizzando in particolare il ruolo del Kenya come partner privilegiato

Guarda