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La “Guerra e Pace” di Libano e Israele

di Gaja Pellegrini-Bettoli

Israele e Libano hanno sottoscritto uno storico accordo per lo sfruttamento condiviso delle risorse offshore. Il punto di vista di Gaja Pellegrini-Bettoli

L’accordo raggiunto l’11 ottobre tra Libano e Israele ha senza dubbio portata storica, dato che le due nazioni sono in guerra fin dalla fondazione di Israele nel 1948. Nonostante la firma di un cessate il fuoco nel 2006, non è mai stato negoziato alcun trattato di pace. L’accordo pone fine a una lunga disputa sui confini marittimi e nasce da interessi politici ed economici, tra cui la necessità delle due nazioni di mantenere la stabilità sul proprio comune confine. In base agli accordi, Israele ha diritto allo sfruttamento del giacimento gasiero di Karish e il Libano quello di Qana, nonostante Israele riceva da quest’ultimo una percentuale di royalties attraverso un accordo a margine con la compagnia francese Total.

Per il Libano in particolare, la ratifica dell’accordo apporta necessario sollievo a un Paese al collasso socioeconomico e caratterizzato dalla profonda alienazione dei cittadini nei confronti della classe politica. Come affermato da un’analisi di Carnegie Beirut, dal lato libanese la svolta nasce da una rara convergenza politica tra i partiti e dal supporto di due attori politici chiave, il Free Patriotic Movement (FPM) e Hezbollah: è un importante lascito del mandato di Michel Aoun, presidente del FPM, che lascerà la carica a fine ottobre. Per quanto riguarda Hezbollah, la retorica bellicista contro Israele nasconde probabilmente il disinteresse a impegnarsi in un conflitto che danneggerebbe il posizionamento domestico e regionale del gruppo. L’accordo consente al Libano di esplorare specifiche aree costiere dove si ritiene possano trovarsi giacimenti di idrocarburi, offrendo al Paese aiuto economico, sia pure non nell’immediato. Riflesso della diffusa sfiducia del popolo libanese nei confronti delle istituzioni è il timore che l’accordo possa servire da pretesto per rifiutare un accordo con il FMI per lo sblocco di un piano di emergenza da tre miliardi di dollari, condizionato all’implementazione di dieci riforme strutturali che il governo ha finora lasciato inevase. In altre parole, si teme che i proventi derivati dallo sfruttamento dei giacimenti di gas sbloccati dall’accordo verranno dilapidati dalla classe dirigente, rallentando ulteriormente le riforme necessarie. Secondo alcuni analisti, ciò potrebbe incentivare il Parlamento a creare un fondo sovrano a protezione dei nuovi introiti del Paese.

Anche per Israele l’accordo implica vantaggi politici ed economici. Secondo le stime, il giacimento di Karish potrebbe contenere fino a 1,5 TCF di gas, equivalenti a circa tre miliardi di dollari. Con l’approssimarsi delle elezioni politiche previste il primo novembre (giorno successivo allo scadere del mandato di Aoun in Libano) e la dissoluzione della Knesset, l’accordo potrebbe costituire una vittoria politica per il primo ministro Yair Lapid, i cui destini parlamentari restano quantomeno incerti. Come in Libano, seppure per diverse ragioni, l’accordo è visto con sospetto. La vicinanza temporale della ratifica alla data delle elezioni ha suscitato dubbi sulla legittimità dell’accordo. Alcune voci sostengono la necessità di un referendum, mentre il leader dell’opposizione, Benjamin Netanyahu, ritiene che la Knesset dovrebbe approvare l’accordo. Il caso degli accordi con Cipro nel 2021, approvati in assenza di referendum, fornisce un significativo precedente.

Nonostante le difficoltà nel negoziare l’accordo, le parti in causa hanno tutto da guadagnare nel rispettarlo. Sarebbe inoltre difficile immaginare come la politica interna israeliana, a prescindere dal risultato delle elezioni, potrebbe sovvertire i termini di un accordo che gode del cruciale supporto statunitense. A dispetto di numerose dichiarazioni da parte di entrambi i paesi – Hezbollah ha definito l’estrazione di gas israeliana una “linea rossa”, mentre per Israele ogni minaccia alle proprie piattaforme “sarà pagata col Libano” – l’accordo elimina una sostanziale linea di frattura che avrebbe potuto portare a una recrudescenza del conflitto. L’accordo, tuttavia, non rappresenta affatto un segnale di normalizzazione nelle relazioni tra i due Paesi, la maggior parte degli analisti concorda sul fatto che Libano e Israele siano ancora ben lontani dal raggiungere un accordo di pace.

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